"Di me amo più l'artista che l'uomo", Alessandro Haber si racconta: dall'infanzia in Israele a Tognazzi, fino a 'La valigia dell'attore' scritta per lui da De Gregori
L'icona del cinema e del teatro italiano Alessandro Haber sarà protagonista al teatro Comunale dello spettacolo "Volevo essere Marlon Brando" e si racconta a il Dolomiti: "È come se, mentre io mi metto a nudo, la gente rivedesse sé stessa. Mario Monicelli e Pupi Avati? Due persone meravigliose con cui ho lavorato, legati da una profonda amicizia. La canzone che De Gregori scrisse per me? Un miracolo inaspettato"

BOLZANO. "Amo più l’artista che è in me rispetto all'uomo: è lì, scusi il gioco di parole, che mi vedo uomo". Molti, ad un certo punto, si guardano allo specchio per capire chi sono. Alessandro Haber è di quelli che invece lo specchio, e anche lo schermo e la quarta parete, lo sfondano e ci passano attraverso, rimanendo con il suono del mondo addosso, con lo spirito di un ragazzino mai cresciuto e con la lucidità di chi "scene", di copione e di vita, ne ha vissute tantissime. Riassumeremo così quello che abbiamo portato via dopo un'ora in sua compagnia. Il motivo? L’attore e regista, icona del cinema e del teatro italiani, ci ha raccontato il suo spettacolo "Volevo essere Marlon Brando" - in programma dall'11 al 14 dicembre al Teatro Comunale di Bolzano (QUI INFO) - per poi abbandonarsi ad un flusso di coscienza a 360° in cui ha ripercorso la sua vita professionale, e non.
E così, dalla sua autobiografia portata in scena - uno spettacolo libero e indomabile "da non perdere" - Alessandro Haber si racconta senza freni né pudore, dall'infanzia trascorsa in Israele a quell'improvviso, ma inevitabile, scatto nel presente: "Netanyahu? Un personaggio vergognoso".
Ma no solo: l'amore per il personaggio Gigi Baggini e il ricordo di Ugo Tognazzi (che Baggini lo interpretava), l'indimenticabile scena di Paolo e Adelina in "Amici Miei II" e quel rapporto speciale "tra il lavoro e l'amicizia" con due mostri sacri come Mario Monicelli e Pupi Avati, senza risparmiare una "stoccata" a Leonardo Pieraccioni, "che alla fine è finito col ripetersi". Ma anche il momento in cui "ho capito che stare sul palcoscenico era la mia vita" e la "dipendenza totale dal mestiere che mi ha salvato", e anche la canzone "La valigia dell'attore" scritta per lui da Francesco De Gregori. E infine un'ultima domanda, che non potevamo non fargli: chi è oggi Alessandro Haber?
Se dovesse raccontare in poche parole il suo spettacolo, che nasce dalla sua autobiografia, lo definirebbe più un bilancio, una confessione, un atto d'amore per il teatro?
Direi tutte queste cose messe assieme. Senza svelare molti dettagli lo considero uno spettacolo da non perdere: non voglio essere presuntuoso, però in queste repliche abbiamo capito che è un lavoro particolare e fuori dagli schemi. Non è Pirandello, né Čechov, ma neppure Shakespeare, e il pubblico ne esce sorpreso e anche commosso: è uno spettacolo che lascia qualcosa dal punto di vista emotivo e che fa riflettere. È come se, mentre io mi metto a nudo raccontando qualsiasi cosa senza pudore, la gente rivedesse sé stessa, rivisitando la propria vita. Rappresenta la passione incontenibile per il mio lavoro e la voglia di mettermi sempre in gioco: questo mestiere mi ha salvato, ha racchiuso tutto e ha toccato tutta la mia vita.
Ad emergere sono due figure fortissime, una reale e una inventata: Marlon Brando e Gigi Baggini. Che cosa rappresentano per lei?
Chi non voleva essere Marlon Brando? Un attore tridimensionale, un volto che rimaneva impresso in maniera incredibile sulla pellicola, una persona dal carisma straordinario. Poi però ho capito però che mi piaceva molto di più Baggini, il personaggio inventato e interpretato da Ugo Tognazzi in “Io la conoscevo bene” di Pietrangeli: un attore fallito, sbeffeggiato, la cui unica prerogativa è fare bene il trenino, che io ho chiamato tip-tap, e che viene chiamato a esibirsi per poi essere preso in giro, ballando sul tavolo davanti a tutti. Lui lo fa sperando di ottenere un risultato, di coronare il suo sogno di esprimersi attraverso questo mestiere, ma non ce la fa. È un personaggio che ho sempre tenuto vicino a me, cercando sempre di “salvarlo”. Ho amato tantissimo quell’interpretazione di Tognazzi, che definirei da Oscar. Nella vita questo mi ha spinto ad aiutare gli “ultimi” a riscattarsi, dando una mano a chi aveva talento e anche sogni da realizzare. Volevo insomma essere Marlon Brando ma soprattutto Gigi Baggini, per riscattare tutti i "Baggini" del mondo.
