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''Basta ferraglia, basta nuove ferrate'', la nuova campagna di Mountain Wilderness contro ''L'antropizzazione forzata ed innaturale della montagna''

Mountain Wilderness spiega: "Equipaggiare la montagna selvaggia con impianti di risalita, strade di quota, vie ferrate e quant’altro equivale ad addomesticare un ambiente geografico che trae il suo significato proprio dal proporsi come non addomesticato e non addomesticabile"

Di G.Fin - 28 giugno 2022 - 12:54

TRENTO. “Basta ferraglia, basta nuove ferrate” questa la campagna che ha deciso di lanciare Mountain Wilderness che tra i compiti istituzionali ha quello di dar vita ad azioni provocatorie ed esemplari, capaci di scuotere l’opinione pubblica, facendo crescere tra i cittadini la consapevolezza dell’importanza di problemi considerati fino a quel momento marginali, se non addirittura del tutto ignorati.

 

Questa volta al centro di una compagna c'è la realizzazione di nuove ferrate, un fenomeno che riscuote grande consenso tra i frequentatori della montagna. L'obiettivo di Mountain Wilderness è quello di contrastare questo fenomeno e per farlo sono state scelte alcune ferrate rappresentative della tipologia di “ferrate costruite a scopo ludico”. Alcuni attivisti di Mountain Wilderness hanno percorso delle ferrate, espongono uno striscione con la scritta “basta ferraglia, basta nuove ferrate” e dopo aver fotografato lo striscione, lo tolgono e proseguono la salita.

 

Ferrate o sentieri attrezzati sono, spiega Mountain Wilderness, un insieme di strutture e attrezzature realizzate artificialmente su una parete rocciosa che vede il posizionamento di cavi metallici, maniglie, staffe, ponti tibetani per facilitarne la salita.

 

“Sulle Dolomiti – spiega Mountain Wilderness -se ne contano circa 150; alcune hanno una valenza storica o paesaggistica riconosciuta, la maggior parte sono nate a scopo turistico o sportivo. Negli ultimi decenni i percorsi attrezzati hanno conquistato tutte le Alpi, le ferrate 'alla francese' sono costruite principalmente a scopo ludico, generosamente attrezzate con cavi, maniglie, staffe e, se possibile, un ponte tibetano sospeso nel vuoto per un divertimento estremo”.

 

Da qui la riflessione che “equipaggiare la montagna selvaggia con impianti di risalita, strade di quota, vie ferrate e quant’altro equivale ad addomesticare un ambiente geografico che trae il suo significato proprio dal proporsi come non addomesticato e non addomesticabile. L’antropizzazione forzata ed innaturale di questi spazi ne soffoca irrimediabilmente la vocazione: non li trasforma in docili schiavi.

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