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Il giorno dopo l'azzeramento del conto, la Lega: "Atto politico", ma le avvisaglie c'erano già prima del fatto compiuto

I segretari regionali del partito non possono più prelevare nulla per pagare fornitori e stipendi. È  l'effetto della sentenza di primo grado che in luglio scorso ha visto la condanna di Umberto Bossi e dell'ex tesoriere Francesco Belsito per appropriazione indebita e truffa allo Stato per 56 milioni. Un provvedimento che dispone anche il sequestro dei conti

Da sinistra Maurizio Fugatti e Roberto Paccher
Di Luca Andreazza - 15 settembre 2017 - 21:47

TRENTO. Il giorno dopo l'azzeramento e il blocco del conto, la rabbia della Lega Nord del Trentino non è sfumata. "Senza alcun preavviso ci hanno prosciugato il conto, circa 7 mila euro necessari per il funzionamento del partito. I soldi sono stati trasferiti nel fondo di giustizia", attacca Maurizio Fugatti (Qui articolo).

 

"Dopo Trentino, Emilia Romagna e Liguria - aggiunge il segretario trentino - la Procura di Genova sta agendo in Veneto e quindi a macchia d'olio nel resto del territorio italiano. Non è corretto, soprattutto dopo una sentenza di primo grado. L'appello è scontato, ma si rischia di aspettare un anno prima di vedersi i soldi nuovamente accreditati".

 

Alla vigilia del raduno di Pontida, la Lega di Matteo Salvini, che si candida a essere il traino del centrodestra nazionale, si ritrova senza un euro in cassa. "Risorse congelate - evidenzia Fugatti - a pochi mesi dalle elezioni politiche e a circa un anno da quelle provinciali. Questo provvedimento ci mette in difficoltà per tutte quelle attività che intendiamo portare avanti quotidianamente. Stiamo valutando tutti gli aspetti legali, ma intanto il problema resta".

 

"Tutto è in evoluzione - conferma Roberto Paccher, segretario amministrativo del carroccio trentino - ma si tratta di un provvedimento di natura politica per colpire la Lega Nord, in forte crescita in tutta Italia. Un duro colpo anche a tutte quelle realtà che ruotano intorno al partito. Aspettiamo ancora una comunicazione di notifica di quanto avvenuto".

 

Insomma, i segretari regionali del partito non possono più prelevare nulla per pagare fornitori e stipendi. È  l'effetto della sentenza di primo grado che in luglio scorso ha visto la condanna di Umberto Bossi e dell'ex tesoriere Francesco Belsito per appropriazione indebita e truffa allo Stato per 56 milioni.

 

Il doppio filone di Genova e Milano ha evidenziato le irregolarità nell'uso dei fondi pubblici ottenuti dalla Lega come rimborsi elettorali e quindi ha disposto il sequestro preventivo di 48 milioni. "La Lega - spiega il segretario - è parte lesa in questa vicenda. Le cifre in ballo sono molto più basse, circa 400 mila euro.

 

Inoltre tecnicamente le realtà territoriali sono totalmente slegate a quella nazionale. Qui il legale rappresentante è il segretario trentino: non si possono bloccare risorse per atti compiuti da altri e dopo soltanto la sentenza di primo grado".

 

Una cosa però è certa. Questo provvedimento non è un fulmine a ciel sereno, si tratta di una disposizione diventata operativa dopo una sentenza di circa due mesi fa dopo un percorso di quasi tre anni che ha visto diverse condanne.

 

Un processo dove la Lega stessa si è sfilata invece di costituirsi parte civile per danni d'immagine verso Bossi e i suoi fedelissimi. Forse i margini di intervento c'erano prima che arrivasse il conto. 

 

Il processo contro la Lega è partito nel 2012 dall'esposto di un militante del Carroccio che interpellava la procura di Milano "in merito alla liceità dell'operazione in Tanzania e di molte altre operazioni finanziarie effettuate mediante denaro pubblico".

 

In quel periodo, già altre due procure, Napoli e Reggio Calabria, si stavano occupando della gestione dei soldi della Lega. Proprio i pm napoletani avevano disposto il sequestro alla Camera della cassaforte di Belsito, correva l'aprile 2012.

 

Secondo i Pm, i documenti contenuti dentro la cartella 'The family' provano che più di mezzo milione di euro del partito era stato utilizzato per le spese della famiglia Bossi: quasi 10 mila euro sarebbero stati spesi per l'operazione di rinoplastica al figlio Sirio. A questo si aggiungono le multe saldate a Renzo Bossi, così come i 77 mila euro all'università di Tirana oppure le spese per la ristrutturazione della casa di Gemonio.

 

Un processo che ha portato alle dimissioni della leadership della Lega Nord, mentre l'iter processuale nel 2014 si sposta a Genova. Da qui, infatti, sono partiti i bonifici disposti da Belsito in direzione Tanzania e Cipro per l'acquisto, anche, di quote di fondi e diamanti depositati successivamente in una cassetta di sicurezza.

 

 

 

 

 

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