"Foto e video agli incidenti in montagna per un pugno di like", l'appello di Bristot (Soccorso alpino): “Escalation deleteria e volgare: serve più rispetto per il dolore"
Affida al suo profilo social uno sfogo sentito Fabio “Rufus” Bristot, volontario della sezione bellunese del Soccorso alpino e già membro della Direzione nazionale del Cnsas. Bristot riflette sui “postatori seriali” di incidenti in montagna: chi capita sul luogo di un incidente e non perde tempo a documentare il dolore altrui per acchiappare like

BELLUNO. “Cari ‘postatori’ seriali di incidenti in montagna, siete consapevoli che i familiari delle persone ferite o del soggetto deceduto possono apprendere in modo tanto casuale quanto violento dal vostro stesso post, corredato di immagini e commenti, della perdita del loro congiunto? Se scoprissi da un social di aver perso un figlio o un genitore, una moglie o un marito, un amico, quale sarebbe il tuo stato d’animo? Angosciato, devastato, alterato quanto lo sono io? O forse invece saresti oggetto di qualcosa in più della mera alterazione?”.
Ad affidare lo sfogo al suo profilo social, sempre molto seguito, è Fabio “Rufus” Bristot, volontario della sezione bellunese del Soccorso alpino e membro della Direzione nazionale del Cnsas fino a pochi mesi fa (qui l’intervista). A inizio anno, Bristot aveva già pubblicato una lettera aperta nella quale rifletteva sulla crescita della tendenza a postare foto degli incidenti stradali sui social per acchiappare qualche like in più: un fenomeno molto discutibile quanto macabro, che però non riguarda solo la strada. “Pensavo fosse o rimanesse un fenomeno legato agli incidenti stradali - afferma infatti Bristot - invece questa forma deleteria e volgare di essere sempre on line e postare nei social in real time eventi spesso drammatici è arrivata anche tra i monti”.
Quest’estate è stata e continua a essere molto intensa in termini di lavoro per le squadre del Soccorso alpino. Sono state particolarmente numerose le chiamate per infortuni in zone montane e spesso impervie, complice soprattutto la crescita esponenziale di un turismo inconsapevole. “Non è una novità - prosegue ora Bristot - ma una cronaca alla quale ci stiamo sempre più abituando e che, allo stesso tempo, non deve diventare assuefazione. Se così fosse verrebbe anche meno la capacità di mettere in campo azioni legate alla prevenzione degli incidenti, alla pratica di buone regole e all’uso di comportamenti consapevoli che ci devono invece vedere tutti responsabilmente coinvolti”. Anche se l’idea di un patentino in montagna, secondo lui, è da respingere se non come intelligente provocazione: “La cultura della montagna - scrive infatti nel suo blog - non si acquisisce con patenti, ma con il desiderio di imparare con umiltà e fatica di e confrontarsi in modo onesto con l’ambiente”.
Tuttavia, oltre alle inevitabili e numerose riflessioni in tema di sicurezza in montagna e prevenzione, spesso disattese, cresce anche un atteggiamento che Bristot definisce privo di ogni etica. “Accade l’ennesimo incidente in montagna, i soccorsi sono ancora in atto con il personale del 118 e del Soccorso alpino intenti e concentrati magari a medicalizzare e stabilizzare il ferito o ricomporre la salma della persona deceduta - osserva - e, ciò nonostante, quanti passano a lato di zaini medici e barelle, materiale di soccorso e attrezzature, iniziano a pubblicare sui social accenni descrittivi puntuali alla marca e al modello di zaino della persona coinvolta, al tipo di imbrago, al sentiero o alla via di arrampicata o ferrata coinvolta, alla dinamica, al codice di gravità, alle colpe e alle responsabilità presunte, il più delle volte supportato con foto dell’evento drammatico e da domande oziose per destare la curiosità del web”.
La logica sottesa al turismo mordi-e-fuggi da selfie colpisce insomma anche quando si capita nel posto giusto, ma al momento e, soprattutto, nel modo sbagliati e non si capisce che il dolore e le difficoltà altrui non sono e non devono essere il mezzo per la propria effimera notorietà. “Non voglio assumere le vesti del censore o del bacchettone moralista, ma quando trovo queste situazioni sui social è fisiologico che mi alteri e il fatto che questo fenomeno si sia spostato anche in montagna mi rende ancora più irascibile. Bisogna riflettere in modo autentico su come tali atteggiamenti modifichino profondamente, in peggio, le nostre relazioni, già di per sé fragili e troppo spesso virtuali. Serve riproporre un’etica che contempli il rispetto della sofferenza e del dolore anche in montagna, sapendo che questo processo sarà lento perché passa inesorabilmente per un percorso culturale che deve essere slow, se si vuole che sia anche efficace e duraturo. Tutto ciò non può non passare allora attraverso un sistema educativo in cui i principi del vivere civile e la loro applicazione e declinazione nel reale trovano un nuovo approccio didattico nell’ambito scolastico”, conclude.