E ad un certo punto Dio le parla da dentro lo schermo, con la voce di Michele Placido. Cosa significa?
Lo spettacolo si apre con il protagonista in casa, durante la notte degli Oscar: accendendo il televisore appare Dio-Placido. Io in quel momento mi sento “in lista d’attesa” per andarmene, non si sa bene quando, e Dio non sa dove mandarmi, perché ho fatto talmente tante cose nella vita che non sa se spedirmi all’inferno, al purgatorio o in paradiso. Mi chiede allora di fare un ripasso della mia vita per poter arrivare ad un giudizio. Da lì inizia lo spettacolo: io mi racconto, poi alla fine non vengo mandato da nessuna parte, e la "soluzione" è sorprendente e mi permetterà di continuare a "giocare", a fare quello che faccio.
Apriamo il cassetto dei capitoli della sua vita, e partiamo dall'inizio. Lei è figlio di un ebreo che portò la sua famiglia nel neonato stato di Israele. L'infanzia la trascorse a Tel Aviv, più precisamente a Giaffa, poi se ne andò: cosa le lascia quel periodo e come guarda all'oggi? Lei tra l'altro ci tornò, ma fuggì dopo un giorno.
Sono nato a Bologna alla fine della guerra, poi quando avevo sette-otto mesi siamo volati in Israele ed è come se fossi nato lì: fino ai nove anni sono rimasto a Tel Aviv e ci stavo benissimo. Quando sono tornato, vent’anni fa, sono scappato dopo un giorno perché non ho più ritrovato gli stessi luoghi, le stesse cose. Non ho ritrovato il bambino che c’era in me: ho preferito tenermi quell’immagine di infanzia pulita piuttosto che trovarmi di fronte a quel presente. Quello che sta succedendo oggi? Qualcosa di ignobile, e ritengo Netanyahu un personaggio vergognoso e che ha distrutto un popolo.
Dalla volta in cui si è detto "voglio fare l'attore" all’esordio nel cinema diretto da Marco Bellocchio. Ci racconta questi due momenti?
“La Cina è vicina” è il mio primo film, la prima volta che vedevo la macchina da presa. È stata una grande emozione e ho lavorato con un grande regista. Da ragazzino volevo fare l’attore: tornavo a casa, mi mettevo davanti allo specchio truccandomi e vestendomi, obbligando i miei genitori e i loro amici a sopportare le mie performance. A quindici anni ero a Verona, non ricordo neanche come ci arrivai, e andai a vedere “Chi ha paura di Virginia Woolf” con, tra gli altri, Umberto Orsini e Sarah Ferrati: lì capii un modo di esprimersi che non conoscevo. Andando indietro nel tempo, quando ero bambino in Israele venni scelto come protagonista di una recita scolastica: a un certo punto mi scappò la pipì, che scese dai pantaloni fino a bagnare i piedi del preside in prima fila. Fu un successo incredibile e lì capii che stare sul palcoscenico doveva essere la mia vita, che dovevo e volevo essere lì a regalare al pubblico una risata. Amo più l’artista che è in me rispetto all’uomo: ho sempre coccolato quella parte di me perché è lì, mi scusi il gioco di parole, che mi vedo uomo.
Un amore, quello per il suo lavoro, totalizzante: ha dichiarato che non riesce a vivere senza di esso.
Senza lavoro mi sento in astinenza, è qualcosa di totalizzante. Vivo da sempre col desiderio che il telefono squilli, in attesa di una nuova proposta. E anche oggi non è cambiato niente: l’idea di sapere che c’è un nuovo progetto davanti a me mi dà l’energia per andare avanti nei mesi di attesa. Nel 2026 farò Le ultime lune di Furio Bordon, per la regia di Paolo Valerio: sarà un nuovo appuntamento in cui mi rimetterò in gioco. Ci sono stati momenti di stasi, certo, ma fa parte del gioco. Penso di aver avuto la fortuna di ricevere un talento, quell’energia che hai o non hai e che la gente sente. Posso dire di aver fatto sempre cose uniche in teatro, senza mai ricalcare nessuno, diventando a mia volta autore di ogni lavoro e personaggio con cui mi sono confrontato. Anche rischiando: posso dire di amare l’imperfezione, ed è attraverso quella che ho sempre trovato la chiave. Penso al film L’ultimo capodanno: per la parte scomoda dell'avvocato Rinaldi (che fa credere alla famiglia di avere lavoro urgente da sbrigare, ma invece riceve una prostituta nel suo studio che soddisfa le sue strane voglie, ndr) il regista chiamò altri attori che rifiutarono, io invece accettai e fu una scena eccezionale.
Ha girato oltre 160 film, ma ha sempre detto di essere uomo di teatro: cosa le dà l'essere davanti alla platea rispetto alla macchina da presa?
Se fai un film non hai mai il controllo totale di quello che stai facendo: da quando giri a quando esce c’è di mezzo il montaggio, la post-produzione e tanto altro, e a volte nemmeno esce perché magari cadono i governi e muoiono i papi (ride, ndr). Quando fai teatro, invece, sei tu che costruisci, giorno dopo giorno, qualcosa che prima non c’era: sei proprietario e autore di ciò che fai. Nel cinema sei invece "di proprietà" di qualcun altro: una volta girata la scena, rimane tale per sempre, senza possibilità di tornarci sopra. E questa è la grande differenza.
Tra i tanti registi con cui ha lavorato scelgo di citarne tre: Mario Monicelli, Pupi Avati e Leonardo Pieraccioni. Ce ne parla?
Monicelli e Pupi Avati sono due grandi registi. Leonardo Pieraccioni ha fatto I Laureati, un film indovinato, e Il Ciclone, che è piaciuto a tutti, poi si è un po’ ripetuto. Non sono paragonabili, diciamo. Monicelli e Avati sono due persone meravigliose con cui ho lavorato e di cui sono stato inoltre amico. Monicelli aveva la peculiarità di dirti le cose in faccia, scegliendo il talento e lasciando giocare l’attore senza dare praticamente indicazioni. Pupi Avati invece ha una grande attenzione alle battute, alla recitazione, ai dettagli. Monicelli si è tolto la vita perché era uno che ogni giorno voleva crescere: quando ha visto che non ce la faceva più ha detto “arrivederci” e basta, ed stato un gesto che ritengo di grande coraggio. Ho avuto la fortuna di lavorare con loro e di essere loro amico: due figure immortali.
Francesco De Gregori scrisse pensando a lei "La valigia dell'attore", come si arrivò a questo?
È stata una cosa inaspettata, un miracolo. Mimmo Locasciulli mi presentò De Gregori a cena a casa sua: prima cantai, in un mio concerto, delle mie canzoni e lui le registrò e le fece sentire a Francesco, senza però dire che ero io. De Gregori ascoltò e, cambiando espressione, disse: “Ma chi è questo? Che voce!”. Quando gli dissero che ero io esclamò: “Ma va non ci posso credere”. Allora io lo incalzai chiedendo: “Me la scrivi una canzone?”. E lui rispose: “Certo che te la scrivo”. Locasciulli a quel punto tirò fuori il titolo “La valigia dell’attore” e, dopo una settimana, ero a Vicovaro Mandela, vicino a Roma, nel suo studio, e vidi quei due mostri sacri che lavoravano a quel pezzo. Qualcosa che non avrei mai pensato, un regalo fantastico e inaspettato. Penso che avere ricevuto la stima di uno dei più grandi cantautori di sempre sia qualcosa per cui non smetterò mai di ringraziare.
Tra le tante scene memorabili, non si può non tornare alla gag di Paolo e Adelina in "Amici miei - Atto II". Che ricordi ha di quel set?
Fu una scena che diventò cult. Ho girato un solo giorno "Amici Miei", però quella scena posso dire che ce la siamo letteralmente inventata: ci ho messo tutto me stesso ed è stato qualcosa di eccezionale. Una scena così è questione sì di talento, ma anche di fortuna, credo.
Ci racconta il suo rapporto con il grande Ugo Tognazzi?
Ugo, per me, di quello “sporco quartetto”, era il più bravo: un attore fortemente intimista, a differenza degli altri più trasformisti. Ogni volta riusciva a estrarre dal suo bagaglio i colori giusti per entrare nel personaggio, pur rimanendo sempre se stesso. Un po’ mi ci riconosco: non mi trucco mai, uso i colori della mia vita per fare tanti personaggi, dando loro credibilità, verità e un’anima. In questo Ugo Tognazzi era davvero il più bravo di tutti. Ho avuto il piacere di conoscerlo e frequentarlo: partecipai al Torneo Tognazzi a Torvaianica quando ero un giovane attore, e lì conobbi tantissima gente, personaggi che "mangiavo" letteralmente con gli occhi. Ricordo poi una cena insieme: lui era ormai invecchiato e mi disse: “Fino a qualche tempo fa ricevevo trenta chiamate al giorno, e ora non mi chiama più nessuno”. Era nella fase calante della vita, succede: è la parabola dell’esistenza. Mi mise però una grande tristezza. Poi lui se ne andò molto giovane.
Prima di salutarla, torniamo allo spettacolo: dopo una serata di "Volevo essere Marlon Brando", quando ritorna nel suo salotto vero, a luci spente, chi è davvero Alessandro Haber?
Un ragazzino che non è mai cresciuto, rimanendo con quei "balocchi" che mi permettono di giocare sempre. Una persona che sogna ancora, che ha tanti desideri da realizzare, che ha voglia di mettersi in gioco e di abbracciare il pubblico. Uno che si dà sempre, senza alcun ritegno: è solo lì, in quella dimensione, che io mi ritrovo.












