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Crisi libica, Haftar e al-Sarraj a Roma per trattare? Mentre si guarda all’escalation Usa-Iran, in Libia infuria la guerra ma i due avversari sarebbero in Italia per incontrare Conte

Il generale ribelle Haftar, dopo la conquista di Sirte, stringe la sua morsa sul governo di al-Sarraj, ma a quanto pare i due avversari sarebbero arrivati quest’oggi a Roma per incontrare Conte. Nel frattempo la Turchia, dopo più di cent’anni, si prepara a sbarcare le sue truppe in Tripolitania. La strategia italiana ed europea, dopo l’immobilismo, potrebbero aver segnato un punto a loro favore

Nella mappa, in blu le zone controllate dal governo di al-Sarraj, in rosso quelle conquistate del generale ribelle Haftar. Fonte libya.liveuamap.com
Di Tiziano Grottolo - 08 January 2020 - 16:30

TRIPOLI. Era il 18 ottobre 1912 quando venne firmato il trattato di Losanna che sancì la fine della guerra italo-turca (scoppiata nel 1911) e mise nero su bianco la cessione, da parte dell'Impero Ottomano, della Libia e del Dodecaneso (che doveva essere temporanea) al Regno d’Italia. Così al dominio ottomano si sostituì quello ancora più feroce dell’Italia, che in pochi anni diventò anche fascista e non esitò ad usare le armi chimiche contro i civili, un’altra guerra di un’altra epoca, ma oggi come allora in Libia si continua a morire, mentre pochi giorni fa, dopo circa 108 anni di esilio, truppe turche sono tornate a calpestare la sponda meridionale del Mediterraneo.

 

Dal 2011 la Libia è un paese che non trova pace: dopo la deposizione di Mu'ammar Gheddafi, in seguito alle proteste nate dall'onda della cosiddetta primavera araba e sfociate in una sanguinosa guerra civile culminata appunto con l’uccisione del Raìs, i libici non sono mai stati abbandonati dalla guerra che è entrata a far parte della routine quotidiana. Alla prima guerra civile se ne è susseguita un’altra incominciata il 16 maggio 2014 dopo il fallito colpo di stato tentato dal generale Khalifa Haftar.

 

Da quel giorno si sono fronteggiati due schieramenti principali (ai quali andrebbero aggiunte centinaia di milizie, islamiste e non, e perfino la comparsa dell’Isis): l’uno guidato da Fayez al-Sarraj, presidente del governo di accordo nazionale (Gna) e riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato da Turchia, Qatar, Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Europea e Italia. L’altro schieramento è capeggiato dal generale Haftar, alla guida dell’autoproclamato esercito nazionale libico (Lna) e sostenuto soprattutto da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Russia e Francia. Insomma un mosaico indistricabile fatto di morte e violenza che nel tempo si è trasformato nel terreno di scontro che vede contrapposte potenze regionali che in Libia combattono una guerra per procura.

 

Su questo punto è intervenuto in questi giorni il ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio: “La situazione sul terreno in Libia è molto delicata, ma questo non significa che l’Ue debba restare immobile – ha affermato – ne ho parlato ieri sera a Roma con l’alto rappresentante per le politiche Ue, Josep Borrell, con il quale abbiamo affrontato anche il dossier iraniano”. Il ministro degli esteri italiano ha partecipato anche al vertice straordinario tenutosi a Bruxelles con gli altri rappresentati di Francia, Germania, Gran Bretagna e lo stesso Borrell: “Continuiamo tutti a ritenere che non esista alcuna soluzione militare – ha detto Di Maio – come Italia abbiamo peraltro ottenuto che al Consiglio Affari Esteri di venerdì si parli, oltre che di Iran, anche di Libia, che per noi è la priorità”. Al di là delle frasi di circostanza però pare che l’Ue abbia poche idee sul come intervenire per risolvere la crisi libica, tanto che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e al-Sarraj hanno da poco concluso un accordo per lo stanziamento di soldati turchi in Tripolitania, senza che l’Europa, almeno per il momento, sia riuscita ad impedirlo.

