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| 19 ott 2023 | 13:20

Quando anche la ruggine prende forma: un monito artistico contro ogni guerra

Il lavoro di recupero dei reperti bellici trasformati in "opera" da Giuliano Orsingher, la cruda poesia di Massimo Parolini e il mecenatismo di Luca Beltrami. Nella casa privata (e storica) dell'architetto in piazza Negrelli la  mostra "Tra parentesi" nata tra trincee, camminamenti e bivacchi per rilanciare un messaggio che purtroppo non perde mai di attualità. Prenotabile fino al 5 novembre

 TRENTO. Una casa che avercela: al civico 4 di piazza Negrelli, in Trento. Una casa che avercela sì, ma non per esibire. Semmai per condividere. Per condividere il piacere di una storia architettonica dove trasuda il fascino troppo spesso ignorato della Trento urbana e sociale otto/novecentesca. Un padrone di casa che avercelo anche quello. Non per fare della piaggeria amicale dopo l’inaugurazione tra brindisi e couscous quanto per riconoscergli generosità e passione. La generosità, la passione ma anche l’irritualità del “dare spazio” all’arte altrui. Mettendo in secondo piano la propria attitudine per l’acquerello che amplifica i particolari di un antro, un edificio, una strada o una piazza.

 

 Una serie di frequentazioni che, anche quelle, avercele spesso. Se bazzichi e coltivi le culture - bella gente - è facile incontrare chi con un pennello, uno scalpello o una penna materializza anche parte dei tuoi pensieri. E allora non puoi che campare meglio. Bisogna probabilmente partire da qui – casa, padrone di casa (con signora) e amici creativi – per introdurre “Tra Parentesi”.

 È la mostra a scavalco tra reperto e poesia che Giuliano Orsingher ha potuto allestire dentro Casa Beltrami, (stabile storico di piazza Negrelli appunto) grazie alla disponibilità partecipe dl proprietario. Di Luca, l’architetto.

 

 “Tra parentesi” è una piccola ma certamente stimolante esposizione di ruggine e di ossidazione. Di terra ed erba raschiati, puliti, ma comunque presenti. La ruggine bellica (residuati di territorio, camminamento e trincea alpina) che Orsingher ha trasformato in opere/messaggio. Sono oggettivi (ma anche soggettivi, seppur silenziosi) messaggi di pace. Pace senza alcuna retorica pacifista mentre nello scopo dell’artista c’è certamente anche altro: la forma, l’estetica, il contesto, eccetera.

 

  L’ospitalità artistica di Luca Beltrami, un dichiarato attestato di stima, non è cosa nuova. Lui aveva aperto all’esposizione le stanze di casa sua anche in passato. Altri artisti/amici/conoscenti furono invitati a proporsi nei locali di un edificio denso di storiche suggestioni e dunque meno asettico, certamente più famigliare  e intrigante, dei tradizionali spazi da mostra.  Quella di Luca Beltrami è un’ospitalità che senza proclami (la sua umiltà sembra fin troppa) ha resuscitato nei fatti un concetto di mecenatismo. Ma aggiornandolo. Grazie ad una casa aperta e vissuta, l’arte può contare su spazi, fiducia e ammirazione. Sentimenti privati che con queste iniziative si fanno pubblici: aumentando di valore.

 

 Se a “Tra parentesi” si togliessero le parentesi di un titolo curioso, resterebbero comunque efficaci gli incisi e le sottolineature. La proposta di Giuliano Orsingher manterrebbe in ogni caso il potere di indurre ad una riflessione: fermandosi almeno un attimo. Nella mostra, ognuno è chiamato a darsi una propria spiegazione, a riconoscere la propria sensazione. Alla mostra viene in aiuto la poesia. Lo fa anche quando confonde e sfiora l’ostico. In “Tra parentesi” Orsingher cerca infatti di mettere ancora più a punto quell’equilibrio con i versi di Massino Parolini che anche in altre occasioni artistiche ha visto i due (entrambi docenti al Vittoria) scambiarsi le rispettive esperienze.

