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Vienna ripropone il doppio passaporto. Obermair: "Dilettantismo istituzionale, così si mina l'autonomia". Urzì: "Atto di alto tradimento"

I popolari dell'Övp e l'ultradestra dell'Fpö fanno approvare un emendamento che rimette sul tavolo la questione del doppio passaporto per i sudtirolesi. Roma protesta, ma una norma del genere era già stata istituita attraverso la legge Tremaglia del 2001 sul voto degli italiani all'estero

Di Davide Leveghi - 20 settembre 2019 - 19:20

BOLZANO. Così come la questione toponomastica, anche la polemica sul doppio passaporto riappare ciclicamente nel dibattito pubblico, rinfocolando la tensione che cova sotto traccia a cavallo del passo del Brennero. “E' una boutade politica funzionale a delle esigenze interne della destra austriaca e sudtirolese – spiega lo storico Hannes Obermairuna proposta di per sé controproducente, illogica, che mina alla base le istanze autonomistiche contraddicendo il Trattato di Parigi”.

 

Nell'accordo De Gasperi- Gruber, infatti, è stabilito che Austria e Italia vigilino e tutelino l'autonomia del Sudtirolo, principio contraddetto dalla mossa di Vienna, dove i popolari dell'Övp e l'ultradestra dell'Fpö hanno approvato coi loro voti un emendamento per l'avvio dei colloqui con Roma sul doppio passaporto per i sudtirolesi, suscitando il favore della destra di oltre Brennero. Mossa di certo ascrivibile alla campagna elettorale che impazza nel nostro vicino ormai da tempo.

 

E' un atto di alto tradimento dell'Austria nei confronti dell'Italia – tuona invece Alessandro Urzì, coordinatore regionale de L'Alto Adige nel cuore -Fratelli d'Italia – poiché con la quietanza liberatoria del 1992 questa ha riconosciuto come irrevocabile il percorso autonomistico, strumento di tutela e massima garanzia della minoranza tedesca, ritenendolo l'atto conclusivo della storica vertenza aperta all'Onu negli anni '60”.

 

La volontà di escalation è chiara, mentre in giro per l'Europa misure analoghe vengono attuate dal governo nazionalista di Orbán o dalla Russia di Putin, con i conseguenti esiti militari nel Donbass. Ma anche l'Italia, d'altronde, non è completamente estranea all'estensione della cittadinanza al di fuori dei propri confini. Nel 2001, l'allora ministro per gli Italiani nel mondo Mirko Tremaglia, esponente di Alleanza nazionale, fu promotore di una legge che cambiò le modalità relative all'esercizio di voto degli italiani che risiedono all'estero , che di fatto ampliò la cittadinanza ai discendenti di italiani permettendo loro di ottenere diritti come cittadini italiani, su tutti il voto.

 

Una misura a cui la destra austriaca, colpevole a giudizio di Obermair di “dilettantismo istituzionale”, si riallaccia, in una logica di “revanscismo al potere che c'era allora in Italia, c'è ora in Austria, e attraverso la “politica dei passaporti” alimenta il circolo vizioso del vittimismo”.

 

Di diverso avviso Urzì, che vede tra le legge Tremaglia e la proposta austriaca una netta differenza. “La prima estende la cittadinanza su basi storiche, concedendola a chi risponde a certi requisiti di genealogia, discendenza storica, ecc., che si devono dimostrare; la seconda, invece, ha alla base un obiettivo politico, perché se ci fosse una base storica la cittadinanza austriaca dovrebbe essere concessa a mezza Europa. È una rivendicazione politica e territoriale. Oggi si dà la cittadinanza, domani si estende la leva, dopodomani le norme fiscali. Così l'autonomia si presenta non come il completamento di un percorso ma come una tappa di passaggio verso la secessione”.

 

La posizione è chiara: gli italiani d'Istria, essendo minoranza ristretta nei propri territori, si vedono riconosciuto un diritto storico, i tedeschi d'Alto Adige, maggioranza in provincia, si accontentino dell'autonomia. “Lo spiego con un paradosso – continua Urzì – è come se il Parlamento italiano si trovasse domani e votasse la concessione della cittadinanza agli italiani del Canton Ticino. La Svizzera chiuderebbe i confini e schiererebbe l'esercito. Questo è un atto di aggressione e un approccio antieuropeo, perché così si rinnega l'autonomia”.

 

Le differenze, è evidente, ci sono. Ma Urzì ci permetta di dubitare sulle cause che portarono alla proposta e all'approvazione di quella legge, di certo non prive, nei territori storicamente contestati dall'Italia, di tinte nazionalistiche. Il passaporto è strumento che dà diritti e anche doveri, su cui si può discutere ma partendo da un'impostazione diversa di quella mostrata da Vienna. “Così com'è impostata – conclude Obermair – la questione del passaporto ai sudtirolesi si smaschera per quello che è: un'arma per creare attriti e contrasti, una rinazionalizzazione della questione sudtirolese e non certo una sua europeizzazione, come ci si potrebbe augurare”.

 

E non è un caso che ripetutamente la questione della creazione di un passaporto europeo si sia presentata nel dibattito pubblico come strumento di superamento delle divergenze nazionali e di creazione di una vera identità europea. Una soluzione che Urzì liquida velocemente. “Con il passaporto italiano siamo già a posto, lì c'è scritto Unione europea. Non ne abbiamo bisogno”.

 

Intanto, a Trento, l'eco dell'emendamento già produce euforia tra i nostalgici del Tirolo. “La questione del doppio passaporto ha compiuto un primo passo – racconta Paolo Primon – ora ci si rimanda all'Europa. Sarebbe un grave errore, però, estenderlo ai soli tedeschi. È bene che si tutelino anche i trentini e la loro autonomia, perché la doppia cittadinanza non solo è un nostro diritto storico ma pure sarebbe il vero sigillo a favore della nostra autonomia, indebolita dalle leggi di Roma”.

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