"Mio padre dipingeva, ma doveva bruciare le tavole per scaldare la casa", storia di Flavio Girolomini, l'artista della pietra: "Nelle scanalature vedo sentieri da percorrere"
Flavio Girolomini è figlio d'arte ed è uno degli ultimi artisti custodi della memoria di un Carso caratterizzato dal lavoro tradizionale e da un paesaggio oggi profondamente trasformato. Da anni affianca inoltre alla propria ricerca artistica un costante impegno nella trasmissione delle tecniche e della passione per l'arte alle nuove generazioni

TRIESTE. Disegni, pennellate, incisioni e altro ancora per immortalare su una tela o su una tavola il panorama roccioso in cui vive da quasi cinquant'anni.
Lui è Flavio Girolomini, classe 1948, ed è uno degli ultimi maestri dell'arte e della pittura che grazie alle sue opere racconta il passato e il presente dei paesaggi del Carso, sulla falsariga dei grandi artisti “di confine” come De Cillia o Spacal.
A guidare la sua ispirazione è la pietra, l'elemento dominante di questo territorio. Ancora oggi infatti la sua arte è inscindibile dal camminare attraverso il paesaggio e osservare tutte le diverse sfumature e le pieghe della roccia che compone l'altipiano carsico.
“Ho sempre sentito un legame profondo con la pietra – racconta Girolomini a Il Dolomiti -. La roccia calcarea del Carso è piena di scanalature interessanti, per me sono dei sentieri da percorrere, delle mappe in cui viaggiare. Non per niente l'incisione è una pratica che ha rappresentato una quota importante della mia produzione”.
E una parte della sua produzione è esposta fino al 30 ottobre nell'ultima di una lunga serie di mostre che ha visto coinvolto l'artista triestino, dal titolo “Incanto dei luoghi”, allestita all'interno del palazzo del Municipio di Sgonico in provincia di Trieste, assieme ad altre opere a cura di Marina Carlin.
In queste rappresentazioni la pietra viene indagata in varie forme, sia come corredo di un panorama che come astrazione, frutto di una ricerca che parte da lontano. “Sono nato a Trieste nel rione di Città Vecchia, e già mio padre, che di lavoro faceva il tranviere, dipingeva. Tanto che fece una mostra personale appena finita la guerra convinto che così avrebbe potuto lasciare il lavoro e intraprendere una carriera nuova, lanciato nel mondo dell'arte. Ma la realtà era ben diversa, e dato che non c'erano case lui e mia madre furono costretti ad andare a vivere nel suo studio pittorico. La stanza di cinque metri per quattro dove dipingeva diventò la camera di famiglia per cinque persone, per me e dopo anche per le mie due sorelle. Delle sue opere infatti ne sono rimaste poche perché proprio in ragione del poco spazio non le conservava, e anzi talvolta usava le sue tavole come combustibile per scaldare la casa d'inverno. Ma nonostante tutto ebbe sempre grande passione e io sono cresciuto in un clima di grande entusiasmo per l'arte”.
Successivamente Girolomini ottenne ben due abilitazioni all'insegnamento, una di Educazione artistica e l'altra di Disegno e storia dell'arte, nonché una cattedra a tempo indeterminato in provincia di Pordenone, alla quale tuttavia rinunciò per trovare impiego come ferroviere alla stazione di Prosecco, trovandosi così a vivere immerso nel Carso, tra i muretti a secco, a contatto con la pietra. “Già da ragazzo andavo in Carso con alcuni amici, a fare passeggiate e indagare le sue antichità, specie tra Basovizza e la Val Rosandra, ma dal '72, con il lavoro alla ferrovia di Prosecco, mi sono trasferito e ho iniziato a viverlo davvero. Da quel momento mi sono reso conto che le pietre sono 'le ossa' del nostro pianeta. Essendo artisticamente figlio degli anni Sessanta, ero partito con una forte impronta astrattista, sul figurativismo sono rientrato in seguito. In questo senso che sia un acquerello, un acquaforte, una china o un'incisione, anche dove la forma manca la cosa che conta di più è restituire nello spettatore l'emozione ruvida della pietra, ma anche quello del lavoro ad essa connessa. Credo che siano le sensazioni che scaturiscono a determinare quanto un'opera riesca a cogliere nel segno”.
Una trasformazione del paesaggio che Girolomini ha potuto osservare direttamente nel corso dei decenni, vivendo il Carso e seguendone i cambiamenti. Un territorio che, come racconta, ha mutato profondamente il proprio rapporto con le attività umane e con la cura della terra, lasciando tracce anche sulle scelte artistiche delle sue opere.
“Il Carso è come la montagna, tutto cambia molto in fretta. Basti pensare che mentre da bambino se andavo su un prato mi sgridavano perché si rovinava il foraggio, che era fondamentale per gli animali, negli anni Ottanta si ribaltò la prospettiva, e la Regione dava un premio in denaro per l'abbattimento delle vacche nell'ottica di contenere le eccedenze a livello europeo, e in poco tempo le mucche erano praticamente scomparse. Oggi in generale c'è meno cura del territorio rispetto ad un tempo, e questo influisce sulla mia produzione portandomi a preferire la realizzazione di paesaggi. Trovo che il panorama sia qualcosa di più duraturo, sono immagini che parlano e si riconoscono per molto tempo, anche per le generazioni successive”.
L'attività di Flavio Girolomini in tanti anni non si è mai fermata e anzi si è estesa. Accanto alla crescita dei suoi due figli, al lavoro, alla sua arte, si è infatti dedicato con costanza al volontariato, dapprima nel Wwf., poi nel mondo della cultura e della didattica, insegnando disegno, pittura, tecniche incisorie e storia dell'arte all'Università popolare, all'associazione di arte e grafica “Prints” e all'UniLibertà “Auser”, dove insegna ancora oggi sin dal 1998, oltre ad aver favorito numerose esposizioni artistiche anche dei propri allievi. Le sue mostre, così come il suo impegno per la collettività, gli sono valsi numerosi riconoscimenti personali, tra i quali il conferimento del Sigillo Trecentesco del Comune di Trieste.
Oggi Flavio Girolomini continua ad essere un punto di riferimento per l'arte a Trieste. L'artista che dipinge il Carso tra le pieghe della sua memoria.













