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| 08 mar 2022 | 12:57

Dal focolare ai campi: le donne trentine nella Grande Guerra. Pisetti: “Nel dopoguerra, le loro esperienze furono eliminate dalla memoria pubblica”

Nella Grande Guerra, le donne s’affacciarono per la prima volta in massa al mondo del lavoro, accelerando i processi di emancipazione. Ciò avvenne, in diverse modalità, anche in Trentino, dove il ritorno della pace portò però ad un ritorno al ruolo familiare e domestico. La storica Anna Pisetti (Museo della Guerra di Rovereto): “Furono le custodi della memoria delle comunità”

Credits to Museo della Guerra
di Davide Leveghi

TRENTO. “In piccolo, il Trentino offre la possibilità di vedere il forte impatto avuto dalla Grande Guerra sulla società femminile. Così come per i combattenti, anche per le donne vi fu una parcellizzazione delle esperienze che rende impossibile accomunarle in un’unica categoria”. La Grande Guerra fu, per l’universo femminile, un momento di centrale importanza. L’invio di milioni di uomini al fronte, infatti, portò chi per secoli aveva vissuto in una dimensione prettamente domestica e privata ad affacciarsi sullo spazio pubblico.

 

Fabbriche e campi, la cui produzione si indirizzò a sostegno dello sforzo bellico, ospitarono così centinaia di migliaia di donne, accelerando non poco i processi di emancipazione. In piccolo – e nonostante una grande frammentazione delle esperienze – ciò interessò anche il territorio trentino, trasformatosi a partire dal maggio del ’15 in scenario del conflitto. “Le esperienze nel conflitto delle donne trentine seguirono differenti traiettorie a seconda dello stato civile, della geografia o del ceto sociale. La guerra fu vissuta in maniera diversa, ad esempio, da una madre con figli rispetto ad una giovane nubile; così come diversa fu l’esperienza di una donna trasferita un un campo profughi, in un villaggio della Boemia o rimasta sul territorio trentino, militarizzato e a ridosso del fronte”, spiega Anna Pisetti del Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto.

 

“In piccolo, il Trentino offre la possibilità di vedere l’impatto della guerra sulla società femminile, in tutte le sue sfaccettature – prosegue la storica, che del tema si è occupata con ricerche e pubblicazioni (tra cui un contributo nel volume collettaneo Cosa videro quegli occhi! Uomini e donne in guerra 1913-1920) – vi furono infatti numerose donne impegnate nello sforzo economico. Vi furono coloro che si impegnarono invece sul fronte bellico, come infermiere o militarizzate. Sul piano culturale, inoltre, vi furono donne impegnate nell’assistenza come nella propaganda, o alcune, come Bice Rizzi, imprigionate per motivi politici”.

 


1917, donne trentine nel campo profughi di Braunau (Credits to Museo della Guerra)
1917, donne trentine nel campo profughi di Braunau (Credits to Museo della Guerra)

 

“Vi furono poi le tantissime donne costrette all’evacuazione e allo sradicamento o quelle che, rimaste nella loro terra, subirono violenza sul piano fisico, sessuale o psicologico. L’esperienza della guerra, in Trentino, toccò dunque tutti i livelli. L’appartenenza sociale, nondimeno, determinò il destino di molte, così come le modalità di allontanamento dalla propria casa. Un unico aspetto, se vogliamo, accomunò le differenti vicende: il lutto, le sofferenze per lo sradicamento, per l’allontanamento dalla casa, dalla comunità, dalla famiglia”.

 

Scoppiato il conflitto italo-austriaco, come noto, migliaia furono i civili costretti allo sfollamento. Uno sfollamento che seguì diverse destinazioni e tempistiche, a seconda del territorio, delle politiche adottate dall’Impero austro-ungarico come dal Regno d’Italia e dell’avanzamento o ritiro della linea del fronte (QUI l’approfondimento sul profugato). Uno sfollamento che, necessariamente, toccò soprattutto la parte femminile della società.

