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| 13 gennaio | 10:04

''The Ancient Hours'', un libro per capire l’America di Trump…e non solo

Il punto di vista prevalente, sia come oggetto sia come soggetto di narrazione, è quello giovanile, più propriamente adolescenziale. Il nucleo della vicenda è tragico: il tentativo di suicidio di un adolescente causa una strage nella Prima chiesa battista di Harmony

di Nicola Cetrano

TRENTO. La lettura de L’ultima cosa bella sulla faccia della terra (traduzione seducente ma non saprei dire fino a che punto coerente con il titolo del libro The Ancient Hours, di M. Bible, apparso negli U.S.A. nel 2020) risulta avvincente e permette di capire più in profondità, probabilmente anche per la sua crudezza, alcune tendenze in atto non solo nella società statunitense, in particolare nell’universo giovanile. Si tratta di un testo narrativo collocabile tra il racconto lungo e il romanzo breve: del primo ha la relativa brevità, del secondo un’articolata architettura narrativa, giocata sull’intreccio abilmente tessuto della dimensione temporale con la varietà degli angoli visuali dei personaggi principali. M. Bible, benché giovane, si rivela un autore con una base solida per quanto riguarda la formazione e i riferimenti letterari (in particolare S. Beckett, J.D. Salinger, V. Wolf, W. Faulkner) e una lucida capacità di comprensione del nostro tempo.

 

 

Il punto di vista prevalente, sia come oggetto sia come soggetto di narrazione, è quello giovanile, più propriamente adolescenziale. Il nucleo della vicenda è tragico: il tentativo di suicidio di un adolescente causa una strage nella Prima chiesa battista di Harmony. Iggy, il giovane responsabile, sarà condannato a morte e il testo ne racconta gli ultimi giorni di vita in cella. A distanza di anni, sempre nella cittadina di Harmony (nome immaginario e ossimorico al tempo stesso) nel sud degli U.S.A., molti si interrogano ancora sulle cause di quella tragedia; mentre sullo sfondo si è dipanata la vita di Cleo e quella molto breve di Paul, ragazzi come Iggy, che condividevano con lui “la Costante”, cioè quel sentimento sottostante e continuo di solitudine, angoscia, noia e frustrazione.

 

La scrittura, efficacemente mimetica, si basa su un periodare breve, rapido e incisivo; l’architettura d’insieme del testo, nonostante la limitata ampiezza del racconto, è piuttosto complessa ma finemente orchestrata: per queste ragioni il lettore si trova coinvolto nella ricostruzione di un puzzle narrativo, costituito da tempi soggettivi e punti di vista diversi, su sé stessi o uno stesso fatto. Il tema centrale, rappresentato appunto dalla “Costante”, è la solitudine: individuale, generazionale, collettiva, in particolare degli adolescenti, in una società frammentata e in un tempo rastremato e vissuto nella dimensione prevalente, se non esclusiva, del presente.

 

Il libro, pur non essendo stato scritto con una finalità didascalica, grazie anche al suo carattere iperbolico, testimonia quanto sia grave e pericolosa la frattura tra le generazioni, soprattutto quando questa frattura mette all’angolo i giovani, nell’impossibilità di individuare, nel presente come nel passato, persone, idee, una fede, a cui ispirarsi perché credibili. Da qui scaturisce una ricerca, spesso autolesionistica anche perché del tutto ignara del senso del limite, di una pseudo libertà e realizzazione di sé nel consumo di alcol, stupefacenti e in una sessualità confusa, o in una religione “fai da te” o compromessa dallo spirito di setta.

 

Alla fine della lettura, sebbene l’autore non sia mosso da nessun intento moralistico e sia propenso a sospendere il giudizio sull’umano, il lettore, insieme a un sentimento di angoscia, prova un senso di pietà per quei personaggi che sembrano come soggiogati da una ineluttabile tendenza all’autodistruzione. E cerca di afferrarsi a quel barlume di speranza che, anche paradossalmente, il racconto manifesta in quei giovani che, riappropriandosi di un senso semplice della vita e delle piccole cose, sfuggono al precipitare quasi inevitabile nel vortice dell’autolesionismo. Oppure nel valore epifanico che, vista dalla finestra di una cella, può avere la fioritura di un corniolo, come “ultima cosa bella sulla faccia della terra” (p.41), nel suo seguire il naturale andamento delle stagioni. Oppure, ancora, nella riaffermazione del valore salvifico di una relazione di cura, anche all’interno di una immane tragedia.

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