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"Ogni cosa qui richiede sacrifici, ma basta alzare gli occhi per sentirsi appagati", il Rifugio Angelini "Sora 'l Sass" riparte con la stagione

Il Rifugio circondato da nobili vette come Pelmo, Civetta, Antelao e Sorapis, si trova in Val di Zoldo. I due titolari, Michela Belloni e Andrea Borotto, entrambi appassionati di montagna hanno lasciato tutto per prendere in gestione il rifugio, compresi i loro contratti a tempo indeterminato

Di Pietro Lacasella - 29 giugno 2022 - 00:00

BELLUNO. Un bosco fitto ed eterogeneo si esaurisce in una radura luminosa. Lì in mezzo sorge il Rifugio Angelini, più comunemente conosciuto come Sora 'l Sass. Sullo sfondo si alzano pennacchi di dolomia, mentre a pochi passi, lo Spiz di Mezzodì offre agli alpinisti suggestioni verticali. Nell’aria aleggia una quiete atipica per chi è abituato a frequentare le località più blasonate delle Dolomiti.

Questo scenario fiabesco, incorniciato da nobili vette come Pelmo, Civetta, Antelao e Sorapis, si trova in Val di Zoldo. Probabilmente non l’avrei mai scoperto se due amici non avessero deciso di lasciare tutto per prendere in gestione il rifugio. Rinunciare a un contratto a tempo indeterminato è già di per sé una scelta coraggiosa, ma lo è ancora di più quando appartieni a una generazione flagellata dalla disoccupazione.


Se Michela Belloni non ha ancora trent’anni, Andrea Borotto li ha superati da poco. Michela lavorava per la Coldiretti di Lonigo, mentre Andrea era impiegato amministrativo presso un’azienda del Basso Vicentino. Sono entrambi appassionati di montagna e, forse per questo motivo, hanno iniziato a considerare i rilievi non più come un semplice terreno capace di soddisfare temporaneamente i loro interessi alpinistici, ma anche e soprattutto come uno spazio da abitare. Da vivere.

 

Hanno aperto il rifugio la settimana scorsa, dopo circa un mese speso a riorganizzare la struttura e a riordinare lo spazio circostante assieme ad Alex Pra e a Maria Cristina Della Lucia, rispettivamente di Longarone e Agordo, che collaborano nella gestione salendo nei fine settimana, ma anche svolgendo da casa mansioni amministrative e organizzative.

A dimostrazione del fatto che la montagna, in certi frangenti, amplifica il carattere sociale e cooperativo dell’uomo, Andrea mi racconta che hanno ricevuto un grande aiuto anche da amici e parenti. Per esempio, Davide, il cugino di Michela, è salito apposta da Vicenza per sistemare a colpi di piccone il sentiero che conduce alla teleferica.

 

"Questo lavoro è davvero particolare – mi spiega Andrea – ogni cosa quassù richiede sacrifici, ma basta alzare gli occhi per sentirsi più vivi e appagati".

 

Verso le sei di sera le montagne riflettono nell’aria sfumature dorate. Mentre percorro il sentiero a ritroso per tornare a casa, penso alle parole di Andrea e le associo alla conclusione di un libro di Enrico Camanni, Storia delle Alpi.

 

"Chi sale è il 'nuovo montanaro' che ha scelto di abitare le terre alte, e il salire è già azione ribelle di per sé perché sovverte le leggi della fisica. Montanaro o alpinista che sia, chi sfida la gravità va sempre in direzione contraria. Inoltre il nuovo montanaro porta linfa vitale perché ha deciso liberamente di vivere in un ambiente difficile, spinto da una motivazione etica ed ecologica. È montanaro per vocazione, non per nascita o punizione. Probabilmente sarà l'unico abitante delle Alpi di domani".

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