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Il bonus aggregazioni apre alla “legge del più forte”: le piccole imprese in difficoltà verranno assorbite da quelle più grandi, che non saranno necessariamente trentine

Anche alle imprese provenienti da fuori provincia sarà consentito arrivare in Trentino “per fare acquisti” ma così, anziché salvare le piccole attività, si rischia di spingerle in pasto alle grandi aziende. Chi ha disponibilità di liquidità sarà avvantaggiato e in un momento come questo la criminalità organizzata può avere accesso a questo tipo di risorsa

Di Tiziano Grottolo - 12 maggio 2020 - 20:58

TRENTO. Con la recente approvazione del ddl Fugatti-Spinelli è stato dato il definitivo via libera anche il cosiddetto bonus aggregazione, un meccanismo tramite il quale la Pat erogherà un contributo per agevolare l’acquisizione (o l’aggregazione anche se non è specificato in che forma) delle aziende trentine messe in difficoltà dal lockdown. In pratica se da un lato la Giunta rivendica di intervenire “soprattutto in favore dei soggetti più piccoli”, le imprese che hanno meno di 9 dipendenti, che in Trentino rappresentano la maggioranza; dall’altro si spingono le aziende in difficoltà a gettare la spugna. Alcuni studi affermano che a livello nazionale potrebbero chiudere i battenti tra il 7% e il 10% delle attività e, guardando lo studio elaborato dalla Camera di Commercio, in tal senso la situazione in Trentino non è di certo rosea.

 

Il principio alla base lo spiega lo stesso assessore al lavoro e allo sviluppo economico Achille Spinelli: “Il bonus aggregazione nasce su un’idea semplice – spiega – se abbiamo imprese in difficoltà queste difficoltà poi finiranno sulle spalle della Provincia, i lavoratori di queste imprese finiranno nel sistema degli ammortizzatori sociali e delle assistenze provinciali e dovremmo intervenire con delle spese a carico delle casse provinciali”. Ergo per salvare posti di lavoro e non gravare sul bilancio della Pat meglio che queste aziende vengano assorbite da qualcun altro.

 

In linea di massima potrebbe essere un principio condivisibile, in tempi ordinari è uno strumento che è già stato usato: si tratta di un meccanismo simile a quello che avviene per le procedure negoziali, operazioni concertate per salvare, attraverso una acquisizione, un’azienda e dove l’amministrazione pubblica può concorrere a fronte di determinate garanzie, come il mantenimento dei posti di lavoro o il vincolo a non delocalizzare. Questa procedura però, non tiene conto che quello verso cui l’economia trentina sta procedendo non è uno scenario ordinario. Le aziende in difficoltà non saranno una manciata bensì una miriade, un numero molto elevato di attività è già alle prese con problemi di liquidità. Per quanto riguarda le garanzie ci sarà un vincolo che impegnerà l’azienda che ne ingloba un’altra a rimanere sul territorio per almeno 5 anni, stesso vincolo che esiste per il mantenimento della forza lavoro, anche se non vengono specificati gli strumenti con i quali si faranno valere queste regole in caso di inadempienze. Sarà facile per chi viene a fare spesa in Trentino aggirare questi vincoli, soprattutto con lo spauracchio di una crisi imminente.

 

“Il vantaggio delle aggregazioni aziendali consiste nel fatto di permettere a un soggetto forte, capace di stare sul mercato, organizzato, strutturato, di poter acquisire o comunque strutturare una forma di collaborazione con le imprese che in questo momento sono in difficoltà”, dice Spinelli. In pratica l’impresa più grande può sostenere spese più importanti e quindi, per la Giunta, i lavoratori saranno meglio garantiti e meglio retribuiti. Affermazione vera in linea di principio ma che non rappresenta un assioma: anche le grandi aziende in un momento come questo saranno chiamate a grandi sacrifici e non tutte garantiscono lauti stipendi e buoni sistemi di welfare ai propri lavoratori.

 

Grazie a questo strumento si aprono le porte del Trentino ai grandi gruppi nazionali e internazionali che potrebbero arrivare in Provincia “a fare compere”. L’assessore ha sottolineato: “Le aziende non devono essere per forza Trentine, se viene un soggetto da fuori e resta qui noi siamo contenti ugualmente, vuol dire portare un’impresa in difficoltà all’interno di un’azienda capace di operare, con una struttura più ampia più forte”. Anche in questo caso si tratta di dichiarazioni che potrebbero essere vere sulla carta ma che dovranno reggere alla prova dei fatti.

 

Ma la preoccupazione che più di ogni altra dovrebbe essere tenuta da conto è la possibilità di che in questo meccanismo venga sfruttato dalla criminalità organizzata. Nelle semestrali relazioni redatte dalle Direzione investigativa antimafia viene riportato che “la diffusione di ricchezza e la possibilità di investimento offerte dal contesto economico-imprenditoriale del Trentino-Alto Adige costituiscono una potenziale attrattiva per la criminalità mafiosa”. La Dia mette in guardia: “Bisogna sempre tener presente che le mafie adottano una strategia graduale di infiltrazione del tessuto economico e finanziario, mantenendo un basso profilo per non attirare attenzione – infatti – è nota la tendenza delle organizzazioni criminali, soprattutto di tipo mafioso, a riciclare e reinvestire capitali di provenienza illecita al di fuori delle aree d’origine, prediligendo i territori caratterizzati da un tessuto economico ricco e sano, come è nel caso del Trentino Alto Adige, nel quale i flussi di denaro possono diluirsi e risultare meno evidenti”.

 

Se è vero che né per la provincia di Trento, né per quella di Bolzano, sono state riscontrate forme di radicamento della criminalità organizzata non si possono escludere tentativi d’infiltrazione con particolare riferimento ai settori dell’edilizia, delle attività estrattive e della ristorazione. La congiuntura economica verso cui si sta andando, legata alla difficoltà di avere accesso a forme di credito, metterà queste organizzazioni in una posizione di vantaggio. Per l’appunto la grande disponibilità di liquidità è da sempre una delle leve utilizzate da questi gruppi per ramificarsi sul territorio. Il rischio, tutt’altro che ipotetico, è che uno strumento varato con le migliori intenzioni si trasformi nel cavallo di Troia per quelle organizzazioni criminali che da tempo aspettano l’occasione giusta per mettere radici in una regione considerata un “ponte di collegamento” fra le attività locali e le ramificazioni delle cosche all’estero.

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