"Beata Oscenità", in scena la prima nazionale dello spettacolo su Giò Stajano, nipote del gerarca fascista Starace e tra le prime donne trans in Italia: "Inno alla libertà di pensiero"
Lo spettacolo debutterà al Teatro Comunale di Bolzano, l'attore protagonista Gianluca Ferrato lo racconta a il Dolomiti: "Una storia piena di pietas, di divertimento, di sberleffo e di gioco e che aiuta a offrire un’immagine di Stajano che scavalca il cliché, mettendola in condizione di raccontare delle verità scomode. Ho ascoltato la sua voce e ho fatto quello che mi diceva l’istinto e il cuore"

BOLZANO. "Il messaggio che lascia questo spettacolo? Che bisogna vivere sempre sul filo, da cui si può cadere, ma giocarsela e provarci". Queste le parole a il Dolomiti dell'attore Gianluca Ferrato, protagonista del monologo "Beata Oscenità", la nuova produzione del Teatro Stabile di Bolzano scritta da Massimo Sgorbani e diretta da Serena Sinigaglia, che debutta in prima nazionale l’11 novembre al Teatro Comunale di Bolzano (info e tournée) e porta in scena la vita di Giò Stajano.
Nata Gioacchino “Giò” Stajano Starace, e nipote del gerarca fascista Achille Starace, fu una delle prime donne transessuali italiane. Ma anche attrice, giornalista, scrittrice, opinionista, modella, attrice hard, ispirazione per registi come Federico Fellini, Steno, Dino Risi, e infine anche suora laica.
Una vita, viene specificato, che è un "inno alla libertà di pensiero, all’autodeterminazione, al coraggio di mostrarsi per quello che si è e si desidera essere, una sfida lanciata al mondo e alla società con l’ironia tagliente tipica delle persone intelligenti".
"Lo spettacolo riporta in luce questa figura - osserva Ferrato - restituendole una dignità anche sul palcoscenico. Si tratta di una storia piena di pietas, di divertimento, di sberleffo e di gioco che aiuta a offrire un’immagine di Stajano inedita, perché scavalca il cliché, mettendola in condizione di raccontare delle verità scomode".
Ferrato, Giò Stajano è una figura che ha attraversato vari step esistenziali, dalla sua nascita come Gioacchino Stajano alla scelta di diventare Giò, passando per molteplici ruoli nella società. Come si è avvicinato a questa continua evoluzione per dar vita al suo personaggio?
La regista, Serena Sinigaglia, mi ha tolto le castagne bollenti dalla mano, perché ha immaginato che io entrassi vestito da Dirk Bogarde in “Morte a Venezia” di Luchino Visconti. Per questo vedremo un attore che si impossesserà di questo spazio, che è una specie di set cinematografico, e che entrerà nel mondo di Gio Stajano, evocandone il personaggio. Ho ascoltato la sua voce, i suoi modi, dopodiché, siccome non è un imitazione, ho fatto quello che mi diceva l’istinto e il cuore. Mi ci sono avvicinato con la semplicità del cercare una personale verità, che restituisse nel modo più chiaro possibile il senso di questa storia.
In che modo, secondo lei, questa storia riesce a risuonare nell'oggi?
Probabilmente dei passi avanti ne sono stati fatti. La vita degli omosessuali in passato era una vita difficile, figlia del “si fa ma non si dice”. Oggi il contesto è cambiato, e questo deriva da chi ci ha messo la faccia, il cuore, il corpo come Stajano, e molti altri che si sono presi la responsabilità di dire la propria verità, e quindi di non far sentire soli al mondo altri uomini, donne e giovani. Non è mai abbastanza, la strada è ancora molto lunga da percorrere, ma oggi è meno difficile mostrarsi per come si è.
Serena Sinigaglia ha descritto la scrittura di Sgorbani come una “leggerezza che non pesa”. Come la porterà sul palco, pensando che Giò ha avuto molti momenti difficili e complessi in quegli anni?
La verità è che le parole di Sgorbani contengono molta leggerezza e quindi in qualche modo, da attore, quella leggerezza la assecondi e ci porti il tuo, ci metti la tua leggerezza personale che si coniuga con la leggerezza della scrittura. Giò ha avuto molti momenti dolenti, che in qualche modo ha sempre ironizzato. Aveva un’arroganza anche fragile, ma in certi momenti per affermare il proprio sé devi fare dei percorsi accidentati, ho quindi cercato insieme all’aiuto fondamentale di Serena di abbandonare alcune mie insicurezze, di rischiarmela di più, assecondando anche quello che Massimo ha scritto, portando me stesso ma senza la pretesa di emulare, provando a far coincidere le mie sensibilità di attore con quelle di Stajano.
