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Trento
20 maggio | 12:24

"Scrittore che porta con sé l’esperienza della poesia e un rapporto onesto con la propria prosa", ecco 'Il giorno prima' di Giovanni Fierro

"I quattordici racconti che costituiscono la raccolta si possono considerare, e non solo per la frequente presenza e richiamo al significato dei colori, una policromia narrativa del disagio nel vivere e della solitudine"

di Nicola Cetrano

TRENTO. Spesso mi è capitato di pensare ad alcuni limiti di non poca parte della narrativa contemporanea: fondamentalmente a due, fuori e dentro il perimetro degli autori che strizzano l’occhio al mercato editoriale. Il primo: la frequente mancanza, nel percorso formativo dello scrittore e nella sua pratica di scrittura, di un adeguato passaggio attraverso la macerazione, il ruminamento, lo struggimento e l’illuminazione della poesia (della parola della poesia). Il secondo: un appiattimento sul locale o su una dimensione estremamente soggettiva; e di converso, ma non raramente, la rincorsa affannosa di un “universale” che diventa per ciò stesso manieristico e stereotipato. A questi due se ne può aggiungere un terzo: la ricerca, conformistica e interessata, di una lingua tendenzialmente parlata o furbescamente ricalcata sul parlato, per evitare il problema – certo, di non facile soluzione – della elaborazione di uno strumento linguistico proprio e basato su una misura intrinseca alla voce dello scrittore, alla sua scrittura, oltre che al narrato.

 

Nel caso di Giovanni Fierro abbiamo uno scrittore che reca con sé l’esperienza consolidata della poesia e un rapporto “onesto” con la propria prosa e con il contesto di vita (la città di Gorizia: da notare che Nova Gorica e Gorizia sono per il corrente anno “Capitale europea della Cultura”), osservato e raccontato con uno sguardo attento e penetrante: nella consapevolezza di vivere un tempo e un luogo nei quali, alla storica tradizione culturale e antropologica policentrica del nostro paese (e dell’Europa), si sta sostituendo una realtà che, anche quando ha le fratture e le caratteristiche pressoché uniche di una città e area di confine, può riassumere in sé il nostro tempo, a condizione, naturalmente, che la si sappia leggere e raccontare nei suoi aspetti più profondi.

 

Fierro, voce poetica tra le più autentiche non solo del nord-est, ha affrontato la non facile sfida del raccontar breve (delle short stories per dirla diversamente) anche come realizzazione di un desiderio di indagine-narrazione-comprensione delle tante piccole realtà e “verità” a cui ci si aggrappa per vivere: mancando le quali può accadere che la persona possa gettare la spugna. Il tutto in un rapporto maturo e consapevole, direi compassionevole, con la propria città e i suoi dintorni e con l’umanità che essa contiene.

 

I quattordici racconti che costituiscono la raccolta "Il giorno prima" si possono considerare – e non solo per la frequente presenza e richiamo al significato dei colori –  una policromia narrativa del disagio nel vivere e della solitudine di persone che spesso testimoniano la sofferenza per la mancanza di rapporti umani autentici o una lancinante memoria negativa derivante da relazioni, in particolare e molto significativamente con i propri genitori, che non hanno favorito o non favoriscono un legame positivo con l’esistenza. Circa la gravità e drammaticità della frequente mancanza di un passaggio di testimone tra le generazioni che aiuti i bambini, i giovani e poi gli adulti a trovare un senso nella vita, vengono alla mente due scrittori statunitensi: Adam Haslett e Michael Bible. Il primo un po’ di anni fa ne "Il principio del dolore" diede – anche in questo caso con dei racconti - una rappresentazione dura della marginalità e della malattia mentale, come immagine simbolica o rischio profondo del nostro tempo, non solo della società statunitense; il secondo in un racconto lungo, "L’ultima cosa bella sulla faccia della terra", ha trattato più recentemente, in modo senz’altro convincente, gli stessi temi, sempre con crudo realismo ma con una maggiore finezza e un’apertura alla speranza, sebbene incerta e non risolutiva.

 

Nel piccolo contesto di una particolarissima città di provincia e di confine, e nei suoi dintorni, spesso tra le anguste pareti di casa, dentro solitudini o relazioni non esaltanti quando non negative, tra piccoli riti quotidiani come il caffè del mattino, la preparazione e la degustazione del tè; tra momenti di possibili, ma spesso parziali o incompiute, epifanie nell’osservazione degli alberi, delle stagioni e della natura, tra ferite non rimarginate o nascenti, si svolgono le storie e si dipana il raccontare di Giovanni Fierro, con una delicatezza e mitezza d’animo che non chiudono le porte a un’incerta e forse strana speranza. E con l’ostinata ricerca di un senso nella vita, anche in quotidianità variamente costrittive; e nella consapevolezza di un tempo atroce che, comunque, con le sue tragedie e le sue violenze entra nelle nostre esistenze.

 

Tra i momenti più significativi e belli, piace riportare la descrizione dello sguardo di Stefano (p. 45, racconto “Lascia stare il tempo”):

 

“… ha gli occhi verdi, con poche pagliuzze di colore sparse attorno all’iride. Si sciolgono in una superficie d’acqua, che a volte diventa il mare, ed è evidente che lui non sa nuotare, è in difficoltà, perso senza un riferimento, un sud un nord un est un ovest, a cui fare approdo. Perché in quelle possibili direzioni, anche suo padre e sua madre si sono persi, e vagano, in altre maree, più in difficoltà di lui.”

 

All’interno di un risultato di scrittura e narrazione convincenti –  tutte le storie meritano una lettura attenta e partecipe – tra i racconti più riusciti ritengo quello sopra citato, “Lascia stare il tempo” che, per tante ragioni che spero il lettore possa condividere, mi sembra un piccolo capolavoro. Mi riferisco innanzi tutto alla forza generativa della domanda “Secondo voi, il buio si muove?”, rivolta a giovani che vivono varie forme di disagio: domanda che, per il riferimento al buio e per la costruzione sicuramente riuscita del racconto-dialogo, consente di far emergere molte zone d’ombra ma anche di luce della vita, della psicologia, delle ferite e dei desideri dei giovani che si interrogano e tentano di rispondere al quesito, anche in relazione al momento della giornata in cui cade il buio sulla città di Gorizia.

 

Considero, inoltre, sicuramente degna di nota la finezza psicologica, con cui l’autore dà voce e descrive i movimenti dell’animo, degli occhi e dei volti di Stefano, Antonella, Valter, Antonio e Anita, nel tentativo di confrontarsi attraverso questa domanda con loro stessi e con la vita. Il tutto grazie anche a una prosa, lineare e poetica al tempo stesso, che mi induce a formulare un apprezzamento sicuramente positivo del racconto in questione e, nel suo insieme, del libro che lo contiene.

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