Sulle Alpi mai così poca neve negli ultimi 600 anni, la scoperta grazie alla pianta del ginepro: “Stiamo vivendo qualcosa senza precedenti”
Negli anelli della pianta del ginepro la “cronologia” della copertura nevosa sulle Alpi, grazie a uno studio innovativo i ricercatori sono riusciti a ricostruire le condizioni di innevamento negli ultimi sei secoli: “Ciò ci ha permesso di comprendere che quello che stiamo vivendo negli ultimi anni è qualcosa che non si era mai presentato precedentemente”

TRENTO. Da tempo si susseguono gli allarmi da parte della comunità scientifica che sta mettendo in guardia l’opinione pubblica sugli effetti dirompenti dei cambiamenti climatici. Recentemente l’Organizzazione delle Nazioni unite ha interpellato la Corte internazionale di giustizia chiedendo un parere sugli obblighi degli Stati per contrastare la crisi climatica e quali potrebbero essere le conseguenze legali per chi non li rispetta. Secondo alcuni analisti questa risoluzione potrebbe gettare le basi per trasformare gli “impegni volontari” presi dalle varie nazioni, come gli accordi di Parigi sul clima, in obblighi legali.
Ad ogni modo, fra gli ambienti che risentono maggiormente degli effetti dei cambiamenti climatici ci sono le Alpi. Secondo Legambiente il 2022 è stata l’annata peggiore mai documentata. I ghiacciai infatti sono in sofferenza e nel corso dell’ultimo secolo la durata del manto nevoso si è accorciata di oltre un mese. Questo almeno quanto emerge da uno studio scientifico condotto da un team di ricercatori dell’Università di Padova e dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna. La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Climate Change, è stata coordinata dal professore ed ecologo forestale, Marco Carrer, del Dipartimento Territorio e Sistemi agroforestali di Padova.

Durante lo studio i ricercatori hanno notato che il ginepro comune (un arbusto estremamente diffuso in montagna) quando si trova in alta quota cresce orizzontalmente molto vicino al suolo. “Abbiamo scoperto che questo arbusto è in grado di registrare nei suoi anelli di accrescimento la durata della copertura nevosa – sottolinea Carrer – essendo alto poche decine di centimetri, la sua stagione di crescita dipende fortemente da quanto precocemente riesce a emergere dalla coltre bianca che lo ricopre”.
In genere per lo studio dei cambiamenti climatici è necessario disporre di un’ampia prospettiva temporale. “Purtroppo le informazioni riguardanti il manto nevoso vengono raccolte solamente da pochi decenni”, osserva il dottor Michele Brunetti del Cnr-Isac. Da qui la necessità di “guardare oltre l’orizzonte fornito dai dati strumentali e trovare altre fonti che ci permettano di estendere a ritroso nel tempo le informazioni climatiche necessarie”.

Detto fatto, incrociando le misure degli anelli di accrescimento del ginepro (che può vivere per oltre 400 anni) con un modello di permanenza del manto nevoso elaborato ad hoc, i ricercatori sono riusciti a ricostruire le condizioni di innevamento negli ultimi sei secoli. “Ciò ci ha permesso di comprendere che quello che stiamo vivendo negli ultimi anni è qualcosa che non si era mai presentato precedentemente”, concludono i due ricercatori.
Questa è la prima volta che si riescono a ottenere informazioni su un arco temporale così lungo. D’altra parte la neve ha un ruolo chiave nel bilancio energetico terrestre, ma è anche fondamentale per i sistemi naturali, sociali ed economici della regione alpina che si sostengono grazie alla sua disponibilità. Secondo i ricercatori sarà necessario acquisire maggiore consapevolezza circa le nuove sfide dettate dai mutamenti in atto e futuri, soprattutto “per una regione i cui equilibri si sono mostrati fortemente sensibili ai cambiamenti climatici”.



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