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| 10 nov 2021 | 09:33

Crisi del grano, Felicetti: ''Impossibile negare gli effetti del cambiamento climatico. Mai vista situazione simile in 30 anni ma il mondo della pasta tiene''

Il titolare del pastificio di Predazzo, già presidente dei pastai italiani, spiega che ''è un problema internazionale generato da quel che è successo a livello atmosferico in Nord Europa e in Nord America: grandi siccità in Nord America e inondazioni  in Nord Europa, soprattutto in Francia”. E cita il rapporto di maggio 2021 della United States department of agricolture secondo cui “il 98% dei campi di grano duro sono affetti da una severe drought, siccità severa, il che significa che mancheranno milioni di tonnellate di grano duro in un anno”

di Francesca Cristoforetti

TRENTO. “C’è una carenza di grano duro a livello mondiale. Per il quarto anno di fila si è consumato di più di quanto si è prodotto. Malgrado ci sia ancora molto negazionismo sul cambiamento climatico e gli effetti che sta causando, forse dovremmo renderci conto che tutti questi eventi atmosferici così estremi creano degli impatti anche nei confronti di chi si sente totalmente estraneo alla tematica”. Questo Riccardo Felicetti, titolare dell’omonimo pastificio di Predazzo già presidente dell'International Pasta Organisation e dei pastai italiani, che raccoglie il grido di allarme lanciato negli scorsi giorni dalle pagine de il Dolomiti da Coldiretti sul rincaro delle materie prime e per la quota record del prezzo del grano che manca insieme ad altri cereali (QUI ARTICOLO).

 

Il fatto che manchino grano e cereali, per il presidente Felicetti è da ricollegare prima di tutto alle condizioni di instabilità atmosferica. “È un problema internazionale – prosegue – generato da quel che è successo a livello atmosferico in Nord Europa e in Nord America, peraltro totalmente opposte: grandi siccità in Nord America e inondazioni nel momento sbagliato in Nord Europa, soprattutto in Francia”. Il titolare riporta il rapporto di maggio 2021 della United States department of agricolture secondo cui “il 98% dei campi di grano duro sono affetti da una severe drought, siccità severa, il che significa che mancheranno milioni di tonnellate di grano duro in un anno”.

 

La problematica del cambiamento climatico si ripercuote quindi inevitabilmente sull’economia globale, coinvolgendo anche il settore alimentare: “La bilancia tra produzione e consumo del grano duro è praticamente in deficit – sostiene il titolare del pastificio - nel senso che sono quattro anni che si consuma di più di quanto si produce. Il calo stimato intorno al 25 - 30% dei volumi a disposizione ha creato da una parte fenomeni di ritenzione e dall’altra di aumenti dei prezzi, giustificati, ma elevati”.

 

La situazione è attualmente molto preoccupante e Felicetti chiarisce che “sono eventi eccezionali che nella loro gravità e nella loro dimensione non si sono mai verificati negli ultimi trent’anni. Speriamo che le prossime campagne agricole e granarie possano mitigare la serie di aumenti che ci sono stati negli ultimi tre, quattro mesi”. La mancanza di cereali e il loro conseguente aumento di prezzo sui mercati internazionali non dipende direttamente dalla pandemia. Ciò che però ha lasciato il Covid è stato un forte impatto sulla catena di fornitura alimentare con il blocco dei trasporti terrestri e navali. “Reimpostare sistemi di organizzazione logistica messi in stand-by per mesi è stato difficilissimo – continua il titolare – l’economia è ripartita in maniera forse inaspettata, probabilmente perché la richiesta di merce a livello internazionale è stata più alta di quanto ci si potesse attendere, i consumi sono aumentati e la macchina logistica non era sufficientemente pronta a rispondere, anche a causa della carenza di organico”.

 

Per quanto riguarda i consumatori “non credo serva preoccuparsi se ci sia o meno disponibilità di prodotto sugli scaffali, ma piuttosto di continuare ad avere un prodotto sano, buono e sicuro. Ma questo è responsabilità di ogni pastaio e noi facciamo di tutto riuscire a garantirlo”. Si cerca quindi di mantenere la qualità del prodotto con “un’origine definita e ben chiara”, nonostante il mercato dei cereali sia “un mercato internazionale, permeabile”. Infatti sostiene Felicetti, “al variare delle condizioni di mercato o atmosferiche se cala il raccolto o aumenta la produzione si creano dei disequilibri che diventano estremamente costosi”. Sotto il profilo economico anche i pastai sono soggetti passivi: “Riceviamo un prodotto aumentato e cerchiamo di mitigare il più possibile la situazione – assicura – ma saremo costretti a proporre dei listini modificati ai nostri clienti in tutti i canali, dall’industria, alla ristorazione, alla grande distribuzione, all’e-commerce”.

 

Cali nelle vendite? “Storicamente non c’è mai stato un forte calo nel consumo di materie prime in occasione di crisi simili a quella attuale – sostiene Felicetti – mi aspetto che non succeda nemmeno questa volta. La pasta, ad esempio, rimane comunque l’alimento meno costoso per porzione che c’è sugli scaffali”. Saranno altre categorie ad usufruire meno di questo cereale: “Sicuramente dal mercato del grano duro, all’aumentare del prezzo – conclude - usciranno altre categorie, per esempio i mangimifici cercheranno ingredienti diversi per la produzione di mangimi e chi fa biodiesel opterà per altri vegetali con i quali produrlo”. I prezzi sono talmente elevati “da raggiungere una soglia per la quale è più facile e meno oneroso raffinare le sabbie petrolifere del Canada piuttosto che fare biodiesel con il grano”. Non è quindi il cittadino a smettere di comprare il grano sotto forma di pasta, “ma più gli utilizzatori industriali che sicuramente non ne fanno un utilizzo alimentare”.

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