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| 24 giu 2025 | 20:16

"Oggi assistiamo a morti sempre più spesso evitabili. L'alpinista ha paura, gli sprovveduti no'', Simone Moro sulle continue tragedie in quota: ''Serve una rivoluzione culturale''

"La differenza fra un alpinista e gli escursionisti della domenica? Il primo ha un (giusto) timore nei confronti di ciò che non può controllare. Gli sprovveduti, invece, non si rendono minimamente conto dei rischi che corrono". L'alpinista Simone Moro: "Sempre più morti in montagna, spesso, a causa della mancanza di preparazione. Viviamo in tempi in cui non si ha più paura di nulla e questo è un male"

Sullo sfondo foto archivio - al centro foto dalla pagina Facebook di Simone Moro

TRENTO. "Un sogno dovrebbe essere motore della nostra vita, non causa della nostra morte". Non ha dubbi Simone Moro, scrittore, aviatore e uno dei più grandi alpinisti contemporanei (alpinista dei record, unico al mondo a poter vantare quattro prime invernali su cime da 8mila metri ndr), che a Il Dolomiti riflette su di una frequentazione delle terre alte, negli ultimi anni, incredibilmente mutata: "La montagna non è cambiata affatto, sono cambiati gli uomini. In peggio - anticipa -. Dal Covid in poi moltissimi hanno cominciato a puntare i propri nasi all'insù, disposti a tutto pur di raggiungere vette fino a poco prima mai nemmeno immaginate". 

 

"Un tempo - esordisce, facendo un passo indietro - si viveva più in simbiosi con la natura e, soprattutto, si trascorreva molto più tempo all'aperto. Questo significava anche avere una maggiore preparazione fisica o allenamento muscolare - fa notare -. Oggi, invece, la nostra vita si è spostata 'indoor' e nel mondo virtuale e il tempo all'aria aperta è, per i più, risicato. Ora, purtroppo, sempre più spesso, o comunque molto più di frequente rispetto al passato, chi approda in quota o in ambiente naturale lo fa senza alcun tipo di preparazione".

 

Secondo Moro molti escursionisti al giorno d'oggi andrebbero infatti in montagna senza tenere in considerazione che si tratta di un ambiente "non regolato da leggi umane. In quota non ci sono semafori - lascia intendere -. Non manca, oltretutto, un grosso problema morale: non si ha più paura di nulla. Veniamo continuamente bombardati da notizie, dalle più tragiche alle più assurde: così la capacità di spaventarsi è scemata e molti si sentono onniscienti e onnipotenti". 

 

"Qualsiasi ambiente naturale, non regolato da leggi antropiche, dovrebbe incuterci paura, o meglio ancora un sano timore, cosa che accade sempre meno - commenta -. Anche i più grandi alpinisti hanno delle paure, ed è giusto che così sia. È un sentimento che ci conduce a ponderare le nostre scelte, a ragionare, a prepararci. Senza timore il rischio è di avventurarsi in qualsiasi 'luogo' con troppa leggerezza (rischiando non poco). Oggi - tiene a sottolineare ancora l'alpinista - non c'è più voglia di imparare, di darsi dei tempi: il volere 'tutto e subito' spinge sempre più persone a scelte affrettate e leggere, con i rischi del caso".

 

Negli ultimi anni (non a caso), lo abbiamo raccontato a più riprese, il numero degli incidenti in montagna è notevolmente cresciuto: purtroppo, non mancano tragedie, in alcuni casi causate dalla mancanza di preparazione o da errori di valutazione. 

 

"Gli appelli del Soccorso alpino non bastano - prosegue Moro nella sua riflessione -. Serve una 'rivoluzione', che dovrebbe includere tutti i settori: si dovrebbe educare a scuola, ad esempio. Difficile però fare cultura della montagna se economia ed industria non sono orientate ad insegnare come si sta in quota. Dovremmo ripartire dalle basi per un'inversione di rotta. Pensare e comportarci in quanto Paese di montagna quale siamo".

"Il desiderio di conquistare una vetta non dovrebbe mai farci rischiare la vita", conclude poi l'alpinista bergamasco, inducendo ad una riflessione anche su episodi come quelli che stanno avvenendo su vette "estreme" come l'Everest (QUI ARTICOLO), raggiungibili con pacchetti 'preconfezionati' e con tutti i comfort del caso (che non annullano o escludono del tutto i rischi, tanto che mancano tragedie anche sull'Himalaya ndr). 

 

"Un vero alpinista valuta ogni rischio, fa una scelta di vita, affetti compresi, e mette in conto di poter morire in quota. Ma una persona preparata che muore in quota nella maggior parte dei casi muore a causa di eventi imponderabili, non per scelte sbagliate. Oggi assistiamo invece sempre più spesso a morti evitabili, dettate da mancanza di preparazione o, come detto prima, a mancanza di 'timore'. La montagna ha delle regole tutte sue: è lei padrona di casa. Dobbiamo ricordarlo, sempre".

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