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Privato delle gambe e di 7 dita da una meningite scala l'Everest, intervista a Lanfri: ''Vista la cima ho pensato 'è fatta'. Mi è salito il fiatone e mi son dovuto fermare 4 volte''

Andrea Lanfri (che nel 2015 all’età di 29 anni, ha contratto una meningite con sepsi meningococcica) ha raggiunto il punto più alto del mondo con la guida alpina Luca Montanari. E' ancora in Nepal ma siamo riusciti a intervistarlo: ''Bisogna sempre cercare di reagire positivamente e di guardare il lato buono delle cose. Ripartire è possibile''

Di Pietro Lacasella - 18 maggio 2022 - 19:26

TRENTO. Non è trascorsa nemmeno una settimana da quando Andrea Lanfri, accompagnato dalla guida alpina Luca Montanari, ha scalato l’Everest. Sono centinaia gli alpinisti che, dall’inizio della primavera, hanno raggiunto la vetta. Tuttavia, come scritto in un precedente articolo, in questo caso non bisogna concentrarsi sull’obiettivo raggiunto, ma sul “come” è stato raggiunto. Nel 2015, infatti, all’età di 29 anni, Lanfri ha contratto una meningite con sepsi meningococcica che lo ha privato di entrambe le gambe e di sette dita delle mani.

Attualmente Andrea si trova ancora in Nepal, ma grazie a una gentile proposta del suo staff social sono riuscito a scambiare due parole a caldo su quella che è stata una vera e propria impresa: senza dubbio dal punto di vista atletico, ma anche e soprattutto da quello umano.

 

Andrea, hai scalato l’Everest, la montagna più alta della Terra. L’hai scritto tu stesso sui tuoi canali social: più su di così è impossibile salire. Allora io ti chiedo: questa esperienza segna la fine di un ciclo oppure si inserisce all’interno di un percorso che deve ancora esaurirsi?

 

No, non segna la fine di un ciclo. È l’inizio di un percorso o, meglio, di un progetto che si chiama My Seven Summits. Prevede la salita delle sette vette più alte dei sette continenti. Nel 2020 ho scalato il Monte Bianco, ora l’Everest; in agosto ho in previsione di salire il Kilimangiaro; poi in gennaio l’Aconcagua, in Argentina; e dopo l’Elbrus, il Denali e piano piano tutti gli altri. In realtà, però, sono più di sette montagne, per la precisione sono nove, perché in Europa c’è la diatriba Elbrus-Monte Bianco. Quindi ho deciso di farle entrambe, così siamo a posto. Lo stesso discorso vale per due montagne dell’Oceania e anche in questo caso, quando andrò, pensavo di scalarle tutte e due per tagliare la testa al toro.

 

Con questa scalata sei riuscito a entusiasmare tantissime persone, forse perché all’impresa alpinistica si accompagna la tua particolare vicenda umana. Qual è il messaggio sociale che emerge dal tuo Everest?

 

Il messaggio che volevo trasmettere – che poi è quello che cerco di trasmettere in tutte le mie avventure – è quello di una ricerca costante della felicità e della voglia di vivere. Dico questo per spiegare che io credo che non sia mai finita: si può sempre ripartire. Questa è stata la convinzione che mi ha accompagnato dopo l’intoppo che ha segnato la mia vita. Bisogna sempre cercare di reagire positivamente e di guardare il lato buono delle cose. Ripeto: ripartire è possibile. Ora con le protesi faccio molta più fatica di un'altra persona ma il motto che ho impresso nella mente – e che poi è una sorta di mantra che mi ripeto durante le avventure – è che la fatica è temporanea, ma la soddisfazione di un’esperienza come quella sull’Everest dura per sempre. Questo è il messaggio che vorrei trasmettere.

 

Che atmosfera si respira al Campo Base dell’Everest? Il desiderio di salire lascia spazio ai rapporti sociali?