 


Insegnanti e scolare trentine nel campo profughi di Mitterndorf (Credits to Museo della Guerra)
Insegnanti e scolare trentine nel campo profughi di Mitterndorf (Credits to Museo della Guerra)

 

“A partire dagli anni Settanta, le storiche studiose di storia delle donne cominciarono a parlare per la Grande Guerra di ‘apertura del mondo del possibile’ – prosegue Pisetti – le donne, infatti, per la prima volta s’affacciavano in massa al mondo del lavoro, sostituendo gli uomini al fronte. Studiando la memorialistica, la diaristica e gli epistolari, emerge questa percezione che la guerra le stia costringendo ad una certa emancipazione e alla conquista di uno spazio di autonomia. Non tutte, però, di fronte a questa novità reagiscono positivamente. Per molte prevalgono stanchezza, fatica, tragedia, paura”.

 

L’Archivio di scrittura popolareconservatore dalla Fondazione Museo storico del Trentino, da questo punto di vista rappresenta uno specchio straordinario delle esperienze vissute dalle donne trentine durante il conflitto. “Si tratta di un corpus formidabile per qualità della scrittura e padronanza della lingua. L’educazione dei trentini, d’altronde, era maggiore rispetto a quella media del Regno d’Italia. Per questo tante donne lasciarono un diario, trasformandosi in testimoni non solo delle vicende individuali o familiari, ma anche di quelle delle comunità. Nei loro racconti, la prospettiva si allarga spesso a ciò che accadde ai paesi”.

 


Ragazze addette alla cucina nel campo profughi di Braunau (Credits to Museo della Guerra)
Ragazze addette alla cucina nel campo profughi di Braunau (Credits to Museo della Guerra)

 

“I temi che si ripetono afferiscono alla vita quotidiana e alle sue difficoltà – continua – all’interazione autonoma, per la prima volta, con le autorità. Emerge, in molti casi, il tema materno, con il senso di cura e d’assistenza allargato anche a soggetti estranei al nucleo familiare, come i prigionieri di guerra o i soldati, quando chiaramente questi non diventano fonte di paura. Le donne però furono anche protagoniste di proteste contro la guerra, per il pane, di assalti ai depositi e di movimenti spontanei dettati dall’urgenza, dalla disperazione o da una presa di posizione pubblica netta”.

 

Fra le esperienze meno studiate e raccontate v’è ad esempio quella delle civili militarizzate, per lo più rimaste sul territorio trentino e qui impiegate in attività di diverso tipo, tutte a loro modo a servizio delle truppe. “Vi furono donne impegnate in attività più tipicamente femminili, come la cucina o il lavaggio dei vestiti, altre in attività meno tradizionali, come il lavoro nei campi, lo sfalcio dei prati e i lavori stradali”.

 


Aprile 1917, operaie militarizzate a Chiusole (Credits to Museo della Guerra)
Aprile 1917, operaie militarizzate a Chiusole (Credits to Museo della Guerra)

 

Affaciatesi, in uno scenario di guerra, nello spazio pubblico, una volta ritornata la pace – con la distruzione, il lutto, il ritorno dei soldati dal fronte, la ricostruzione – l’esperienza delle donne fu principalmente di sostanziale ritorno alla dimensione precedente: quella domestica e familiare. Così avvenne anche tra le valli e le montagne del Trentino, campo di battaglia ora passato sotto il controllo di Roma.

 

A livello internazionale, l’esperienza più iconica delle donne nella Grande Guerra fu quella delle operaie – continua Pisetti – al termine del conflitto tale esperienza tuttavia si conclude, anche bruscamente, con l’espulsione delle donne dal processo produttivo. In Trentino questo processo è forse meno evidente. A livello psicologico, nondimeno, la guerra ha creato profonde fratture nelle comunità ed il desiderio dominante diventa quella di ricreare l’equilibrio dell’anteguerra, del tornare il prima possibile alla normalità, di ricomporre un tessuto familiare tradizionale”.

 


Soldati austro-ungarici con due lavandaie (Credits to Museo della Guerra)
Soldati austro-ungarici con due lavandaie (Credits to Museo della Guerra)

 

Ma quali sono le eredità lasciate dalla Grande Guerra nella società trentina? Quale il significato del conflitto per le donne trentine? “E’ difficile capirlo – conclude la storica del museo lagarino – perché diari ed epistolari, a parte qualche eccezione, per lo più si interrompono una volta finito il conflitto. Con il ritorno delle donne nei ranghi domestici, dunque, lo spazio pubblico inizia ad essere egemonizzato dalla memoria dei combattenti. L’esperienza delle donne, invece, viene eliminata dalla memoria pubblica”.

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