Contenuto sponsorizzato
| 03 lug 2023 | 18:50

“Pochi laureati, austerity nelle imprese e nel lavoro: ecco l'Italia non efficiente (ma resiliente e più povera) che rischia un equilibrio di livello mediocre”

A pochi giorni dalla polemica nata dopo l'ultima uscita di Flavio Briatore, sul Corriere della Sera Federico Fubini inserisce la problematica relativa al basso livello di laureati (e, soprattutto, di giovani laureati) nel nostro Paese in un lungo approfondimento sulla situazione presente (e futura) dell'Italia. In poche parole siamo diventati un “paese campione di resilienza” che dimentica, però, l'innovazione

TRENTO. L'equilibrio economico nazionale? In Italia poggia su “bassa istruzione, bassa produttività, bassi salari, bassi consumi, bassi investimenti, bassa dimensione media d'impresa, alta accumulazione di risparmio privato”. Un profilo in linea con quello di un Paese “non efficiente, ma resiliente” e che guardando al futuro deve chiedersi, in sostanza, quali siano le sue ambizioni. Ed è proprio questa la domanda con la quale Federico Fubini conclude il suo intervento odierno sulla rubrica Whatever it takes, sulle pagine del Corriere della Sera. Un intervento che, almeno in parte, riprende un tema parecchio discusso negli ultimi giorni (anche su il Dolomiti, Qui Approfondimento) dopo l'ultima uscita di Flavio Briatore ("Io sono stato da un falegname l'altra settimana. Tutti i falegnami nello studio avevano più di 50 anni perché non avendo delle aziende che possono sopravvivere da sole, ai figli fanno fare altre cose tipo mandarli a scuola o all'università. Noi ci ritroveremo tra 20 anni che non ci saranno più falegnami, non ci saranno più muratori, non ci sarà più gente che fa i controsoffitti"): quello del livello medio d'istruzione nel nostro Paese, che purtroppo si trova agli ultimi posti in Europa per quanto riguarda, per esempio, la percentuale di giovani laureati. Un tema che si lega a doppio filo a tantissime delle altre problematiche che l'Italia si trova ad affrontare, dalla produttività del lavoro allo scarso slancio verso l'innovazione e gli investimenti fino al problema (ormai endemico) del lavoro povero. Il tutto mentre il Paese si trova ora in equilibrio sui propri costi perché nel complesso sappiamo solo praticare l'austerità nelle imprese e nel lavoro. Non perché diventiamo più efficienti”. Ma procediamo con ordine.

 

Basandosi sui dati condivisi dalla Banca centrale europea nel suo ultimo bollettino economico, Fubini precisa subito come l'Italia sia “fra i Paesi o il Paese dell'euro che ha guadagnato più competitività internazionale dal 2019”. Un elemento, almeno a prima vista, positivo ma del quale è necessario spiegare le cause: “Questo guadagno di competitività – spiega infatti il giornalista – è soprattutto il frutto di un più forte contenimento dei salari e dei profitti rispetto a quasi tutte le altre economie”. In sostanza quindi, durante la fiammata dell'inflazione: “Abbiamo accettato di diventare più poveri pur di restare economicamente attivi. Oggi, con un po' di retorica, si dice: siamo resilienti”. A livello tecnico questo si traduce però in un netto taglio del potere d'acquisto reale dei nostri salari e stipendi: “I prezzi corrono, ma le buste paga sono rimaste (quasi) le stesse”.

 

La stessa dinamica, dice Fubini, si osserva poi per quanto riguarda i profitti unitari delle imprese, cioè i guadagni in quantità di euro degli imprenditori ogni tot di valore prodotto: “Con Francia e Portogallo, siamo il Paese dove i profitti unitari salgono di meno in termini monetari; dunque anche gli imprenditori italiani accettano di comprimere i loro margini pur di restare sul mercato. Siamo diventati pronti alle rinunce, virtuosi e austeri, quasi luterani senza accorgercene: Wolfgang Schäuble dovrebbe essere fiero di noi, perché in questo ci comportiamo all’opposto esatto di come abbiamo fatto nei primi dieci anni dell’euro”. Il retro della medaglia è che, dal 2019, con l'Irlanda l'Italia è il Paese che ha guadagnato più competitività nell'area euro: “In sostanza, siamo solidi – continua Fubini – siamo resilienti, raccogliamo i frutti dell'essere stati anche austeri durante la grande inflazione". Tutto bene, quindi? Non proprio, visto che i dati arrivano mentre tutte le opposizioni si sono unite nel chiedere un salario minimo per legge in Italia a causa di un problema che, ormai, sta diventando endemico nel Paese: quello del lavoro povero.

