Contenuto sponsorizzato
Bolzano
24 ottobre | 16:07

"Potevo incontrarlo ma scappai come un ladro", Paolo Fresu racconta a il Dolomiti il 'suo' Miles Davis: "Mi rivedo nella sua ostinazione, e Louis Armstrong.."

Il trombettista Paolo Fresu sarà protagonista a Bolzano di Futuradio: presenterà il podcast in cui, sulla scia dello spettaclo lo 'Kind of Miles', racconta l'icona del jazz Miles Davis: "Mi sarebbe piaciuto essere al suo fianco non solo per sentirlo suonare, ma per aggiungere solo qualche nota e capire la filosofia che si celava dietro la sua architettura musicale. Stare, insomma, dentro la sua musica per respirare quel pensiero e, al tempo stesso, farlo anche un po' mio"

Foto LePEra/Roberto Cifarelli
Foto LePEra/Roberto Cifarelli

BOLZANO. Ci sono musicisti che attraversano la storia, della musica ma anche in senso lato. Lasciando davanti, e dietro di loro, un'orizzonte di possibilità: Miles Davis, icona del jazz che nel 2026 avrebbe compiuto cent'anni, è uno di questi. A far "rivivere" una vera e propria leggenda - prima sul palcoscenico ed ora con un podcast - è un'altra icona del jazz contemporaneo: Paolo Fresu. Il trombettista sardo sarà protagonista a Bolzano sabato 25 ottobre alle 17.45 al Teatro Comunale (QUI INFO E BIGLIETTI) della Festa di Rai Radio 3 con "Qualcosa di Miles" in cui verrà presentato il podcast in tre episodi realizzato con Daria Corrias e Antonia Tessitore.

 

Paolo Fresu, ospite di Futuradio - prodotta da Rai Com e realizzata in collaborazione con la Provincia, il Teatro Stabile e con il patrocinio del Comune di Bolzano - presenterà il progetto in cui, dopo il successo dello spettacolo "Kind of Miles", racconta Davis dal suo punto di vista, mettendo insieme  appunto "qualcosa si sé e qualcosa di Miles".

 

"Mi sarebbe piaciuto stare al suo fianco: non solo per sentirlo suonare ma per aggiungere solo qualche nota, respirando il suo pensiero facendolo un po' mio" confida il trombettista nel corso dell'intervista concessa a il Dolomiti che si trasforma in una chiacchierata a 360° in cui Fresu spazia dalla "prima volta in cui ho scoperto Davis" a "quando ebbi la possibilità di conoscerlo, ma scappai come un ladro". Fino ad un gioco di pensiero in cui immagina di poter incontrare oggi quello che rappresenta uno dei suoi maestri ispiratori, svelando cosa gli direbbe e quale brano vorrebbe suonare assieme a lui.

 

Fresu, alla vigilia del centenario alla nascita di Miles Davis, e dopo lo spettacolo "Kind of Miles", è in arrivo un podcast. Cosa ci può anticipare?

 

Il podcast è quasi una trasposizione dello spettacolo in cui è presente un narratore, io stesso, con quasi una voce didattica che racconta Miles Davis: abbiamo pensato che il podcast potesse rappresentare un'ulteriore occasione di racconto e una possibilità per gli ascoltatori, e anche per quelli che non vedranno lo spettacolo, di avvicinarsi alla storia narrata. Nel podcast, che uscirà in tre puntate a dicembre, saranno presenti anche delle canzoni che non sono state inserite nello spettacolo: sarà quasi, diciamo, un compendio dello stesso. Durante l'evento a Bozano presenteremo questo lavoro, e poi ci sarà un momento musicale in cui suonerò da solo, eseguendo anche alcune canzoni di questo progetto.

 

Parliamo del progetto: già dal titolo gioca con il famosissimo album "Kind of Blue" e e sul concetto di "essere qualcosa di Miles". Da cosa nasce l'esigenza di dar voce a questo mito e che lavoro ne è uscito?

