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Trento
15 marzo | 12:30

"A Broadway incrociai gli occhi di mio padre e capii di avercela fatta" la star mondiale della magia Andrew Basso a il Dolomiti: "Torno a casa e mi batterà forte il cuore"

L'illusionista ed escapologo trentino Andrew Basso, considerato l'erede del mago Houdini, torna a casa sua a Borgo Valsugana per la data zero del suo tour 'Credi nell'impossibile': "Dopo dieci anni di tour mondiale condividere il mio spettacolo con le persone che fin dall'inizio hanno fatto parte della mia vita è qualcosa di unico: sarà il palcoscenico più importante e dove il mio cuore batterà più forte"

BORGO VALSUGANA. Quando aveva appena 8 anni vide un mago che fece scomparire una pallina rossa, facendola riapparire nel palmo della mano di sua madre: questo il "Big Bang" che fece partire il "viaggio nell'impossibile" dell'illusionista ed escapologo trentino Andrew Basso, un percorso che lo ha portato a toccare i grandi palcoscenici di tutto il mondo, prima come star del tour "The Illusionist" e ora con il suo personale one man show "Credi nell'impossibile" che, prima di toccare l'Europa intera, partirà questa sera (sabato 15 marzo/ore 21), al palasport di Borgo Valsugana, paese natale dell'artista e "dove tutto ebbe inizio". E nei giorni scorsi, proprio a casa sua, Andrew Basso ha vissuto inoltre un'altra grande doppia emozione: il conferimento della Cittadinanza Onoraria e l’iscrizione da Socio onorario al Guinness Club 92 di Trento, il cui presidente onorario è Francesco Moser.

 

Partendo proprio dalla Cittadinanza Onoraria che lui stesso definisce "qualcosa di straordinario", la rockstar mondiale della magia, in una lunga intervista concessa a il Dolomiti, si racconta a 360 gradi: dai primi libri di magia letti in biblioteca alla scoperta della figura di Harry Houdini, fino alla scelta di dedicarsi all'escapologia e alla prima volta che si guadagnò le pagine dei giornali, facendosi calare in una cassa nelle acque del lago di Caldonazzo davanti a migliaia di persone.

 

E poi l'emozione della prima volta a Broadway, i grandi successi internazionali, il riuscire a trasformare la paura nella sua "migliore amica" e la voglia di portare anche nella quotidianità quella meraviglia in grado di "rompere la routine" e regalare alle persone un sorriso. E infine il suo nuovo show con il quale, oltre all'Europa e al mondo, desidera provare a "conquistare il pubblico italiano".

 

Andrew Basso, non possiamo che partire dalle emozioni di questi giorni: cosa prova nel tornare a casa con il suo nuovo show?

 

Dopo New York, Las Vegas, Hollywood, Broadway, Sidney, Londra e tute le capitali europee, arriva casa mia, Borgo Valsugana. Poter aggiungere a questa lista il luogo dove sono nato, e dove si sono plasmati tutti i miei sogni, da quando ragazzino giravo in bicicletta e mi esibivo sul muretto dietro la chiesa durante le feste di paese, è un sogno che si realizza, un cerchio che si chiude. Dopo dieci anni di tour mondiale, poter condividere il mio spettacolo con le persone che fin dall'inizio hanno fatto parte della mia vita è qualcosa di unico: sarà il palcoscenico più importante, e dove il mio cuore batterà più forte.

 

Aspetto non indifferente, salirà sul palcoscenico del palazzetto dello sport da cittadino onorario.

 

Questo è qualcosa di straordinario: quando l'ho saputo non ci credevo e sono rimasto senza parole. Ho voluto vivere questa gioia senza troppi pensieri, godendomi il momento, e posso dire che ci vorrà un po' di tempo per rendermene conto. È un onore enorme perché nel corso della mia carriera ho sempre voluto mettere in evidenza il mio luogo d'origine, facendo lo spelling del suo nome durante le interviste (ride, ndr). Questo perché ho sempre voluto trasmettere l'essenza del mio viaggio nell'impossibile, ed il concetto che provenire da un piccolo paese non rappresenta un limite ai propri sogni, e il messaggio che credendoci sempre chiunque può raggiungere grandi traguardi. Il fatto che questo venga poi riconosciuto rende tutto ancora più bello.

 

Venendo al suo one man show "Credi nell'impossibile", cosa si deve aspettare il pubblico?

 

Si tratta di uno spettacolo in cui ho scelto di far confluire tutte le mie abilità acquisite nel corso degli anni: proporrò numeri con le carte da gioco, che verranno proiettate su un maxischermo, e altri più adrenalinici come riuscire a catturare al volo un proiettile che viaggia a centinaia di chilometri all'ora. Ci saranno poi numeri in cui ad emergere sarà la capacità della mente di dominare la materia e il corpo, e in cui riuscirà anche a far attraversare il mio viso da un ago. Si arriverà poi al famoso numero di escapologia della cella della tortura dell'acqua, in cui sarò ammanettato e appeso a testa in giù, in apnea, in una vasca verticale: da lì cercherò di liberarmi nel giro di pochi minuti, e utilizzando solo una graffetta. Oltre a questi numeri adrenalinici, non mancheranno i momenti di divertimento puro e di condivisione con il pubblico, con gli spettatori che diventeranno veri protagonisti dello show. Aggiungo poi che, quando guarderò in platea, troverò magari il mio vicino di casa o il mio compagno di scuola, oppure la signora che mi ha visto crescere mentre facevo i primi numeri di magia: proprio per questo sono certo che si creerà un'atmosfera unica e irripetibile.

 

Lei è considerato a tutti gli effetti l'erede del grande Harry Houdini, cos'ha rappresentato per lei questa figura?

 

Il mio percorso di avvicinamento alla magia è partito da ragazzino tra le mura della biblioteca di Borgo Valsugana, dove leggevo libri su libri per apprendere i segreti dei maghi. A spuntare sempre era il nome di Harry Houdini e così decisi, incuriosito, di tuffarmi nella sua biografia: scoprii un uomo che è riuscito ad arrivare sul tetto del mondo, pur nascendo in una famiglia umile e povera, in un tempo in cui inoltre la comunicazione non era efficace come oggi. Scoprii poi che lui, nei sui numeri, rischiava la vita per regalare al pubblico emozioni e fotogrammi indelebili, indimenticati tutt'oggi. Posso dire che questo ha avuto un impatto fortissimo sul mio percorso: è diventato il mio modello da seguire, e così decisi di dedicarmi proprio all'escapologia.

 

Ci dica qualcosa in più su questa scelta.

 

Presi questa direzione anche seguendo il fascino per il proibito tipico degli adolescenti: sia il mio primo maestro di magia, che i miei famigliari, cercarono di farmi cambiare direzione ma la mia voglia cresceva di conseguenza sempre di più (sorride, ndr). Ricordo che mio padre, che mi è sempre stato vicino, mi aiutava a legarmi ad una sedia in garage, e io provavo a liberarmi. I primi fallimenti mi forgiarono e pian piano affinai la tecnica, ottenendo i primi successi che rappresentarono soddisfazioni enormi che mi fecero dire "questo è quello che voglio fare".

 

Poi la svolta arrivò grazie alla partecipazione ad un talent show.

 

Esattamente. Avevo 17 anni e partecipai al programma regionale Il Ribaltone, condotto da Mario Cagol: ad un certo punto mi venne chiesto quale sarebbe stato il mio evento pubblico successivo, e non mi ero preparato questa risposta. Dissi quindi, sotto la luce dei riflettori, che mi sarei fatto incatenare in una cassa che sarebbe stata calata nel lago di Caldonazzo l'estate successiva. In quel momento mi resi conto che avrei dovuto farlo davvero (ride, ndr) e cominciò un vero e proprio countdown verso la data fatidica, e un grande percorso di preparazione.

 

E poi quello storico 31 luglio 2003 arrivò, che ricordi ha di quel giorno?

 

Ricordo che arrivai al lago di Caldonazzo "all'americana", a bordo di una limousine bianca e quando aprii la portiera mi trovai di fronte migliaia di persone. Fui protagonista di quel primo grande numero di escapologia e se sono qui a parlarle vuoi dire che è andato tutto bene (sorride, ndr). Diciamo che rappresentò il mio battesimo artistico, e riuscii a guadagnarmi le mie prime pagine di giornale. E da lì è partito il mio viaggio vero e proprio.

