"Un rifugio deve essere un tetto, un letto e un pasto" (VIDEO). Parlano i gestori delle strutture delle Dolomiti per un ritorno a un turismo sostenibile
Dall’approvvigionamento idrico ai rifornimenti, alla manutenzione dei sentieri. I gestori dei rifugi, da Bolzano a Belluno, si raccontano nei brevi video della campagna #vivereinrifugio, ideata dalla Fondazione Dolomiti Unesco, con degli spaccati di quotidianità. Rifugio Alimonta: "Stare senza acqua significa toilette chiuse e non si può fare nemmeno da mangiare"

TRENTO. "Un rifugio deve essere un tetto, un letto e un pasto. Dieci minuti d’acqua per la doccia per noi è tanto". Enzo Fedeli e Sonia Lorenzi, gestori del Rifugio Bianchet a Sedico, in provincia di Belluno, sono soltanto una delle testimonianze raccolte per la campagna di sensibilizzazione #vivereinrifugio, ideata dalla Fondazione Dolomiti Unesco in collaborazione con i Rifugi del patrimonio mondiale.
Brevi video per mostrare piccoli spaccati di quotidianità con lo scopo di sensibilizzare il pubblico su cosa significhi il lavoro del gestore di un rifugio: l'approvvigionamento idrico, dipendente molto spesso dalle sorgenti naturali, la spesa e il dover "fare scorta", i difficili collegamenti, la manutenzione dei sentieri sono solo una piccola parte della grande attività delle "sentinelle" della montagna.
"Tutti i rifornimenti che li facciamo con l’elicottero, - racconta invece Giuseppe Monti del Rifugio Carducci, a Belluno - ma poi per le cose leggere come pane, frutta o uova, intorno ai 20 chilogrammi di peso, li portiamo sulle spalle". Pane che spesso arriva in groppa a un asinello, direttamente dal Rifugio Zsigmondy-Comici, in provincia di Bolzano, gestito da Tania Happacher con cui c'è una grande collaborazione.
La spesa da fare in rifugio non è qualcosa di semplice: "Qui non puoi dimenticarti niente, - racconta Elena Zamberlan, gestrice del Rifugio Pian de Fontana a Belluno - si arriva solo a piedi. Scendo una volta in settimana per la spesa e carico la teleferica. All’inizio dovevo scendere più volte perché mi dimenticavo qualche cosa. Facciamo un carico iniziale di quelle che sono le cose non deperibili, riempiamo una dispensa e poi via via ogni settimana recuperiamo i prodotto freschi".
Una delle difficoltà più grandi con cui i gestori si sono dovuti confrontare in particolare dopo un inverno così secco, è stata la razionalizzazione dell'acqua. La mancanza di precipitazioni in montagna, almeno in Trentino, non ha compromesso le aperture delle strutture recettive, ma sicuramente c'è stata preoccupazione riguardo le riserve idriche, per arrivare a fine stagione (Qui l'articolo).
"I primi giorni di apertura del rifugio, - dichiara Annarita Bonapace del Rifugio Alimonta, in provincia di Trento - quando l'acqua era venuta a mancare, ci siamo resi conto di quanto fosse una risorsa importante. Stare senza significa toilette chiuse e non si può fare nemmeno da mangiare. Questo però ha creato consapevolezza nei visitatori che abbiamo avuto".
La rete Wifi spesso è assente, essendo i rifugi in quota, ma altre volte non viene installata per scelta: "A noi piacerebbe promuovere un turismo a cui piace la montagna, - spiegano Arthur e Frieda Mutschlechner, gestori del Rifugio Fodara Vedla, in provincia di Bolzano - visitatori che qui riescono ad aprire gli occhi e osservare. Dobbiamo spiegare alla gente che è un altro mondo".
Non solo, i gestori spesso si ritrovano a occuparsi della manutenzione dei sentieri e dell'ambiente circostante: "La frana aveva ostruito tutto - sostengono i titolari del Rifugio Berti, a Belluno, Rita Zandonella e Bruno Martini - il sentiero era totalmente coperto. L’acqua è scorsa sotto per gran parte della stagione e invece quest’anno la natura ha ripetuto il suo ciclo e il corso d'acqua si è riscavato la sua strada. Ogni anno sistemiamo poi la passerella".
Da non sottovalutare la chiusura delle strutture, quando finisce la stagione: "Raccogliamo e portiamo a valle - spiegano Elisa Bettega e Piero Casagrande del Rifugio Velo della Madonna, in provincia di Trento - le nostre cose e ciò che non può restare in rifugio. Poi fondamentale è la chiusura degli impianti, altrimenti in primavera ci ritroviamo con tutto il rifugio allagato e i rubinetti rotti per il ghiaccio. Non possiamo chiamare un idraulico che salga velocemente".
Non mancano episodi spiacevoli, con i rifugisti che spesso si devono occupare della pulizia della loro zona: "Sicuramente andare a compensare la mancanza di educazione degli altri è la parte più spiacevole - concludono Bettega e Casagrande - bisogna anche capire che per salire così in alta quota bisogna essere pronti a tutto, dalle condizioni meteorologiche alla mancanza di acqua".