 

In precedenza avevo realizzato due lavori con il Teatro Stabile di Bolzano, "Tempo di Chet" e "Tango Macondo" e posso dire che sia Chet Baker che Miles Davis sono stati i due musicisti che ho sempre ascoltato, seguito e studiato soprattutto all'inizio della mia carriera: dopo Chet era  quindi inevitabile che il nuovo racconto teatrale vertesse su Davis, quasi per chiudere il cerchio. È un lavoro in cui mi sono messo in gioco personalmente, oltre a scrivere il testo ho fatto anche l'attore, ruolo che non avevo mai ricoperto prima. È stato bello e interessante, ma anche molto difficile: mi sono, diciamo, messo alla prova e sono felice di ciò. Chet Baker è stato raccontato con una vera opera teatrale, mentre Miles Davis in modo un po' differente: non il suo racconto biografico ma quello del suo pensiero, di quello che lui ha raccontato in musica – le sue lotte e le sue passioni, i suoi capisaldi e le sue scelte musicali – che sono in qualche modo legate anche al mio percorso personale e artistico.

 

Raccogliamo l'assist. Come la sua esperienza di giovane musicista sardo degli anni Settanta si rispecchia – magari in controluce – nella parabola di Davis?

 

Miles è stato un uomo molto ostinato e determinato nel raggiungere i suoi obiettivi, anche dal punto di vista sociale, penso al contrasto alla discriminazione razziale. La mia storia e la mia "lotta" naturalmente è stata diversa, in un altro tempo e in un altro luogo, però rimane il fatto che sono comunque figlio di un pastore (sorride, ndr) e ho voluto dimostrare in primis a me stesso, prima che agli altri, di essere in grado di poter raggiungere dei risultati. Anch'io mi rivedo quindi nella sua ostinazione, e penso che ci sia di base un pensiero comune a più storie, lo stesso che ci porta a voler indagare altri personaggi come ho fatto io con Miles e e Chet, che mi interessavano anche per quello che hanno rappresentato oltre la musica. "Kind of Miles" cammina insomma su due binari paralleli: da un lato la mia scoperta del jazz anche attraverso Miles e poi quello che ho appreso nel percorso che ho portato avanti in oltre quarant'anni di carriera.

 

Si ricorda quando ha scoperto per la prima volta Miles Davis?

 

Ho un ricordo particolare: mi era stata data una cassetta in cui lui suonava una canzone, "Autumn Leaves", che io già al tempo eseguivo con il mio gruppo. Ecco, ascoltai quella cassetta per una settimana e non trovai quel brano: tornai dai miei amici e chiesi se mi avessero preso in giro: in realtà la sua versione del 1964 era suonata in modo talmente incredibile e lunare che io non lo riconobbi. Nello spettacolo dico, e lo ribadisco, che quella è stata la mia prima lezione di jazz, una musica in grado di prendere una melodia e trasformarla in un'opera d'arte.

 

Lei dice: “Forse saranno proprio la visionarietà, la poesia e il coraggio a salvarci”. In un tempo come il nostro, che cosa può insegnare Miles Davis al di là della musica?

 

Credo che rappresenti una buona metafora, soprattutto pensando alle nuove generazioni, della la capacità di affrontare il presente che viviamo: parliamo di un uomo che non ha mai chinato la testa, lottando per i diritti suoi e del suo popolo. C'è un episodio iconico: fu picchiato fuori da un locale, quando era già famoso, solo perché uscì con una donna bianca a suo fianco. Ha sempre avuto questa voglia di rivincita, e questo traspare anche dai suoi dischi: al di là del coinvolgimento sociale, dal punto di vista artistico è stato un visionario ed è riuscito a far "andare avanti" la musica, non accontentandosi mai dei successi. Non si è mai voltato indietro, e ha aperto innumerevoli porte per il jazz e per la musica contemporanea del Novecento: penso che questa visionarietà e questo coraggio dovrebbero albergare in ognuno di noi, seppur naturalmente in modalità diverse. Anche in questo periodo abbastanza buio, in sintesi, è un personaggio che può fornirci spunti di riflessione molto interessanti.

