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I centri sociali del nord-est bloccano (VIDEO e FOTO) la centrale a carbone: “Stop alle fonti inquinanti”

Circa 200 attivisti hanno pacificamente occupato la centrale a carbone di Fusina bloccando la produzione. Alla protesta hanno preso parte anche i trentini del Centro sociale Bruno: “Chiediamo la dismissione di tutte le centrali a carbone d'Europa”

Di Tiziano Grottolo - 29 febbraio 2020 - 16:09

VENEZIA. “Stop al capitalismo e stop al carbone” queste le parole d’ordine dei circa 200 attivisti, tutti afferenti all’area dei centri sociali del Nord-est, che stamane hanno pacificamente invaso la centrale termoelettrica Andrea Palladio nella località industriale Fusina, che si trova nel comune di Venezia. “Un azione – fanno sapere – che si inserisce nel percorso di avvicinamento al Venice Climate Meeting che si svolgerà a Venezia il prossimo 4 e 5 aprile”.

 

I manifestanti, fra cui i trentini del Centro sociale Bruno, dopo essersi introdotti all’interno della centrale, hanno calato alcuni grandi striscioni, uno di questi recita: “One solution: revolution” un modo spiegano “per ribadire che non si possono accettare compromessi sulla pelle delle persone”, chiedendo al contempo la dismissione immediata di questa e di tutte le altre centrali a carbone d'Europa.

 

Lo stabilimento di Fusine infatti è alimentato a carbone, metano, olio combustibile denso (ovvero nafta pesante) e olio combustibile leggero (ovvero gasolio), tutti carburanti estremamente inquinanti: “Si tratta della quinta centrale più grande d'Europa – spiegano gli attivisti – responsabile della produzione di 7000 tonnellate di carbone al giorno”. Così, mentre una parte dei militanti dei centri sociali bloccava il cancello, un altro gruppo ha occupato i nastri trasportatori del carbone, dai quali è stato calato lo striscione: “Siamo l'antidoto al capitalismo”.

 

 

L’azione tanto eclatante quanto inaspettata ha raggiunto il suo obiettivo principale, cioè bloccare la produzione della centrale, senza che vi siano stati incidenti, nel mirino dei manifestanti però c’è anche la scelta di Enel (proprietaria della centrale) di riconvertire l’alimentazione passando dal carbone al metano che comunque dovrebbe arrivare non prima del 2025: “Non è così che si aiuta il pianeta – accusano – Una riconversione ecologica fatta in questo modo è irrisoria”.

 

Contestualmente all’azione dimostrativa è stato diffuso anche un comunicato dove si spiega: “In Italia sono presenti dodici centrali sparse tra Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Lazio, Puglia e Sardegna che producono elettricità bruciando carbone. Otto sono di proprietà dell’Enel, due di A2A, una della E.On e una della Edipower. Nel 2014 hanno soddisfatto il 13,5 per cento del consumo interno lordo di energia elettrica a fronte delle emissioni di ben 39 milioni di tonnellate di CO2, circa il 40 per cento di tutte le emissioni del sistema elettrico nazionale. Il 90 per cento del carbone che bruciamo arriva via mare da Stati Uniti, Sudafrica, Australia, Indonesia, Colombia, Canada, Cina, Russia e Venezuela. Allo stesso tempo, 521 persone muoiono ogni anno per cause legate direttamente agli effetti dell’esposizione ai fumi della combustione di carbone”.

 

Per dovere di cronaca riferiamo di essere stati contattati dall'ufficio stampa di E.On che ha voluto sottolineare come il gruppo energetico internazionale sia stato fra i primi a essere uscito dalle attività di generazione dell’energia. Già nel 2016 – si legge nella nota – abbiamo perfezionato l’uscita dalle attività di generazione convenzionale e nell'ambito di tale processo è stata ceduta anche la Centrale di Fiume Santo, dove sono in funzione due gruppi di generazione a carbone. Oggi E.On si concentra sulle le soluzioni per i clienti e le reti energetiche”. 

 

 

Secondo chi protesta la centrale di Fusina rappresenta per molti aspetti uno dei simboli della “non volontà politica ed economica di affrontare la crisi climatica”, inoltre in ballo c’è anche la possibile riapertura dell’inceneritore della centrale che se confermata lo renderebbe il più grande del Veneto, un’operazione che avrebbe delle conseguenze negative su tutta l’area di Marghera.

 

“Affermiamo che l’Italia dovrebbe puntare su un diverso modello energetico centrato sul risparmio – sottolineano gli attivisti – l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, partendo dalla generazione distribuita in piccoli impianti alimentati sempre più da energie rinnovabili allacciate a reti intelligenti integrate con efficaci sistemi di accumulo. Siamo qua – hanno concluso – per gridare che è necessario un cambio rivoluzionario dei nostri paradigmi, che metta al centro la vita e la giustizia climatica, che per essere tale dev’essere anche giustizia sociale”.

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