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| 11 set 2025 | 19:13

"Nepal, è una rivolta di speranza: la Gen Z non protesta per i social oscurati, ma per prendere possesso del proprio futuro"

A il Dolomiti la testimonianza di Federica Riccadonna, roveretana di nascita e nepalese "d'adozione", in questi giorni difficili per il Paese asiatico: "Questa protesta è figlia di un tessuto sociale sfilacciato, di una pericolosa perdita di identità sotto il peso di un sistema di privilegi che crea disparità e tensione: i violenti, da condannare, sono solo una piccola minoranza e non rappresentano il cuore della rivolta"

TRENTO. A volte si tende a dimenticare, colpevolmente, che il Nepal prima di essere patria dell’Himalaya e dei suoi Ottomila, è patria dei nepalesi.

 

A ricordarcelo, travolgendoci in un gelido ma tutto sommato ridestante bagno di realtà, sono stati gli avvenimenti, convulsi e complessi, avvenuti nelle ultime 72 ore in cui sul territorio nepalese è successo letteralmente di tutto.

 

Epicentro della vicenda, la capitale Kathmandu, dove le manifestazioni di lunedì 8 settembre sono rapidamente degenerate in violenti scontri con morti e feriti, i palazzi del potere e le abitazioni di alcuni politici dati alle fiamme, il passo indietro del presidente e del primo ministro, l'intervento dell'esercito per riprendere il controllo della città.

 

A mettere ordine e darci profondità di pensiero e visione, parlando con il Dolomiti, è Federica Riccadonna, nata nel 1986 a Rovereto ma nepalese “d’adozione”. Una donna che nel Paese asiatico di quasi 30 milioni di abitanti ha vissuto a lungo, che in Nepal ha trovato l’amore (suo marito Rabindra Aryal) e che in questi giorni dal Trentino sta seguendo con trepidazione lo sviluppo di una situazione ancora in divenire.

 

“Sì, non sono giornate facili, ma siamo in contatto con tanti amici e parenti - racconta Riccadonna, che in Asia passa diversi mesi ogni anno e che tra il 2013 e il 2020 in Nepal ha vissuto stabilmente -; la cosa che più mi sta a cuore in questo momento è far passare bene il messaggio che sta alla base di questa protesta che vede come protagonisti i giovani del Paese, stanchi di decenni di corruzione e nepotismo. È la rivolta della "Generazione Z", è una protesta di speranza. E ve lo assicuro, i social in questa storia c’entrano poco o nulla”.

 

Il riferimento è alla scelta del governo nepalese di oscurare decine di piattaforme online tra cui Whatsapp, Youtube, Facebook con l’applicazione di una legge varata a fine agosto. L'oscuramento di questi e molti altri social network, scattata il 3 settembre (e durata poco, il blocco è già stato rimosso) è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, la scintilla che ha fatto esplodere un clima già infuocato.  

 

“La protesta, al contrario di quanto riportato da vari media – riprende Riccadonna –, non nasce come reazione all’oscuramento dei social: non stiamo parlando di giovani nullafacenti infastiditi dal fatto di non poter scorrere post e reel sui propri smartphone, tanto per capirsi, ma di una generazione che sta vedendo il proprio Paese sfiorire e che vuole cambiare le cose. Un giovane nepalese in patria non ha prospettive, ogni anno sono migliaia quelli che scelgono di emigrare, andarsene a cercare fortuna altrove: e così ci si ritrova con un tessuto sociale sfilacciato, con una pericolosa perdita di identità e di energie sotto il peso di un sistema di privilegi che crea disparità e tensione sociale”.

 

“Il clima che si respira di fronte a questi avvenimenti non è di preoccupazione, quella forse la provano i viaggiatori e i turisti che hanno in programma di raggiungere il Nepal in questi giorni e hanno la percezione di un Paese insicuro. La sensazione che domina in chi in quella terra ci vive è il fermento, la speranza che le cose possano evolversi e sfociare in qualcosa di nuovo. A partire dal cambio di una classe politica ormai completamente sfiduciata e corrotta. La violenza è da condannare, sia ben chiaro, ma i violenti in questa storia come spesso capita sono una piccola e rumorosa minoranza: dove ci sono state le proteste, ieri e oggi sono passati i ragazzi della ‘Generazione Z’ a ripulire e sistemare le strade. Immagini che fanno fatica a farsi spazio nel racconto mediatico di questi giorni”.

 

Federica arrivò in Nepal la prima volta per una ricerca sul conflitto civile (1996-2006) che aveva lacerato il Paese: “Il Nepal - prosegue Riccadonna - non è nuovo a questo genere di turbolenze, che avvengono ciclicamente quando il ‘sistema’ arriva al limite, quando la gente non ne può più. La realtà qui è di grande povertà diffusa e di un ristrettissimo gruppo di élite che detiene gran parte della ricchezza, anche quella generata in questi anni dal turismo finisce per la maggior parte nella capitale Kathmandu. Un flusso unidirezionale che rende ancora più complicata la situazione per chi vive nelle valli, nei piccoli villaggi dove la ricchezza del turismo internazionale semplicemente non arriva”.

 

“Nel nostro piccolo con l’agenzia di viaggi Garima Voyage che abbiamo fondato nel 2017 cerchiamo di portare avanti iniziative che escano dalle logiche del profitto a tutti i costi, che abbiano un approccio più sostenibile e, come dice il nome stesso Garima tradotto nella lingua locale, dia dignità al popolo nepalese. La realtà molto spesso è peggio di come viene raccontata: l’accesso alla sanità nei villaggi è complicatissima, negli ultimi anni sono stati fatti dei passi in avanti per fornire l’assistenza dell’elicottero in supporto alle donne incinte in luoghi difficilmente accessibili o lontani dagli ospedali principali, ma tutto è una questione di favori, piccola corruzione, di un sistema incancrenito. Speriamo - conclude Riccadonna - che il futuro del Nepal e del suo popolo possa essere più luminoso”.

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