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| 13 set 2022 | 16:39

Operai usati come prestanome e 140 mila euro nascosti nel guardaroba, maxi frode nell'edilizia: nei guai 3 imprenditori e 16 società

I militari del Gruppo di Bolzano, hanno denunciato 11 persone per i reati di utilizzo ed emissione di fatture per operazioni inesistenti, omessa o infedele dichiarazione, dichiarazione fraudolenta, occultamento o distruzione di scritture contabili, indebite compensazioni, riciclaggio e autoriciclaggio

BOLZANO. Operai edili usati come prestanome per amministrare società delle quali sapevano poco o nulla e un sistema di “trucchetti” per evadere imposte. I militari della Guardia di Finanza del Gruppo di Bolzano, al termine di una complessa attività d’indagine svolta nei confronti di 16 società operanti nel settore edile, hanno denunciato 11 persone per i reati di “utilizzo ed emissione di fatture per operazioni inesistenti”, “omessa o infedele dichiarazione”, “dichiarazione fraudolenta”, “occultamento o distruzione di scritture contabili”, “indebite compensazioni”, “riciclaggio” e “autoriciclaggio”.

 

Degli undici soggetti denunciati, otto erano i semplici “prestanome” ma un duro colpo è stato dato per tre costruttori residenti in Alto Adige che gestivano, di fatto, le 16 società edili: una volta che le Fiamme Gialle hanno scoperto i loro trucchetti per evadere le imposte, si sono visti sfilare dalle tasche 4 immobili e risorse liquide per 1,3 milioni di euro, per un totale di circa 4,2 milioni di euro.

 

LE INVESTIGAZIONI

Le investigazioni sono state avviate quando, durante una normale verifica fiscale, i finanzieri hanno notato la presenza di fatture, anche d’importi molto elevati, prive di qualsiasi riferimento a operazioni realmente esistenti, a cantieri in corso o a lavori svolti.

 

I successivi approfondimenti hanno consentito di scoperchiare il vaso di pandora. I trucchetti per frodare il fisco erano i più fantasiosi: in primis, il classico sistema delle “false fatturazioni” emesse tra alcune delle società, utilizzato per addossare alle imprese riceventi costi che le stesse non avevano mai sostenuto, con conseguente abbassamento del loro utile e risparmio delle imposte.

 

Un altro stratagemma era quello dello “storno di fatture”: in sostanza, una società emetteva fattura nei confronti di un’altra senza indicare Iva a debito (situazione possibile nel comparto edilizio in presenza di determinati regimi contabili). La società ricevente (anche in questo caso complice) non provvedeva al pagamento in quanto la fattura veniva immediatamente stornata, come se si trattasse di un errore contabile. Tutto regolare? In apparenza si, se non fosse che, nella fattura di storno, veniva indicata anche un’Iva a credito, pur in assenza, come detto, di un precedente addebito del medesimo tributo. Ripetendo con continuità il “giochetto” dell’emissione di fatture senza Iva a debito e degli storni con indicazione di Iva a credito, operazioni apparentemente “innocue” permettevano alle società di accumulare ingenti crediti Iva, che, al pari di denaro liquido, venivano utilizzati in compensazione per pagare altre imposte, ritenute o contributi dei dipendenti.

 

Poiché l’obiettivo prioritario era quello di ridurre al minimo il pagamento delle imposte (arrivando a versare poco o nulla all’erario), quando non erano sufficienti i falsi crediti Iva, i tre costruttori intervenivano aumentando a dismisura (e in maniera fraudolenta) il credito connesso al cosiddetto «Bonus Renzi», fingendo così di riconoscere i famosi “80 euro” a un numero spropositato di lavoratori, di gran lunga superiore ai dipendenti realmente impiegati.

 

 

Tutti i meccanismi utilizzati dagli indagati sono stati scoperti grazie a un’attività certosina che ha portato i militari a eseguire perquisizioni in varie regioni italiane; infatti, le società, sebbene gestite da Bolzano, avevano le sedi formali anche a Milano, Bologna e Roma. Sono stati spulciati migliaia di documenti e analizzati i conti correnti bancari di tutte le società e persone fisiche coinvolte.

 

Per entrare nel vivo delle dinamiche fraudolente, si sono rivelate utili anche le attività tecniche d’intercettazione. Svelata la frode e constatata un’evasione alle imposte sui redditi e all’Iva pari a 11,9 milioni di euro, l’impegno delle Fiamme gialle si è concentrato sulla ricerca delle ricchezze illecitamente accumulate, arrivando a scoprire che i tre imprenditori edili avevano reinvestito parte dei proventi illeciti (oltre 2,7 mln di euro) in edifici di pregio intestati a società dagli stessi gestite (ora tutti sotto sequestro). Gli immobili sono in zone prestigiose di Bolzano, del meranese e di Appiano. Proprio nello scenario della Strada del Vino, disponevano di una proprietà con una meravigliosa piscina con vista sul lago di Caldaro. Inoltre, per tentare di far “sparire” il denaro depositato sui conti correnti, richiedevano alle banche l’emissione di assegni circolari, che non venivano mai incassati. Attraverso questo espediente, il denaro veniva spostato in un conto transitorio della banca, cosicché gli indagati speravano di farla franca nel caso di sequestri o, quantomeno, si auguravano di ridurre al minimo i rischi.

 

Questa astuzia è stata scoperta grazie al continuo scambio informativo intercorso tra la Guardia di Finanza, l’Unità d’Informazione Finanziaria della Banca d’Italia e le banche territoriali interessate.

 

Questa sinergia ha portato al tempestivo “congelamento” degli assegni circolari fraudolentemente emessi e al recupero di risorse finanziarie illecitamente detenute dagli indagati. Oltre agli immobili, agli assegni circolari e al denaro presenti sui conti correnti, sono state sequestrate anche rilevanti somme in contanti. In particolare, nel corso di una perquisizione eseguita nell’abitazione di uno degli indagati, i Finanzieri hanno scoperto un vero e proprio “tesoretto” e hanno sottoposto a sequestro circa 140 mila euro, nascosti nel guardaroba.

 

Su decisione del Giudice per le Indagini Preliminari, è stata disposta, infine, l’amministrazione giudiziaria di 5 delle società coinvolte.

 

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