La vita di Giò, e le sue scelte, hanno fatto parlare molto, ma è rimasta una figura poco conosciuta. In che modo, secondo lei, si può colmare questo vuoto?
Prima di tutto, lo spettacolo la riporta in luce restituendole una dignità da palcoscenico. Si tratta di una storia piena di pietas, di divertimento, di sberleffo e di gioco che aiuta a restituire un’immagine di Stajano inedita, perché scavalca il cliché, la mette in una condizione di raccontare delle verità scomode. Stajano era un personaggio molto fragile, e questo spettacolo ha semplicemente lo scopo di far conoscere un personaggio 'difficile', 'scomodo', ma anche dimenticato e dare un senso alla sua vita ,che pochi conoscono: una vita indiavolata, di cui tante persone si meravigliano ascoltando quante vite in realtà ha vissuto, e questo mi sembra sempre bello.
Giò ha vissuto una transizione di genere che ai tempi era una cosa completamente inedita, e l'interpretazione del personaggio danza sul crinale tra il livello fisico ed emotivo. Ha temuto, vista la complessità dell'argomento, di rischiare di scivolare nella retorica?
Alla retorica non ci penso perché la scrittura di Sgorbani è una scrittura appuntita, non è una scrittura che ti permette facilmente di andare nel patetico. Io ho cercato di immaginare cosa potesse essere stato quel percorso, che credo abbia implicato anche una sofferenza fisica inaudita, ma non posso saperlo e penso non lo saprò mai. Ho cercato di raccontare i passaggi di questa vita e ce l’ho messa tutta, cercando di mettermi a disposizione di questo testo magnifico.
In questa storia c’è qualche elemento che ritiene particolarmente significativo, o che l’ha colpita più di altri aspetti?
Ce ne sono tante di cose che mi hanno colpito. Prima di tutto la parte più esteriore, tutti i suoi racconti, la Dolce Vita, l’incontro con Fellini e anche il suo coraggio nel camminare per strada con una gallina. Di essere, insomma, tutto il contrario di tutto: un coraggio così manifesto colpisce sempre perché non è semplice andare controcorrente. Gli aspetti che mi colpiscono di più sono forse quelli dolorosi, perché la felicità è una cosa che prevede che tu non dia grande ascolto alle interiorità, dal momento che ha il sopravvento su tutto, ma è nella dolorosità che tu ti formi.
Qual è il messaggio più importante che lascia questo lavoro?
Forse che bisogna vivere sempre sul filo, da cui si può cadere, ma giocarsela, provarci. Bisogna osare e metterci la faccia, perché non ci è dato sapere quanto staremo qui, e quindi bisogna provare a pensare che sia sempre l’ultimo giorno ma allo stesso tempo, bisogna vivere come se si fosse eterni. Per dirla come Neruda, per arrivare alla fine per poter dire “confesso che ho vissuto”.
Venendo a lei, ha spesso affrontato nel suo percorso storie 'forti'. Cosa le hanno lasciato?
Posso dire di aver avuto sempre, da "monologante di vecchia data", una predisposizione naturale ai cuori infranti e doloranti, e queste storie fatte e rifatte mi hanno permesso di farmi amare persone che già probabilmente amavo ma con le quali mi sono confrontato sempre più da vicino. Ogni volta ne traggo qualcosa di nuovo, stimolante e imprevisto, perché alla fine è l’incontro con il pubblico che ti da dei segni. Credo che la svolta della mia vita sia stato lo spettacolo “Truman Capote” di Sgorbani e diretto da Emanuele Gamba: un lavoro che mi ha 'affidato' parole meravigliose, credo che quella diversità così disperata ma anche così vitale (la vita di Truman Capote, ndr) sia stato un incontro catartico, anche se alla fine ogni storia che ho incontrato mi ha lasciato un segno.
Tra pochi giorni debutterà a Bolzano, quali emozioni prova?
Sono tante. Ho il privilegio di raccontare una storia che mi piace molto e che mi permette di narrare emotivamente tante cose che cerco, quindi mi ritengo molto fortunato. Non saprei descrivere l'impatto emotivo, diciamo che è una somma di cose contenute in queste ventuno pagine di monologo in cui ci sono momenti di grande intensità, che si sentono anche quando il pubblico si approssima a te. È tutto molto emotivo e una cosa posso dirla, mi aspetto di avere un po' la "pelle d’oca".