 

 Né parole, né descrizioni, né comizi, né appelli per ribellarsi all’orrore di guerre. O forse servono tutte queste cose assieme anche se Orsingher rifiuta le indicazioni. La sua proposta alla fine conferma solo una banalità terrificante: nel passaggio dalle frecce all’’ipersonico, dalla preistoria all’oggi (e pure, purtroppo, al domani) le guerre altro non sono che la somma manifestazione della stupidità umana.

 

 Per capirlo, per confermarlo nell’impotenza che annichilisce, non occorre chissà quale didattica artistica, chissà quale tecnica o trovata. Ad Orsingher bastano la testimonianza e il tocco d'arte sapiente, mai invadente, rispettoso. Ad Orsingher basta ridare tutta la sua forza evocativa a quel tanto che può far scoprire a lui e agli altri una scarpinata in montagna (le sue montagne del Primiero e del Lagorai).  In montagna si può e si deve camminare a testa alta puntando alla serenità delle vette e dell’universo che, cercandolo, sta al di là delle nebbie alpine. Ma in montagna, tra camminamenti e trincee, si può camminare anche a testa bassa, (segugi del reperto) così come fanno da sempre Giuliano Orsingher ed il fratello.

 Il primo raccoglie immaginando l’arte oltre ma anche dentro la guerra. Il secondo fotografa.

 

 La raccolta può essere sterminata perché di sterminato sterminio furono i fronti trentini. La raccolta deve essere selettiva perché ogni forma (già fortemente riformata, rimodellata e trasformata dal tempo e dalla natura) può mutare ancora. Grazie al lavoro certosino di Giuliano Orsingher una di quelle mutazioni può diventare un elemento d’arte. Un’occasione d’arte.

 

 Pezzetti di quel che distrusse vite e speranze, fili spinati, vanghe bucate dai colpi, ferro, piombo per Orsingher diventano “opere” che raccontano così come sono o come sono diventate sottoterra. Ma quelle testimonianze richiedono sforzo. Sforzo di memoria? Forse. Sforzo di immaginazione? Si sicuro, perché è tanto doloroso quanto terribilmente attuale immaginare quanta vita e quanta morte, quanta speranza e quanto dolore, quanto fanatismo e quanta disperazione possa tornare alla mente guardando il resto informe di una granata o la tela marcia della copertura di un baraccamento.

Si deve immaginare “oltre” i reperti. Si è obbligati ad andare oltre la memoria perché il presente – Ucraina, Israele, Gaza, il mondo quasi intero – è anche peggio di un passato bellico che non pare aver insegnato nulla.

 Con la sua arte molto artigiana ma alla fine anche molto visionaria Giuliano Orsingher non sale in cattedra anche se per mestiere insegna (all’artistico Vittoria) sia tecniche che (e soprattutto) rispetto e umanità. Sassi, legni, stavolta ferro: è materia pesante quella che tratta. Materia da calli alle mani che assumendo forma artistica, creativa,  potrebbe tuttavia evitare i calli al cervello. Quella materia pesante Orsingher la tratta sempre con una passione, una mano, che rende leggeri i macigni ed elastici i tronchi più duri.

 Con il ferro della guerra, Orsingher ha fatto solo ritocchi. L’orrore mica può essere manipolato. E nemmeno può essere edulcorato - l’orrore della guerra - negli eccessi aulici di un verso. Ecco che allora che anche nella poesia prodotta da Parolini per la mostra casalinga la crudezza è un comun denominatore coerente: “È l’uomo agganciato in macelleria, una piega di danza nel suo accartocciarsi…”. Eccetera.

 Fino al 5 novembre, dalle 18 e prenotando, si potrà vedere la mostra. Scrivere a luca.beltrami@architetto@gmail.com. Ad Orsingher, invece, non si scriva. È per boschi, per sassi, per legni e per ferro di guerra. Risponderebbe solo a lavoro, artistico, finito. Ma varrebbe la pena di aspettare.

 

 

 

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