L’arte di Ismaele Nones finalista al Premio Cairo: "I miei quadri guardano al mondo dell'iconografia sacra, il tutto è iniziato durante la pandemia Covid"
La sera del 9 ottobre, negli spazi dell’Esposizione Permanente di Milano, verrà svelato il nome del vincitore della ventiduesima edizione del Premio Cairo. Tra i venti finalisti in lizza per l’ambito riconoscimento dedicato all'arte italiana emergente c’è anche il trentino Ismaele Nones

TRENTO. Cresciuto nel laboratorio paterno ‘Santi Martiri’ specializzato in arte sacra, Ismaele Nones mostra di avere tutte le carte in regola per essere considerato una promessa della pittura italiana. Attualmente artista di punta nella scuderia della galleria piemontese Lunetta 11, il giovane pittore trentino ha saputo mettere a frutto gli strumenti appresi negli anni trascorsi a collaborare con il padre.

Con una nota di stupore negli occhi, che ne tradisce ancora l’emozione, Nones racconta il percorso, per nulla lineare, che lo ha portato alla finale del Premio Cairo.

Il concorso, ideato dall’editore Urbano Cairo a inizio millennio, giunge oggi alla ventiduesima edizione e, a differenza di quanto previsto solitamente per i premi d’arte, non considera candidature spontanee. A comporre la lista dei venti nomi di giovani artisti candidati alla finale è la redazione del mensile Arte, che durante l’anno precedente svolge un’attività di talent scouting attraverso gallerie e fiere di settore. La giuria, chiamata ad esprimersi sull’opera vincitrice, sarà presieduta dalla collezionista Patrizia Sandretto Re Rebaudengo coadiuvata, a sua volta, da altri nomi d’eccezione, tra cui Luca Massimo Barbero, Giorgio Cini, Ilaria Bonacossa ed Emilio Isgrò.

Il Premio Cairo rappresenta un attestato di merito molto importante nel panorama dell’arte contemporanea. Mancano pochi giorni alla finale, come ti senti?
Sinceramente, già il fatto di arrivare in finale mi emoziona molto. Anche solo essere stato selezionato rappresenta il riconoscimento del lavoro svolto, una conferma che la strada intrapresa può portare i suoi frutti.
Tre anni da artista e sei già in cima alle classifiche, qual è stato il tuo percorso?
Oggi sono conosciuto per i miei quadri che guardano al mondo dell’iconografia sacra e in particolare a quella greco-ortodossa, anche se, a dire il vero, nasco come scultore all’Accademia di Venezia.
Il tutto è scattato con la pandemia. È come se si fosse aperta una finestra di tempo che mi ha permesso di fermarmi a sperimentare. Un’occasione che in tempi normali non sarebbe stata nemmeno pensabile. Mentre tutto il mondo era fermo, ho iniziato a dar forma ai progetti che da molto tempo avevo sul taccuino. Ciò che ne è seguito è stata una cosa molto naturale.
Cosa ti ha insegnato quel periodo?
Che prima di tutto si deve fare, imparare a fare. Di là non ci scappi. Purtroppo, spesso è un aspetto che nelle accademie viene sottovalutato. Dopodiché, con le dovute cautele, penso debba diventare un’ossessione. Un po’ come tutte le passioni, ci si pensa continuamente. Sono convinto che sia necessaria veramente tanta dedizione. Più studio le vite degli artisti, più me ne rendo conto; molti grandi artisti si danno regole ferree. È da qui che scorre la linfa creativa; quella che ci si siede ad aspettare l’ispirazione è una favoletta. Ad esempio, un grande creativo come David Hockney si impone di disegnare per almeno sette ore al giorno.
Agli inizi, quando ancora sperimentavo, non avevo una galleria alle spalle, non avevo nulla. Ciononostante, ho iniziato a presentare me stesso e le mie opere come se non potesse andare male, senza un piano B.
Tuttavia, per me era chiaro che non sarei potuto rimanere nel limbo per sempre: c’era un limite di tempo che mi ero concesso, terminato il quale avrei sospeso le sperimentazioni per una scelta più realistica.
La tua è in qualche modo anche una storia familiare, come ha influito sulle tue opere?
Lo studio di icone fondato da mio padre trent’anni fa è stata la mia vera bottega. In famiglia lo abbiamo sempre aiutato nell’attività e da giovane manovale ho potuto apprendere un alfabeto, che è il modo di dipingere e disegnare tipico dell’iconografia. Un linguaggio che mi ha permesso di esprimermi e raccontare qualcosa di mio.
D’accordo che l’arte dev’essere dedizione, ma da chi ti lasci ispirare?
Nel recente periodo sto studiando Maestro Francke e i fratelli Lorenzetti. Però prendo moltissimo da Duccio, Giotto e al tempo stesso dalle iconografie ortodosse. Ad un certo momento, nella storia della pittura c’è stata una spaccatura tra Est e Ovest. Da una parte, l’Occidente con Giotto e Cimabue ha perseguito la strada del realismo, mentre Rublev, Teofane il greco e altri grandi iconografi hanno continuato nella ricerca di una pittura totalmente simbolica. Per loro, non è importante riconoscere le sembianze dell’oggetto per farne emergere l’essenza. Si tratta di un gioco fondato sul togliere, dove il messaggio viene ridotto all’osso. Nella società del sovrabbondante, trovo stimolante cercare di dire le cose con meno elementi possibili.
Pensi già a quello che succederà dopo il 9 ottobre?
La collaborazione con Lunetta11 sta andando molto bene e in questi tre anni abbiamo fatto un lavoro molto bello che mi fa sentire compreso in quanto artista, e che pian piano porta i suoi frutti.
In realtà, sono in cantiere molti progetti. A ottobre, sarò esposto alla Triennale di Milano in occasione di un’antologia sulla pittura italiana che vele selezionati oltre cento artisti nati tra il 1960 e il 2000. A dicembre, infine, porteremo alcuni lavori alla fiera Untitled di Miami. È molto bello e al tempo stesso fa tremare i polsi.