 

Una domanda che ad un escapologo non si può non porre: che rapporto ha con la paura?

 

Guardi, negli anni ho realizzato che fin da bambino ho ricercato questo sentimento. Da quando, a casa dei miei nonni, desideravo scendere in una cantina buia a cui si accedeva da una scala altrettanto buia. Per illuminarla bisognava raggiungere una lampadina appesa al soffitto di quella che per me era "la stanza del mostro". Ricordo che mi avvicinavo e scappavo via, ma quella sensazione di batticuore mi piaceva: un giorno ho sceso le scale e "in apnea" ho raggiunto la luce. Naturalmente il mostro non c'era, ma quella sensazione è il fulcro di quello che ho cercato nel mio percorso artistico. Poter controllare il sentimento più forte di tutti, che porta anche alla paralisi, mi ha sempre affascinato e ora posso dire che la paura è ora la mia migliore alleata. Di fronte a prove come la cella della tortura dell'acqua, in cui sono consapevole che qualcosa potrebbe sempre andar male, è lei che mi permette di mantenere livelli di concentrazione, e di precisione, massimi.

 

Tornando per un attimo nel passato, c'è un momento chiave in cui ha detto "nella vita voglio davvero fare questo"?

 

Si, c'è un momento chiaro e limpido nella mia mente. Avevo 8 anni e mi trovavo alla Fiera del Tempo Libero di Bolzano con i miei genitori. Ad un certo punto scorgemmo un capanello di persone attorno ad un signore con una giacca rossa: era un mago. Questo prese una pallina e la fece sparire, puntando il dito in direzione di mia madre, nella cui mano riapparve la pallina. In quel preciso momento i miei occhi si sono spalancati e mi sono detto: questo è quello che voglio fare nella mia vita, per regalare alle persone quella stessa sensazione che avevo provato. Lo considero, insomma, il  "big bang" del mio percorso.

 

E dal "big bang" ha inanellato una serie infinita di successi, quando ha capito di avercela fatta?

 

Il momento in cui ho realizzato di aver raggiunto un traguardo importante è stato sicuramente quando sono salito sul palcoscenico di Broadway, quello più ambito da ogni artista. Tra gli spettatori ho intravvisto mio padre Armando, arrivato da Borgo Valsugana fin oltreoceano: quando ci siamo guardati in faccia ho capito che il mio sogno si era realizzato. Poi, se devo essere sincero, ogni giorno è importante perché la meraviglia la cerco sempre, senza aspettare di salire sul palcoscenico. Le faccio un esempio: quando sto per pagare alla cassa del supermercato, mi capita di far scomparire una banconota, facendola ricomparire da un'altra parte: il sorriso e la meraviglia della persona che ho di fronte rappresentano per me una grandissima soddisfazione.

 

Tutto il suo mondo, e il suo percorso, è racchiuso nella biografia "Credi nell'impossibile". Cosa l'ha spinta a raccontarsi in un libro?

 

Tutto nasce dall'idea del giornalista Salvatore Vitellino, che fu colpito dalla mia storia e mi propose questo lavoro: io risposi subito che mi aspettavo di scrivere qualcosa del genere a fine carriera, ma lui ribatté dicendo che il mio sogno, e il mio percorso, poteva contenere un messaggio forte per il prossimo. Sono stati messi in evidenza alcuni passaggi della mia storia che sono sovrapponibili a quelli di ogni persona: quello che emerge è che tutti, nella propria vita, si confrontano con l'impossibile scontrandosi con difficoltà e fallimenti, con le insicurezze che ne conseguono, ma che in realtà farcela è possibile.

 

Un'ultima battuta, quali sono le sfide con cui vuole confrontarsi in futuro?

 

Naturalmente desidero alzare sempre più l'asticella e mettermi sempre in gioco. Ma ora, nello specifico, voglio conquistare il pubblico italiano con questo show che partirà proprio da casa mia. Poi le dico che il mio sogno è rappresentato dal viaggio, e l'ho capito quando ero bambino: quando vidi quel mago a Bolzano ero già felice: il giorno dopo avevo un libro di magia in mano e stavo camminando verso quello che amo fare e che dà un senso a ciò che sono. Il percorso, in sintesi, lo considero quasi più importante del traguardo.

 

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