"Minestrone a 100 lire e la fatica di scendere a valle per raggiungere l'unico telefono pubblico", una vacanza in quota nel 1971: "La montagna di allora non esiste più"
Il racconto di un'esperienza in quota 'nel lontano' 1971: "Allora in montagna ci si andava a piedi e in un rifugio con cento lire si poteva prendere un minestrone. Niente sentieri affollati (né segnaletica) e per le comunicazioni importanti bisognava raggiungere, camminando, l'unico paesino con telefono pubblico"

RABBI. Una montagna diversa, fatta di essenzialità, e un modo differente di approdarvi. Sono cambiate molte cose dal lontano 1971, quando un gruppo di amici decideva di fare un 'campeggio' in Val di Rabbi: "Avevamo scelto una struttura analoga ad un ostello nei pressi di Piazzola, frazione più alta del Comune di Rabbi situata 1.314 metri di altitudine - anticipa a Il Dolomiti Gabriele Fraternali, uno dei protagonisti dell'avventura -. La valle non era attrezzata per accogliere turisti e vacanzieri, nelle malghe c'erano solo animali e allevatori e i rifugi offrivano un menu con sole tre opzioni".

"Allora in un rifugio con cento lire si poteva prendere un minestrone, unico piatto che mi potevo permettere - esordisce Fraternali -. Il primo giorno in quota si approdava in un negozio della zona, unico modo per acquistare il materiale necessario. Scarponi, calzettoni, pantaloni di velluto alla zuava: allora l'abbigliamento da montagna si comprava solo in loco.

"I parcheggi non c'erano", prosegue l'uomo nel racconto: "Mancavano le auto, la segnaletica dei sentieri era inesistente e per capire dove partiva la traccia Cai-Sat era necessario chiedere informazioni dalla gente del luogo ". Insomma, un tempo andare in montagna era davvero un'avventura: "I sentieri non erano frequentati. Si partiva dai centri abitati fino ai lembi di neve dei laghi Corvo e laghetti dello Sternai. Chi era più attrezzato con ramponi, piccozza e corda arrivava al ghiacciaio. All'arrivo alla meta si scattava una foto di gruppo, ma era il percorso l'obiettivo principale, molti non erano preparati e non riuscivano a sopportare la fatica".

"Non c'erano servizi pubblici e la sera i più intrepidi scendevano a piedi a Malè - prosegue Fraternali -. La valle aveva una sua dimensione temporale diversa da quella corrente". Esperienza di vita che davano molto, sotto diversi punti di vista: "Il campeggio in val di Rabbi ha allenato le gambe, il corpo alla fatica e la mente a raggiungere obiettivi più ampi inseguendo l’orizzonte che si allontana. L’ambiente che ci avvolgeva era molto diverso da quello che ci circondava durante l’anno in città nelle lotte studentesche: sobrio, silenzioso, essenziale e cordiale con il prossimo. Il campeggio ci distraeva dalla quotidianità, dallo studio e nello stesso tempo ci aiutava ad affrontarlo. Le comunicazioni avvenivano quasi esclusivamente attraverso le cartoline: si spedivano e si ricevevano".

Chi aveva fretta doveva raggiungere San Bernardo a piedi, "dove c'era un telefono pubblico. Altrimenti c'era il telegramma che arrivava il giorno dopo, ma costava troppo. I valligiani ci guardavano con distacco e noi nutrivamo rispetto per una vita rurale di cui avevamo, già allora, perso le tracce".

"La solitudine geografica e sociale delle valli alpine laterali a fondo cieco non esiste più, il processo di omologazione socio-economico ha degli indubbi vantaggi ma anche delle conseguenze: la perdita dell’identità culturale. Molti del gruppo aspiravano di tornare a casa prima del termine della vacanza, altri trovavano divertimento nella socialità, alcuni invece sono rimasti affascinati dai paesaggi e dalla vita che vi si svolgeva. Questi al termine del soggiorno sono rimasti nella valle guadagnandosi il pane quotidiano portando viveri ai rifugi alpini", conclude Fraternali.


















