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“O Padania, o mia patria tradita”. Da Venezia si alza un grido: “Chi segue Salvini non è coerente ed è un opportunista. Tosi lo aveva capito prima”

Mentre a Pontida si tiene la tradizionale manifestazione del Carroccio, a Venezia la confederazione Grande Nord, nata dai fuoriusciti, organizza un raduno per rivendicare l'indipendenza della Padania e la nascita di tre macroregioni. "Meglio un partito territorialista al 2-3% che una forza nazionalista e italiana", tuonano dalla piazza

Di Davide Leveghi - 15 settembre 2019 - 18:15

TRENTO. Che scarsa coerenza e trasformismo siano caratteristiche insite nella nostra politica è cosa nota, ma la conversione della Lega Nord in Lega – Salvini premier, con annessa perdita dell'attributo territoriale, è cosa decisamente clamorosa. Chi lo avrebbe mai detto che il segretario di un partito che sbraitava contro chiunque provenisse da una certa latitudine – sotto al fiume Po, per capirci – potesse dopo qualche anno aizzare le folle nelle bianche piazze assolate del Meridione?

 

Da qui a immaginare poi che quel segretario, che al tempo “con il tricolore mi ci pulisco il culo”, potesse passare a remixare l'inno di Mameli in un famoso locale sulla spiaggia della costa romagnola – sempre sotto il Po, per capirci - ce ne passa parecchio, ma al di là degli oppositori a questa forza politica, a soprassedere a questo repentino cambiamento sembrano essere davvero in pochi. In particolare, per la rubrica “opportunismo o morte”, gli stessi partiti e movimenti di estrema destra del Paese, più interessati al “terreno comune delle lotte identitarie” e al mettersi al traino del politico del momento che a fare le pulci alla congruenza di chi cantava “Senti che puzza, scappano anche i cani, sono arrivati i napoletani...” , mentre ora si strafoga di babbà.

 

Eppure qualcuno della vecchia guardia mugugna, nel giorno in cui a Pontida, tradizionale “Mecca del leghismo”, si tiene la partecipata manifestazione annuale – la più partecipata di sempre, a detta degli organizzatori (QUI ARTICOLO) –, arrivando perfino a organizzare un raduno parallelo laddove, a Venezia, 23 anni fa lo storico leader e fondatore del Carroccio Umberto Bossi dichiarava al mondo intero l'indipendenza della Padania. “Noi guardiamo a Miglio, non a Bossi, che per noi è marginale, non è un punto di riferimento”, dice Pier Candido Rio, storico militante leghista e segretario per anni della sezione Tione- Val Rendena, oggi tra i leader della confederazione “federalista e separatista” Grande Nord.

 

Una vera e propria bestemmia, per quelli a cui ancora si scalda il cuore nel risentire i discorsi infuocati del “Senatùr”, a cui i duri e puri padani non perdonano il fatto di essere rimasto presidente del partito, seppur marginalizzato. “Non ci basta l'autonomia, noi vogliamo l'indipendenza – incalza Rio – Padania, nord e indipendenza. Proseguiamo nel vecchio progetto della Lega lombarda, per la creazione di una realtà federalista e la nascita delle macroregioni, in cui il residuo fiscale rimanga sul territorio”.

 

Ne è passata di acqua – del “Dio Po” - sotto i ponti, tanta da portare via i miti su cui il Carroccio poggiava. Nella “Roma ladrona” i leghisti paiono aver messo radici, le note del Nabucco di Verdi hanno lasciato spazio a Mameli, e pure i “terroni” hanno cominciato a votare per Alberto da Giussano. Tira e tira la coperta, prima Marche, Toscana e Umbria, poi sempre più giù, il consenso e l'appoggio si cerca pure in Sicilia. “Dire che è un'operazione di trasformismo è troppo lieve – ghigna Rio – quello di Matteo è un vero e proprio tradimento. Non ci garba che abbia radunato le piazze attraverso le strutture di un partito territorialista, trasformato in partito personale solo per opportunismo. Questo ci ha fatti inorridire e cambiare atteggiamento”.

 

E non a caso, dai tentativi di “allungare i tentacoli della Lega ma nella logica delle 3 macroregioni” allo “sfoggio fuorviante del tricolore, solo per seguire una moda”, si sono abbandonati quei principi che oggi in piazza a Venezia, all'ombra del Leone di San Marco, si rivendicano con forza. “Siamo nati leghisti e moriamo leghisti e territorialisti. Chi segue Matteo non è coerente, non è credibile ed è un opportunista”. Tanto che l'exploit elettorale, più che suscitare ammirazione, suscita ribrezzo: “Meglio un partito territorialista al 2-3% che questa cosa qua, basata su italianità, nazionalismo e abbandono del progetto iniziale”, commenta piccato l'ex segretario di sezione trentino.

 

Il successo e la conversione di Salvini e della Lega proprio non vanno giù a chi si ritrova quest'oggi nel raduno “parallelo” di Venezia. Tanto che pure tra questi non mancano gli esami di coscienza e le analisi della sconfitta, di cui a quanto pare non solo la sinistra pare essere professionista. “Qualcuno lo ha aiutato, Salvini è una creatura della Lega – spiega Rio – salvo che poi ha fatto gli interessi propri. Ha paura di perdere il potere, mette alla porta chiunque non la pensi come lui, ma chiamarlo “duce” mi pare un insulto alla destra. È un termine che ha rilevanza, che non si adatta quindi ad una marionetta. La Lega, come tutti i partiti italiani di un certo peso, si è trasformata in un partito di burattini comandati da fuori, basti vedere a chi si rifanno nelle loro riunioni quasi massoniche”.

 

Il riferimento alla Russia e al sovranismo lepeniano appare chiaro, anche se i legami con l'ideologia di estrema destra non sono certo cosa nuova nella storia leghista – basti pensare ai trait d'union Borghezio o Tosi. “Su Borghezio non mi esprimo – risponde Rio – è una figura indecifrabile. Molti di noi provengono da destra, ma da una destra territoriale, non nazionale, che lavora produce e paga le tasse. Riguardo a Tosi posso solo dire che aveva capito da tempo come sarebbe andata, e su di lui mi sono dovuto ricredere”.

 

Il riferimento va a delle lotte interne al partito tra veneti e lombardi. Rio non accetta il termine “faide”, preferisce parlare di “posizioni diverse”. “Tosi chiedeva che anche i veneti avessero posizioni più importanti all'interno del partito. D'altronde questi avevano ingoiato il rospo dell'autonomia al posto dell'indipendenza, si erano “svenduti”, e questo a cosa ha portato?”.

 

La scelta di Venezia, a questo punto, a prescindere dai simboli, illumina forse anche su questo aspetto. Il “popolo veneto”, più debole economicamente della Lombardia ma più orgogliosamente votato all'indipendenza, ha visto il vaso della pazienza traboccare definitivamente. Di qui la manifestazione del Grande Nord. “Ci siamo già presentati ad alcune elezioni, in Lombardia, in Piemonte, in Veneto. Abbiamo un centinaio di consiglieri, apparentati con liste civiche, o all'opposizione. Abbiamo pure degli agganci negli onorevoli a Roma, ma finché non vengono fuori loro...”, lascia in sospeso.

 

A Roma non vogliamo rappresentanti – continua – per noi Roma non esiste. Puntiamo semmai ad avere, come le chiamiamo noi, delle “sentinelle” nelle Camere, dei garanti. Anche se per noi le Camere se non esistessero andrebbe bene, la nostra speranza è di essere indipendenti, e legati più alla Mitteleuropa, non guardare in giù”. E il Trentino? Rio invita a non speculare: “Bisesti cerca l'avvicinamento al Patt. Noi ci auguriamo che il Patt rimanga quello che è, un partito autonomo e autonomista. Il nostro obiettivo sarebbe di offrire il nostro contenitore, ma per ora possiamo offrire solo la nostra consapevolezza”.

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