 

Sì certo, tantissimo. Noi siamo partiti dall’Italia il 23 marzo, sono arrivato al campo base il 2 aprile e siamo andati via ieri. Quindi siamo stati al campo base quasi due mesi. Poi, logicamente, ogni tanto salivamo ai campi alti. Tuttavia, la maggior parte del tempo l’abbiamo trascorsa lì. Il tempo è passato perché abbiamo conosciuto tanti alpinisti, di tantissime nazioni diverse. Tralasciando quelli più famosi, come Nims (Nirmal Purja), abbiamo stretto amicizia anche con altri ragazzi. Ad esempio ora siamo a Kathmandu con degli spagnoli che hanno scalato il Lhotse. Insomma, si crea quell’unione che solo la montagna è capace di offrirti. Indiani, georgiani, canadesi, al campo base si crea un’unione tra persone da tutto il mondo.

 

Un autentico melting pot?

 

Esatto. Al campo base dell’Everest, però, quest’anno eravamo solo due italiani: io e Luca.

 

Negli ultimi anni hai dimostrato di essere sensibile ad alcune tematiche ambientali: nel 2021 hai partecipato come testimonial a una manifestazione contro l’eccessivo sfruttamento estrattivo delle Alpi Apuane. A tuo parere l’alpinismo può contribuire a diffondere alcune buone pratiche finalizzate alla salvaguardia degli ecosistemi?

 

Secondo me sì. Personalmente io non lancio mai una sfida alla montagna, ma la lancio sempre a me stesso. Quindi la montagna cerco di rispettarla sempre, in tutti gli ambiti. Per quanto riguarda la recente esperienza sull’Everest, dove spesso sentivo parlare di sporcizia e di rifiuti abbandonati, devo dire che la situazione è migliorata. Non so se sia il risultato di una sensibilità radicatasi nel tempo o solo negli ultimi anni, però ho riscontrato molto rispetto per l’ambiente. Ovviamente, in alta quota, c’è sempre qualche “cimitero di tende”, però capisco anche che non sia semplice rimuoverle.

 

Solitamente le note negative che giungono dall’Everest sono due. La prima, come anticipavi, è l’accumulo di rifiuti. La seconda è il sovraffollamento.

 

Mi sembra che i permessi di scalata rilasciati quest’anno fossero circa 290. Ecco, io sono stato il terzo a salire in vetta. Pertanto, quando sono arrivato, non c’era quasi nessuno. Poi c’è da dire che quest’anno siamo stati fortunati dal punto di vista del meteo, perché le condizioni ottimali per effettuare la scalata sono durate cinque o sei giorni. Per questo motivo i tentativi di vetta non si sono concentrati in un unico giorno com’è capitato in passato. Magari sono stato fortunato io, ma non abbiamo incontrato molto “traffico”. Ho trovato molta più confusione sul Gran Paradiso.

 

So che ti sto per chiedere una cosa complicata, ma ci provo ugualmente: riusciresti a riassumermi, in poche parole, le sensazioni che si provano lassù, dove lo sguardo può spaziare libero nel cielo senza incontrare ostacoli?

 

Io ero in testa al nostro gruppetto, che era composto anche da Luca e da due sherpa. Arrivati in cima a un canalone bello lungo, di circa 500 metri di dislivello, dopo una pausa abbiamo seguito una cresta di misto. A destra della cresta ha iniziato ad albeggiare, mentre a sinistra si vedeva una piramide perfetta disegnata dall’ombra dell’Everest: non sapevo se guardare avanti verso la vetta, a destra per osservare il sole sorgere, oppure a sinistra l’effetto creato dall’ombra della montagna. Sono suggestioni che ricaricano, che motivano a proseguire. Alla fine della cresta ci è sembrato di scorgere la vetta. Poi mi sono detto “no, non può essere perché manca all’appello l’Hillary Step”. Arrivo su quella che sembrava la vetta, ma che in realtà non era che un’antecima e vedo finalmente l’Hillary Step al di sopra del quale svolazzavano le bandierine di preghiera che segnano la fine dell’ascesa. Ecco, quando l’ho visto non so cosa sia successo, ma mi è presa una foga, una voglia di correre… così ho iniziato ad accelerare ripetendomi “È fatta! È fatta!”. Poi, a settanta/ottanta metri dalla vetta, mi è salito un fiatone tale da costringermi a fare tre o quattro pause. Gli ultimi metri mi sono sembrati eterni, ma quando sono arrivato mi ha avvolto un’emozione indescrivibile e un po' irrazionale.

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