 

“Secondo i dati Eurostat si legge sul Corriere – l'Italia è il Paese dell'Unione europea con la quota più alta di occupati a rischio povertà (dopo Lussemburgo e Romania), superata negli ultimi anni anche dalla Grecia. L'occupazione aumenta, ma 2,7 milioni di persone che lavorano in Italia sono 'a rischio povertà'. E sarebbero molte di più, se si contasse il lavoro nero. Era prevedibile che le opposizioni si unissero nel chiedere il salario minimo per legge, purché il lavoro sia dignitosamente pagato”. Insomma, da una parte una notizia positiva dalla Bce, dall'altra una preoccupante denunciata dalle opposizioni: anche in questo caso, però, non si tratta che di due facce della stessa medaglia.

Stiamo diventando un Paese solido, resiliente e dai conti con l'estero sani perché stiamo diventando anche un Paese più a basso costo rispetto alle altre economie avanzate. Non più efficiente, solo un po' più povero. Rischiamo, di questo passo, di scivolare a metà strada tra un'economia ad alto reddito, come la Francia, e una a reddito medio come, ad esempio la Polonia. In equilibrio sui propri costi perché nel complesso sappiamo solo praticare l'austerità nelle imprese e nel lavoro. Non perché diventiamo più efficienti”. Tra i sintomi di questa tendenza anche la quota di laureati tra le più basse tra le economie avanzate e a reddito medio (20%) e la quota di laureati più bassa, dopo la Turchia, nei settori digitali. “Soprattutto – ribadisce Fubini – malgrado il basso punto di partenza, negli ultimi vent'anni la quota dei laureati tra i giovani (25-34 anni) sta crescendo più lentamente che nel resto d'Europa: oggi sono poco più di uno su quattro, contro circa uno ogni due in Portogallo, Grecia e Spagna. E l'investimento pubblico in istruzione resta molto più basso, in proporzione alle dimensioni del Paese, rispetto a tutti i concorrenti con i quali ci confrontiamo”.

 

Da qui deriva anche il ritardo che l'Italia sta accumulando nelle tecnologie ad alta intensità di conoscenza e investimenti sul futuro, quelli che permettono di generare più valore aggiunto. Le poche realtà industriali che contrastano questi trend nel complesso non fanno abbastanza massa critica per spostare un equilibrio economico nazionale che poggia su bassa istruzione, bassa produttività (persa a decine di punti sui concorrenti dal 1980 in poi), bassi salari, bassi consumi, bassi investimenti, bassa dimensione media d'impresa, alta accumulazione di risparmio privato”. L'identikit di una nazione che segue questa strada lo abbiamo già citato in precedenza: quello di un Paese non efficiente, ma resiliente. Una tendenza che si rispecchia anche per quanto riguarda il debito privato delle imprese, minore rispetto alla realtà francesi e tedesche: “Eppure, in proporzione al Pil, investono molto meno delle principali concorrenti europee. Anche il debito delle famiglie è molto più basso della media nei Paesi ricchi (40% del Pil, contro 73%), simile in questo alle caratteristiche di un Paese emergente (dove la media è 47% del Pil)”.

 

Proprio l'avere conti privati così solidi ha però aiutato gli italiani ad assorbire rispettivamente le crisi del debito, del Covid, poi dell'inflazione: “Mi chiedo – conclude Fubini – se non rischiamo di accomodarci su un equilibrio di mediocre livello: troppa occupazione a basso valore aggiunto nel turismo o nell'affitto in AirB&B del vecchio appartamento dei nonni, ma poca innovazione che faccia fare strappi in avanti alla produttività e alla dimensione d'impresa”. Ecco perché al di là del (corretto) obiettivo di un lavoro pagato dignitosamente, è necessario sviluppare la capacità di creare valore tramite la conoscenza, in imprese dai processi moderni e aperti alle capacità e ai talenti dei giovani. La domanda, insomma, rimane la stessa: “Quali sono le nostre ambizioni?”.

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
| 14 maggio | 20:02
L'iniziativa lanciata dagli enti del terzo settore e dalle associazioni di categoria: ecco "Filiere Trentino. Un dossier di amministrazione [...]
Montagna
| 14 maggio | 19:59
Il comparto extralberghiero pesa sempre di più sull'offerta turistica, ci sono progetti interessanti sul territorio per riutilizzare le seconde [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato