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| 05 set 2025 | 18:08

Immigrazione, nel Regno Unito Farage rilancia con piano di espulsioni di massa: “Reform vola nei sondaggi, a destra i conservatori un'incognita"

L'analisi di Emanuele Massetti, professore associato in Scienze politiche alla Scuola di Studi internazionali dell'Università di Trento: "In caso di elezioni anticipate, il partito di Farage risulterebbe il più votato, ma non avrebbe seggi a sufficienza per governare da solo: l'incognita è rappresentata dai conservatori, che con la Brexit e poi con Boris Johnson hanno dimostrato di potersi spostare a destra, in un territorio politico potenzialmente simile a quello in cui oggi si muove Reform"

TRENTO. Proteste contro i richiedenti asilo ospitati negli alberghi, proteste per chiedere lo stop agli arrivi di irregolari e politici che propongono piani per l'espulsione di massa di quelli presenti sul territorio nazionale. Il tutto accompagnato, a livello politico, dalla repentina ascesa di un movimento di destra populista, sovranista e – ca va sans dire visto il contesto – profondamente euroscettico.

 

Considerando gli elementi nel loro insieme, d'istinto il pensiero va alla situazione italiana di qualche anno fa – e non solo – quando in piena crisi migratoria l'arena politica del nostro Paese ha visto la prepotente ascesa di partiti e movimenti populisti che, spesso, hanno fatto proprio dell'immigrazione uno dei temi chiave dal punto di vista elettorale.

 

Mutatis mutandis però, gli stessi slogan e le stesse dinamiche si osservano in maniera sempre più radicale nel Regno Unito, dove Reform Uk, il partito di Nigel Farage – protagonista indiscusso della stagione politica che ha portato al referendum sull'uscita dall'Unione europea nel 2016 – sta raccogliendo ampi consensi proprio cavalcando con forza il tema dell'immigrazione irregolare, arrivando addirittura a proporre un piano di espulsioni di massa dei richiedenti asilo per prevenire “gravi disordini civili.

 

Immigrazione e politica nel Regno Unito

 

E mentre la questione migratoria avrebbe, secondo diversi sondaggi, superato le preoccupazioni economiche tra le priorità degli inglesi, da destra a sinistra pare che gli schieramenti politici nel Paese si siano (al minimo) astenuti dal prendere una posizione netta nei confronti della proposta di Farage, testimoniando, come analizzato recentemente dal Post, uno spostamento a destra del Regno Unito nella discussione sull'immigrazione.

 

“Il tema cruciale – spiega a il Dolomiti Emanuele Massetti, professore associato di Scienze politiche alla Scuola di Studi internazionali dell'Università di Trento – è capire le motivazioni alla base della forte espansione di Reform Uk e della mancanza di una reazione forte tanto della società civile quanto dei principali esponenti politici inglesi alla proposta di Farage. Reazione che, in Europa, non si è invece fatta attendere in altri contesti”.

 

Il paragone è con l'ondata di proteste che, prima nel 2024 e poi nei primi mesi del 2025, ha interessato diverse città tedesche in particolare contro il partito di estrema destra Alternative fur Deutschland e le sue radicali politiche migratorie. Dal canto suo, riporta Reuters, Farage ha proposto di deportare circa 600mila richiedenti asilo, donne e bambini inclusi, abrogando una serie di leggi sui diritti umani per consentire le espulsioni.

 

“La chiave di lettura – continua Massetti – è principalmente di ordine politico-elettorale: in Gran Bretagna, come in tanti altri Paesi Ue, una fetta sempre più grande di popolazione è estremamente insoddisfatta per quanto riguarda la gestione migratoria. In altre parole, sempre più inglesi vogliono meno immigrati. Per quanto riguarda poi gli arrivi irregolari, la presenza in particolare di molti giovani uomini e il coinvolgimento di alcuni di questi in episodi criminali violenti sono argomenti cavalcati da Farage e che hanno generato una percezione di insicurezza". 

 

E chi fa politica, aggiunge il professore: “Deve ovviamente rapportarsi con i bisogni e i timori dell'elettorato”. Il meccanismo di risposta politica insomma si sta banalmente adattando alla richiesta di una stretta sui flussi migratori – tanto regolari quanto irregolari – che arriva dal basso, e anche i partiti più lontani dalle posizioni di Farage – i laburisti in particolare – devono tenerne conto.

 

Nel frattempo però, nel fronte conservatore sembra concretizzarsi uno slancio in avanti nella retorica che circonda il tema, in una competizione 'a destracon Reform: come riporta il Guardian, il ministro ombra Robert Jenrick – un membro dell'opposizione che nel Parlamento britannico è incaricato di seguire e criticare l'operato del ministro della giustizia del governo in carica – è per esempio arrivato a proporre di detenere i richiedenti asilo in “campi” con strutture come “prigioni rudimentali”

 

“Bisogna poi aggiungere – sottolinea comunque Massetti – che da un punto di vista politico l'opposizione in Gran Bretagna non ha un ruolo importante in termini di policy: in altre parole, il piano presentato da Farage rimane uno strumento di consenso che non ha nessuna applicabilità attualmente a livello decisionale”. Da un punto di vista politico però, il messaggio lanciato è chiaro.

 

Le proteste, gli arrivi e le ondate migratorie nel Regno Unito

 

“Per la politica – dice il professore di UniTn – è difficile opporsi a un sentimento che, di fatto, è sempre più diffuso. Solo quest'estate sono state più di 3mila le proteste più o meno grandi che, a ritmo serrato, si sono susseguite nel Regno Unito per criticare in particolare la decisione di ospitare i richiedenti asilo all'interno di strutture alberghiere. Si tratta di una pratica diffusa che secondo il governo permetterebbe di contenere i costi: in una fase di taglio della spesa sociale ha però generato forti reazioni”.

 

E tutto, naturalmente, rema a favore di chi politicamente cavalca l'onda parlando di un fenomeno fuori controllo. I numeri sono in ogni caso ben inferiori rispetto a quelli segnati in Italia nelle annate di picco: dall'inizio dell'anno sono infatti tra i 30 e i 35mila gli arrivi stimati sulle spiagge dell'Inghilterra meridionale dalla Francia. Nel solo 2023, secondo i dati del Ministero dell'Interno, in Italia nello stesso lasso di tempo erano sbarcati oltre 115mila migranti, quest'anno oltre 43mila.

 

“Il fenomeno, pur se in piccolo, è di fatto molto simile a quello che interessa le coste italiane – spiega Massetti –: si parla di piccole imbarcazioni che dalla Francia arrivano alle coste meridionali del Regno Unito, trasportando oltre la Manica persone che, in alcuni casi, avevano già affrontato la traversata del Mediterraneo. Proprio per la natura irregolare del fenomeno però, a differenza di precedenti ondate migratorie la reazione in questo caso è stato molto forte”.

 

La Gran Bretagna, dice infatti il professore, ha avuto una storia migratoria nel corso del '900 che ha portato all'integrazione di gruppi etnici diversi: “A partire dai flussi in arrivo dal Sud-Est asiatico negli anni '50 fino ai successivi dai Caraibi e ancora, alla fine degli anni '90, dall'Europa meridionale. I primi problemi a livello di percezione sono sorti negli anni '2000, quando il Regno Unito è stato interessato da un'ondata migratoria dall'Europa dell'est che ha creato un primo, forte, contraccolpo. Negli ultimi anni, proprio il fenomeno degli arrivi via mare ha esacerbato i toni”.

 

Gli effetti: Reform vola nei sondaggi, gli altri inseguono

 

E i sondaggi, come anticipato, premiano chi più ha alzato i toni: “In questo momento – dice Massetti – il partito di Farage, Reform Uk, è dato da alcuni poco al di sotto del 30%, da altri tra il 33 ed il 34%. I laburisti sono fermi al 20%, i conservatori poco al di sotto, a seguire troviamo poi i liberal-democratici (10-15%) e i verdi (10%). Il paradosso è che il governo laburista di Keir Starmer, nonostante goda di una solida maggioranza in Parlamento, si trova attualmente in caduta libera nei sondaggi, complice anche lo scandalo per il mancato pagamento di alcuni contributi da parte della vicepremier Rayner, arrivata poi alle dimissioni”.

 

In questo contesto non è quindi chiaro se il governo riuscirà ad arrivare alla naturale scadenza della legislatura, nel 2029: “Di per sé gli indicatori economici non sono particolarmente negativi – precisa il professore – la crescita è attorno all'1%, un dato non entusiasmante ma in linea con gli anni precedenti. La disoccupazione sta salendo leggermente, ma è ancora al di sotto del 5%. A pesare è il grosso deficit commerciale, che ogni anno drena risorse finanziarie verso l'estero e crea nervosismo nei mercati. In caso di elezioni anticipate, il partito di Farage risulterebbe il più votato, ma non avrebbe seggi a sufficienza per governare da solo: l'incognita è rappresentata dai conservatori, che proprio con la Brexit e poi con Boris Johnson hanno dimostrato di potersi spostare a destra, in un territorio politico potenzialmente simile a quello in cui oggi si muove Reform”.

 

Da Trump alla Lega fino a Le Pen: i riferimenti di Reform e il ruolo di Farage

 

Uscendo dal Regno Unito, i riferimenti di Farage e della sua 'creatura' politica sono chiari: il sovranismo populista che, sulle due sponde dell'Atlantico, lega i Maga trumpiani con la Lega di Salvini o il Rassemblement national di Marine Le Pen. “In particolare con Trump – dice Massetti – c'è sempre stato un grande feeling a livello ideologico fin dai tempi di Ukip (il partito indipendentista dal quale è poi nato Reform ndr). Sul fronte populista europeo, Farage è poi affine in particolare a quei partiti e movimenti, come la Lega e il Rassemblement national, che non si sono schierati nettamente con la Nato sul fronte della guerra in Ucraina”.

 

Di certo c'è che il Regno Unito, negli ultimi anni, ha giocato però un ruolo da protagonista nella questione, favorendo un progressivo riavvicinamento tra Londra e Bruxelles sfociato nella creazione della Comunità politica europea: “In questa fase – conclude il professore della Ssi – si stanno cercando altri canali per favorire una cooperazione stretta tra i due attori senza rimettere in discussione l'appartenenza della Gran Bretagna all'Unione europea: di sicuro, un buon risultato politico di Reform si tradurrebbe in un forte contraccolpo a questa prospettiva”.

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