 

Un artista, come ci confermano le sue parole, che ha aperto porte incredibili: si è mai chiesto cosa sarebbe la musica oggi senza Miles Davis?

 

Questa è una bellissima domanda. Penso che sarebbe sicuramente diversa: è indubbio che lui abbia tracciato delle strade che poi sono state percorse. Non so cosa sarebbe cambiato, però la musica di oggi è permeata delle influenze di Miles: ha inventato un suono, una modalità d'esecuzione, scoprendo e inventando talenti influenti per il panorama musicale. Ci rimane poi la sua filosofia del pensiero, ma anche la sua visionarietà, che sono un lascito importantissimo.

 

E nel 1984 avrebbe avuto la possibilità di conoscere Miles Davis di persona, ma poi fu tradito dall'emozione. Cosa ricorda di quel giorno?

 

Ero stato invitato al suo concerto all'Umbria Jazz dal direttore del festival, ma quando questo mi propose di salutarlo sono scappato come un ladro perché per me era davvero una figura troppo grande: non avrei quindi saputo cosa dirgli, mi sarei sentito a disagio. Non mi presentai quindi, e un po' ora mi dispiace, anche se penso che alla fine ogni cosa abbia il suo tempo. Le racconto una cosa curiosa: al tempo abitavo già a Bologna e tornando a casa in macchina vidi una Mercedes nera sorpassarmi, e immaginai che dentro ci fosse lui. Per una settimana, ogni macchina nera che vedevo, fui colpito da quel pensiero (ride, ndr).

 

Un gioco di immaginazione: se potesse incontrare Miles Davis oggi cosa gli direbbe?

 

Gli direi quanto per me lui sia stato importante, e racconterei tutti quegli aneddoti personali che ho inserito nello spettacolo. Compreso quel giorno in cui non ho riconosciuto la sua "Autumn leaves" e anche di quel giorno in cui non ho voluto incontrarlo.

 

E se potesse suonare un brano insieme a lui, quale sceglierebbe?

 

Questa è una domanda difficilissima, dal momento che sono tantissimi i momenti della musica di Miles che amo: diciamo che mi sarebbe piaciuto stare al suo fianco non solo per sentirlo suonare, ma per aggiungere anche solo qualche nota e capire la filosofia che si celava dietro la sua architettura musicale. Stare, insomma, dentro la sua musica per "respirare" quel pensiero e, al tempo stesso, farlo anche un po' mio.

 

Prima di salutarla, una curiosità: ha raccontato in teatro Chet Baker e Miles Davis, c’è un terzo mito che le piacerebbe affrontare?

 

Non lo nego, l'altra figura è quella di Louis Armstrong: per anni ho pensato a lui come ad una figura proveniente da un passato remoto. Poi ho capito che è stato probabilmente il musicista più geniale in assoluto, e che aveva uno swing smisurato e moderno che non apparteneva a quel tempo: parliamo di un uomo estremamente intelligente e un grande innovatore, ma anche della prima pop star del jazz. Non solo un grande trombettista e cantante, ma anche la prima grande icona jazz. Vedo un grande parallelismo tra lui e Davis, dal momento che entrambi hanno proposto un pensiero "comune" che ha lasciato grandi tracce nel futuro.

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
| 23 giugno | 22:31
E' transitata un'intensissima perturbazione sulla città con la caduta di chicchi di grandine. L'intervento di Giacomo Poletti, ingegnere [...]
Cronaca
| 23 giugno | 20:45
Emanuela Pedri ha deciso di pubblicare un messaggio intriso di amore e memoria, in cui il dolore si intreccia a un percorso di trasformazione [...]
Sport
| 23 giugno | 19:57
Il doloroso tramonto sportivo di un campione prigioniero del verbo vincere. Dalla gara farsa di Kelsterbach fino alla sospensione per doping
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato