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Salvini a Pontida tra preghiere per il leghisti che non ci sono più e citazioni: ''La sinistra? Schiavisti, razzisti e colonialisti''

Un intervento in cui si martella costantemente sui tormentoni dell'ultima estate e dell'appena passata crisi di governo: le poltrone, l'immigrazione, il taglio delle tasse, i bambini. Non c'è nulla di nuovo, se non nelle forme, sopra le righe, drammatiche, quasi concilianti – a tratti, per lo meno

Di Davide Leveghi - 15 settembre 2019 - 15:48

TRENTO. È un intervento prevedibile quello del segretario leghista Matteo Salvini, nella tradizionale manifestazione di Pontida. Un intervento in cui si martella costantemente sui tormentoni dell'ultima estate e dell'appena passata crisi di governo: le poltrone, l'immigrazione, il taglio delle tasse, i bambini. Non c'è nulla di nuovo, se non nelle forme, sopra le righe, drammatiche, quasi concilianti – a tratti, per lo meno. Le Lega contro l'odio, che ama il suo avversario nonostante le offese e gli insulti, che rispetta i principi evangelici.

 

Sin dai prodromi della manifestazione il ministro degli Interni uscente fa il pompiere. Liquida come cretina la donna che in nome del suo razzismo e del suo leghismo ha rifiutato un'affittuaria solo perché meridionale, stempera i toni usati dal deputato Vito Comencini, che nella vigilia dedicata ai giovani aveva affermato “Mattarella mi fa schifo”, giustificando la rabbia della piazza con la presa in giro di cui sarebbe stata oggetto la “maggioranza degli italiani”.

 

Solo sul “classicone” di dar giù ai giornalisti, Salvini non si contiene. La categoria è capro espiatorio troppo ghiotto, offenderli non inimica di certo il “popolo”, anzi. E allora fioccano le allusioni sul giornalismo che nasconderebbe o sminuirebbe la portata della manifestazione, decisamente partecipata. E tutto ciò mentre durante la mattina un reporter di Repubblica veniva aggredito per le insistenti domande a una militante e Gad Lerner si beccava gli immancabili insulti antisemiti. “Non sei italiano, sei un ebreo”, gli hanno urlato, quando a pochi passi, nelle vicinanze del palco, sventolava pure una bandiera di Israele.

 

La confusione sui vessilli non sfugge all'occhio – quella della Scozia accanto all'Union Jack, il tricolore accanto all'aquila tirolese – ma non era certo l'unica che un osservatore nemmeno troppo attento potesse notare. Salvini infatti calca la mano sui “traditori chiusi nei palazzi che sussurrano con Merkel e Macron” - mentre si indaga sulla maxi-tangente che la Lega avrebbe ottenuto dalla Russia, che fino a prova contraria è un Paese straniero – parla di ideali svenduti alle poltrone – mentre a Venezia i “veri leghisti” manifestano per l'indipendenza della Padania, contro un partito divenuto da secessionista a nazionalista – dà pure alla “sinistra” degli ”schiavisti, razzisti e colonialisti” perché a suo dire sfrutterebbero gli immigrati con paghe da fame.

 

È il mondo alla rovescia, poi, quando parla di “due idee di Italia a confronto, quella di Oriana Fallaci e del suo patriottismo e l'altra dei viziatelli esterofili di quella comunistella di Carola Rakete”, che – testuali parole - “se la vedesse Enrico Berlinguer si rivolterebbe nella tomba”. “Ieri i comunisti parlavano agli operai, oggi parlano alle banche”, incalza, aggiungendoci pure un riferimento storico – per la rubrica uso politico, e improprio, della storia – ai “nostri nonni che combatterono e morirono sul Piave per difendere i sacri confini della patria, non per le Ong”.

 

L'intervento è un'infornata continua di citazioni, di “grandi italiani e grandi italiane”. Da Leopardi a Giovanni Paolo II, da Livatino a Ferrari. Passando poi pure per Margareth Thatcher. “Non ci può essere libertà se non c'è libertà economica”, spiegaglielo tu che questa Europa “delle banche”, come la chiama ripetutamente, nasce proprio da questo concetto. Sovranismo e liberismo, due concetti che si presentano come tanto lontani, ma che in realtà condividono molto di più di quanto non si voglia confessare – Salvini ripete in francese, tedesco e inglese la frase: “il popolo italiano non è schiavo di nessuno”.

 

Ma è all'inizio e alla fine dell'intervento che si trovano i momenti culminanti, quell'elemento sopra le righe di cui si accennava sopra. Il segretario del Carroccio sale sul palco osannato dalla folla, dopo aver atteso i brevi interventi di tutti i governatori leghisti – tra cui Maurizio Fugatti (qui l'articolo) - o in coalizione e dei “cavalli da corsa” che contenderanno alle prossime elezioni la guida delle “regioni rosse”. Dato l'addio al Nabucco, Salvini entra sulle note di “Vincerò” cantata da Pavarotti. Nemmeno il tempo di cominciare a parlare che si ferma, affermando di voler pregare per chi, da lassù, non può più partecipare a Pontida.

 

Scende dal palco, si dirige verso un albero, congiunge le mani e in silenzio, con una musica lacrimevole in sottofondo, versa qualche lacrima prima di baciare una lapide, farsi il segno della croce e riprendere la direzione del predellino. Ci si verrebbe da chiedere, se quelli lassù, militanti leghisti di Pontida, approverebbero la svolta nazionalista del partito. Quelli vivi e che la Padania ce l'hanno ancora nel cuore, decisamente no.

 

Alla fine, invece, vengono fatti salire dei bambini. Uno striscione è portato davanti, #bambiniStrappati si legge. Una bambina restituita alla madre viene avvicinata dal segretario, le mani si spellano negli applausi. “I bambini non si usano per la propaganda politica”, ripeteva qualche tempo fa. Strana concezione, la sua. E a sancire il giuramento per un'Italia nuova, invita a prendersi per mano: “Su le mani, vi chiedo che la giornata di oggi sia l'inizio di una pacifica, democratica e rivoluzionaria liberazione del nostro Paese nel nome del lavoro, della libertà, dell'orgoglio e della sicurezza. Viva la Lega e viva l'Italia”.

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