"L'overtourism tira fuori il peggio di noi", lo psicologo: "Le frustrazioni si trasformano in rabbia e stress, per i turisti ma anche per chi li ospita: la massa impedisce ogni relazione"
Lo psicologo e psicoterapeuta Federico Comini a il Dolomiti: "Quando vedi minacciata la vacanza che aspettavi da tanto e per cui magari hai speso un sacco di soldi, quando vedi che le tue aspettative saranno disattese, esce un po’ il peggio di noi. Si litiga, ci si lamenta di tutto, si taglia la fila: le stesse persone probabilmente messe in un ambiente più tranquillo rispetterebbero di più sé stesse, gli altri e le regole. E invece in quel momento ‘vince’ l’istinto più basso"

TRENTO. La sensazione la conosciamo tutti, chi più e chi meno, e non è delle più piacevoli: si parte per le vacanze con l'idea di godersi qualche giorno di attività piacevoli e rigeneranti, e si finisce per passare giornate in cui tra traffico, code interminabili, gente dappertutto e piccole frenetiche frustrazioni una dopo l’altra si finisce per tornare a casa più stressati di quanto lo si fosse alla partenza.
Tra i tanti effetti dell'overtourism c'è anche quello sul benessere mentale e sociale delle persone, un aspetto a volte forse sottovalutato nei suoi impatti a breve e lungo termine: è di questa opinione Federico Comini, psicologo e psicoterapeuta e membro del consiglio dell’ordine provinciale oltre che presidente della Cooperativa Sociale Le Rais che lavora nel territorio della Val di Fiemme e Val di Fassa. Insomma, un professionista che al di là delle sue specializzazioni conosce bene anche i luoghi e le dinamiche del turismo.
"Parte della questione sta proprio nella parola stessa, overtourism, che abbiamo usato per identificare il fenomeno - racconta Comini a il Dolomiti -: una situazione il cui impatto sulla destinazione eccede i limiti fisici, economici e sociali. E quando i limiti vengono superati, le persone lo percepiscono”.
“Mi spiego meglio. Il valore della vacanza per molti è il piacere, il rilassamento, fare ciò che dà sensazioni positive; invece quando ci si ritrova immersi nell’overtourism non si trova piacere, che ha bisogno di calma e di lentezza, ma un continuo superamento dei limiti. Dei tempi di attesa, della tanta gente attorno, e il nostro sistema nervoso percepisce questi segnali, capisce che il nostro piacere e il nostro relax sono in ‘pericolo’ e reagisce di conseguenza”.
Tutte le situazioni fuori dal limite sono stressanti per il nostro organismo: “A quel punto si entra in modalità di ‘difesa’ - prosegue Comini - e si reagisce in maniera diversa: c’è chi si ‘spegne’, ingoiando il boccone amaro e finendo per vivere una vacanza molto diversa e molto peggiore di quella sognata, con mesta rassegnazione. E c’è chi invece quella frustrazione la trasforma in rabbia, in una costante e insofferente irritabilità che poi rischia a sua volta di innescare ulteriori tensioni e scontri. Ecco che allora assistiamo ai vari episodi di ‘turismo cafone’ di cui ormai leggiamo ogni giorno, e vediamo prevalere nei comportamenti delle persone menefreghismo ed impulsi distruttivi”.
“Quando vedi minacciata la vacanza che aspettavi da tanto e per cui magari hai speso un sacco di soldi, quando vedi che le tue aspettative saranno disattese, esce un po’ il peggio di noi. Si litiga, ci si lamenta di tutto, si taglia la fila. Sono cattivi comportamenti che poi rischiano di innescare imitazioni a catena, e che sono figli della situazione: le stesse persone probabilmente messe in un ambiente più tranquillo rispetterebbero di più sé stesse, gli altri e le regole. E invece in quel momento ‘vince’ l’istinto più basso”.
Dinamiche che poi coinvolgono e riguardano anche i locali, le persone che nei territori maggiormente interessati dal fenomeno dell’overtourism ci vivono: vedremo per quanto.
“L’overtourism sta rendendo invivibili alcuni luoghi del territorio, che a lungo termine rischiano di essere abbandonati, non solo per un discorso economico e abitativo. C’è un circuito turistico importante ovviamente, ma la ricchezza da mettersi in tasca riguarda solo una piccola parte di chi vive in quei luoghi per tutto l’anno: anzi, gran parte di chi lavora nel turismo poi non vive il territorio che di fatto dovrebbe aiutare a promuovere. E tutti gli altri si ritrovano travolti da dinamiche che subiscono, senza avere alcun potere di decidere in maniera condivisa il modello di turismo da sostenere. Nel contesto del ‘superamento dei limiti’ accennato prima ci sono dentro anche loro: e così finisce per saltare definitivamente anche la propensione all’ospitalità, con il paradosso che le comunità dei luoghi dove ci sono più turisti diventano le meno ospitali di tutte, infastidite dagli eccessi e dai numeri che privano di qualsiasi possibilità di relazione con gli altri”.
Altro tema, la sensazione (espressa nei giorni scorsi anche dal sindaco di Cortina Gianluca Lorenzi) che una parte dei turisti sia portata a voler “sfidare il sistema” agendo volutamente in sfregio ai divieti per una sorta di gratificazione personale.
“Credo che quello a cui stiamo assistendo sia semplicemente una mancanza di educazione nel senso più allargato del termine - conclude Comini -: un territorio turistico che prova a governare il fenomeno dell’overtourism dovrebbe porsi prima di tutto la sfida dell’educazione. Invece c’è la corsa ad aumentare la portata degli impianti di risalita per evitare le code ai turisti: il problema è a monte, sta nel numero ormai fuori scala di persone. Sono talmente tante che a malapena si può fare informazione, figurarsi l’educazione: per informare intendo ‘mettere dei cartelli di divieto e sperare che vengano rispettati’, mentre educare vuol dire far sviluppare un coscienza civica applicata al contesto montano. Un processo per il quale però servono tempo, e spazi. Lo si può fare quando i numeri sono adeguati, e quando puoi creare relazioni tra chi vive e chi visita il territorio”.












