Copertura previdenziale fino a tre anni per le mamme. Futura e sindacati: ''Si incentivano le donne a uscire dal mondo del lavoro''
Rispetto alla media nazionale, il Trentino va un po' meglio. Le donne occupate con figli da 0 a 5 anni (tra i 25 e 49 anni) in Italia sono il 77,4%, in provincia arrivano all'84,4%, ma circa il 10% abbandona il lavoro. I sindacati: "Un provvedimento contrario alle politiche sociale adottate ad oggi"

TRENTO. "Un provvedimento certamente importante perché estende i benefici anche ai lavoratori autonomi e liberi professionisti che garantisce di poter seguire la crescita dei figli con maggior attenzione", queste le parole di Paolo Ghezzi e Lucia Coppola di Futura, che però aggiungono: "Ci sono anche famiglie, la maggioranza in realtà, che non possono permettersi di rinunciare a tre anni di stipendio".
Il riferimento va alla delibera approvata venerdì 8 febbraio dalla giunta provinciale per estendere la copertura previdenziale a coloro che si dedicano alla cura dei figli a tempo pieno fino al terzo anno di età e entro i tre anni dall'adozione. Oltre a liberi professionisti e lavoratori autonomi, questo provvedimento spetta poi anche a quelle persone che non svolgono alcuna attività lavorativa o sono in aspettativa.
"Una donna - evidenziano i consiglieri provinciali - che durante la gravidanza si è trovata a dover rinunciare al posto di lavoro, trova grandi difficoltà a rientrare nel mercato occupazionale dopo tre anni di assenza. Ma anche una donna o un uomo che ha conservato il lavoro e rientra magari con l’intenzione di continuare con quella carriera che faticosamente si era costruito fino a quel momento, scopre che, soprattutto in posti scarsamente tutelati, il proprio ruolo non c’è più".
E magari ci si ritrova a dover ricominciare da zero, non più giovanissimi, un ruolo nel frattempo fino a qualcun'altro che, ovviamente e legittimamente, non intende cedere. "A tutto questo - continuano Coppola e Ghezzi - si aggiunge la lotta per recuperare gli spazi perduti e riaffermare le proprie capacità, che si scontrano con le nuove incombenze familiari, che possono essere stancanti se non si hanno sostegni robusti e gli insostituibili nonni".
Insomma, un provvedimento più scuro che chiaro. "Pagare i contributi al genitore - prosegue Futura - che decide di rimanere a casa per i primi tre anni di vita del figlio è la tacita rinuncia al modello di conciliazione della dimensione familiare e di quella lavorativa della propria vita: misure come quella in oggetto privilegiano solo la prima e si ammette che non si possa scegliere tra carriera e famiglia".
L'occupazione femminile in Trentino è ferma a 11 punti percentuali in meno rispetto a quella maschile (dati Ispat 2017). "Nel terzo millennio dovrebbe essere possibile per uomini e donne decidere quanta parte dedicare al lavoro e quanto alla famiglia: raggiungere questo scopo dovrebbe essere l’obiettivo di una giunta che ha dichiarato di avere tra i suoi obiettivi programmatici l’innalzamento del tasso di natalità".
Mamme e lavoro resta un binomio ancora difficile. Se negli ultimi anni anche in Trentino il tasso di occupazione femminile registra una crescita significativa, il contraltare è l'abbandono del posto di lavoro delle mamme. Se i grandi numeri dicono di qualche progresso, nell'equilibrio delle famiglie, le differenze sono ancora sostanziali.
E il paragone diventa l'Europa. "Nella vicina Austria - spiegano Ghezzi e Coppola - le misure di riduzione della retta degli asili nido sono differenziate a seconda del Bundesland, mentre in Svezia, le spese mediche per i bambini sono gratis fino ai 18 anni, i giorni di permesso per restare a casa con i figli malati sono pagati e illimitati. Gli Stati dell’Europa settentrionale presentano solitamente i maggiori tassi di occupazione e al tempo stesso i più elevati tassi di fecondità per un’effettiva applicazione di politiche family friendly nei sistemi di welfare pubblico e privato".
Anche i sindacati scendono nel dibattito. "Bisogna sfatare un falso mito - commenta Franco Ianeselli, segretario della Cgil - i Paesi dove il tasso di natalità è alto, sono quelli che garantiscono l'occupazione ai genitori. E' importante sviluppare politiche per incentivare la conciliazione vita-lavoro. E le politiche sociali negli ultimi anni hanno previsto determinate misure quali flessibilità, congedi e family audit. Questo provvedimento segue una strada opposta, oltre a far uscire le persone dal mercato del lavoro".
Rispetto alla media nazionale, il Trentino va un po' meglio. Le donne occupate con figli da 0 a 5 anni (tra i 25 e 49 anni) in Italia sono il 77,4%, in provincia arrivano all'84,4%, ma circa il 10% abbandona il lavoro. "Si deve lavorare sui servizi - dice Ianeselli - il welfare per portare risultati positivi deve aiutare le persone. In tre anni cambia il mondo e quindi diventa difficile rientrare, il provvedimento non sembra buono".
"Le neo mamme - commenta Walter Alotti, segretario della Uil - non vorrebbero abbandonare il posto di lavoro, ma chiedono delle politiche di conciliazione vita-lavoro in grado di funzionare. Così si rischia davvero di creare delle disoccupate di lungo periodo. Non solo, nel settore privato la differenza salariale è già grandissima tra uomo e donna ed allontanare le mamme dal luogo di lavoro per ben 3 anni non farà altro che minare la professionalità della donna e creare delle nuove disparità salariali. Già esistono degli strumenti per la conciliazione tra lavoro e maternità. Sarebbe necessario implementarli e sistematizzarli a livello territoriale e l’intervento della provincia potrebbe sicuramente essere di promozione e di incentivo alle imprese. Non crediamo che abbassando la partecipazione delle donne al mondo del lavoro aumenti il tasso di natalità. I dati statistici sembrano infatti affermare il contrario".
I sindacati discutono anche il metodo. "Siamo convinti - conclude Alotti - che un confronto avrebbe meglio orientato la decisione della giunta - - evitando che il provvedimento, così come è stato concepito, alimentasse e incentivasse ulteriormente il già alto numero di donne che si licenziano entro il primo anno di vita del bambino. Sarebbe infatti necessario offrire una serie di servizi e di sostegni alle neo mamme affinché possano dedicarsi alla cura del bambino".


















