Uno dei gruppi di rocciatori più forti del dopoguerra: i Bruti di Val Rosandra, una storia di grande alpinismo da riscoprire
A Trieste si è conclusa la mostra che celebra gli 80 anni del gruppo rocciatori “Bruti di Val Rosandra”, ma si apre un punto di partenza sulla riscoperta della loro grande storia

TRIESTE. Mercoledì, 26 novembre, a Trieste è stata la giornata conclusiva della mostra: “Val Rosandra – Dolina Glinščice, cuore pulsante dell’alpinismo triestino: 80 anni del Gruppo Rocciatori “Bruti de Val Rosandra” organizzata dal Cai XXX Ottobre con il contributo del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia.
A ben guardare tuttavia la chiusura della mostra rappresenta solamente un punto di partenza per la ricerca e la riflessione su uno dei gruppi di rocciatori più forti e più ardimentosi dell'immediato dopoguerra italiano, i Bruti, la cui storia è una traccia per larga parte non scritta e che ha ancora ampi margini di studio e di divulgazione. Un'occasione di riscoperta, di un gruppo ancora oggi in parte nascosto dal mistero, in cui individuare precisamente la trama e l'ordito delle loro origini ed imprese è un'operazione complessa, che deve tenere conto degli antefatti e del contesto storico in questione.
Il luogo di partenza è necessariamente quel profondo solco vallivo nel circondario di Trieste che è la celebre Val Rosandra, celebre in tutta Italia poiché è il luogo che ha visto nascere nel suo grembo, grazie alle numerose e particolari pareti di calcare, la prima scuola di roccia fondata in Italia nel 1929, e che almeno fino alla metà degli anni trenta sarà anche un riferimento fondamentale per tutte le scuole d'Italia. Ma il momento chiave della storia dei Bruti è altrettanto imprescindibile: la seconda guerra mondiale. Una guerra che per Trieste avrebbe assunto il significato della tragedia su molteplici piani, su quello alpinistico il primo grande scossone è certamente rappresentato dalla morte improvvisa del suo alpinista di punta, Emilio Comici, il grande maestro, che scompare disgraziatamente per un banale incidente su roccia a Selva di Val Gardena proprio all'inizio del conflitto, quando il fuoco delle polveri in Italia non è ancora arrivato, nell'ottobre del 1940.
La morte di Comici è un trauma in particolar modo per il movimento dei rocciatori triestini, ma come evidenziato dallo storico della Società Alpina delle Giulie, Flavio Ghio, se per il regime fascista Emilio Comici era noto per essere stato sostanzialmente colui che aveva vinto la sfida con i tedeschi sulle pareti alpine, alla stregua di un eroe “nazionalpopolare”, analogamente a quanto accadeva ad esempio con i giocatori della nazionale che vinsero i mondiali di calcio del '34 o del '38, a liberare la figura di Comici dalle catene di una certa retorica riportandola alla sua dimensione umana più pura sono stati gli alpinisti più valenti del gruppo dei Bruti della Val Rosandra. E questo avviene in modo sorprendente, perché non proviene da un gruppo di istruttori del Cai o da qualche veterano della montagna, ma da un gruppo di giovani scapestrati che si ritrovano “a zonzo” per la Valle e nel nome di Comici passano dall'essere semplici appassionati escursionisti e grottisti dei meandri del Carso ad essere degli arrampicatori quasi improvvisati.
Il nervo di questo gruppo è composto da nomi rimasti scolpiti negli annali, tra cui Attilio Zadeo, Mario Mauri ma soprattutto “el Vecio”, Guglielmo Del Vecchio. Questo gruppo muove da autodidatta, e negli annali della XXX Ottobre si legge che nel '42 questo gruppo di ragazzi si autodefinisce Bruti, ma fin da subito essi dimostrano di essere fatti di una pasta fuori dal comune, iniziando ripetere le più impervie vie di Comici e non solo, anche in montagna, quindi in brevissimo raggiungono il massimo grado della sfida dell'epoca.
Sono giovani e spregiudicati, che imparano l'arrampicamento a loro spese, sbagliando, cadendo, ruzzolando...fino ad entrare ben presto rotta di collisione con gli “anziani”, ovvero gli istruttori della Scuola Nazionale vigente (che tutt'ora si intitola con il nome di Emilio Comici), che nella stessa Val Rosandra impartiva lezioni basate (com'è logico attendersi da una scuola di roccia) sulla sicurezza e sulla prudenza. Ma l'aspetto sbalorditivo è che dal nulla questo gruppo in breve inizia a risaltare con un'intensità rarissima per il periodo, compiendo imprese straordinarie, basti pensare che si deve a Del Vecchio la prima ripetizione italiana del dopoguerra della mitica parete nord della Cima Grande di Lavaredo, in un clima in cui la rivalità con gli istruttori del Cai si acuisce sempre di più. Si pensi che nell'Ultimo volume di Alpi Giulie presentato in questo mese di novembre 2025 vengono esposte le fotografie che ritraggono in azione uno di questi Bruti, Mauri, con una breve didascalia originale che riporta, tradotto dal dialetto triestino, un appunto che significa “sù per i chiodi ballerini”. Chi mai all'interno di una scuola di roccia potrebbe concepire (in quegli anni!) di muoversi su chiodi instabili? Un dettaglio che fotografa con efficacia lo spirito dei Bruti.
Ma Del Vecchio farà di più: dal dopoguerra inizierà ad aprire una serie di nuove vie parallele alle vie classiche del maestro Comici, sei in tutto, oltre che ad aprirne altre sulle Giulie e sulle Dolomiti, come la parete sud est dell’Anticima aella Piccola di Lavaredo, aperta con il fidato Zadeo nel '47, che con i suoi strapiombi impressionanti è ritenuta più difficile dell'attigua salita dello Spigolo Giallo aperta da Comici, Varale e Zanutti quindici anni prima.
L'epopea del periodo dei primi Bruti è una “fiammata” tanto breve quanto intensa dell'alpinismo triestino ed italiano, un gruppo di rocciatori in contrasto quasi ideologico con i vertici della sezione Cai, l'Alpina delle Giulie, di cui sono tesserati, emblematiche in tal senso sono le parole a posteriori di Del Vecchio: “Forse non dovrei dirlo, ma molto di quello che ho fatto in montagna, l’ho fatto per una specie di competizione con il mio ex circolo”.
Una contrapposizione che in effetti porterà questo gruppo di talentuosi rocciatori a staccarsi e a confluire, dopo la guerra, nei ranghi della XXX Ottobre che ancora oggi ne conserva il nome, aprendosi alla confluenza di figure diverse, sovviene in tal senso quella dell'alpinista e scrittore Spiro Dalla Porta Xydias che avrà come opera prima della sua produzione letteraria un libro intitolato proprio “i Bruti di Val Rosandra”.
Molto si potrebbe ancora riportare di quel momento iconico e di quella generazione in Val Rosandra, ma forse ancora di più è quel che resta ancora da scoprire attraverso le nebbie del tempo, poiché questi ragazzi di tracce scritte ne hanno lasciate pochissime per non dire quasi nessuna. Ci sono frammenti, vecchie fotografie, nomi, qualche appunto, e poi naturalmente ci sono le loro vie di arrampicata che probabilmente parlano più di un testamento.
Le vicende dei Bruti delle origini sono una pagina dell'alpinismo italiano fondamentale, in quanto rappresentano uno straordinario collegamento tra l'alpinismo moderno e quello dei grandi classici, dell'epoca d'oro del sesto grado, una storia quasi sconosciuta ma che negli ultimi anni sta venendo riscoperta.