 

 

 

 

Proprio per affrontare questo tema Di Maio ha fatto visita al suo omologo turco Çavuşoğlu: “Quella in corso è una guerra per procura – ha ribadito il ministro degli esteri italiano – dobbiamo essere franchi e parlarci chiaro, puntando al dialogo e coinvolgendo tutti, è quello che stiamo facendo come governo. Lo ripetiamo: non esistono soluzioni militari alla crisi in corso – ha continuato – ricordiamo bene gli errori del passato, in particolare l’intervento Nato del 2011. Certi errori non si possono più ripetere. Non ce lo possiamo permettere come Italia e non ce lo possiamo permettere come Europa. Serve subito un cessate il fuoco”. Non è chiaro se queste parole, unite alla condanna emersa durante il vertice straordinario dei paesi Ue, abbiano sortito qualche effetto nelle intenzioni della Turchia, che pare determinata ad intervenire militarmente al fianco del governo di al-Sarraj.

 

La fitta rete d’incontri che ha impegnato il ministro degli esteri (questo pomeriggio Di Maio era in Egitto) potrebbe aver dato i suoi frutti, è notizia di oggi che i due avversari Haftar e al-Sarraj sarebbero atterrati quest’oggi a Roma per incontrare il primo ministro Giuseppe Conte nel tentativo di trovare una mediazione diplomatica, fatto questo che ha colto di sorpresa molti osservatori visti e considerati gli sviluppi degli ultimi gironi.

 

Pochi giorni fa infatti le forze di Haftar avevano fatto il loro ingresso nella città di Sirte (ex roccaforte di Gheddafi), città costiera situata in una posizione strategica e che ospita un aeroporto da dove potrebbero crollare i droni a disposizione dell’Lna. A sua volta, tramite un comunicato, il governo di accordo nazionale ha fatto sapere che la città è tornata sotto il suo controllo ma a questa affermazione non ci sono riscontri ed è più probabile che il governo internazionalmente riconosciuto controlli alcune zone della periferia a ovest, mentre le forze del generale ribelle abbiano effettivamente preso possesso del centro cittadino e dell’aeroporto.

 

Haftar sta serrando la sua morsa sul governo di al-Sarraj che si trova confinato nella parte nord-occidentale del paese con la stessa capitale, Tripoli, esposta agli attacchi dell’Lna. Così mentre gli occhi del mondo sono puntati sull’escalation militare fra Stati Uniti e Iran la Libia sprofonda sempre più nella spirale di violenza. Nessuna delle due parti sembra intenzionata a cedere mentre le potenze regionali sono impegnate in un’intricatissima partita a scacchi dove i pedoni, sempre sacrificabili, sono gli stessi libici e in palio c’è il controllo sulle macerie di quella che era la Libia, nel cui sottosuolo ancora riposano importanti riserve di petrolio e gas naturale.  

 

Se i primi soldati turchi sono già arrivati nel paese le braccia del presidente russo Vladimir Putin rimangono tese verso le parti in causa, l’idea di fondo rimane quella di far sedere i combattenti attorno al tavolo dei negoziati, relegando, di nuovo, Stati Uniti e Unione Europea al ruolo di spettatori marginali. Un modo come un altro per smascherare l’ipocrisia e la divisione che regna fra gli stati occidentali che da sempre esercitano la loro influenza sull’area, una crepa entro la quale vorrebbero infilarsi la Russia e le altre potenze regionali, Turchia ed Egitto in primis, così da sostituirsi ai vecchi colonizzatori che in fondo non hanno mai abbandonato il continente africano. Se poi questa forma di controllo sarà preferibile a quella esercitata fino ad oggi dalle potenze europee saranno i libici a sperimentarlo sulla loro pelle.

 

L’incontro romano di oggi però, al quale ne seguirà un altro a Bruxelles in serata, potrebbe aprire uno spiraglio per una pace tanto insperata quanto complessa da raggiungere. Non è dato sapersi se le parti in causa stanno solo prendendo tempo o se sono davvero intenzionate a cercare di trovare una soluzione pacifica. In attesa di avere una risposta la comunità internazionale rimane con il fiato sospeso.

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