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Elezioni, ecco perché le tre preferenze penalizzerebbero le donne. I ddl Rossi e Masè “bocciati” dai numeri: “Risultati inferiori a quelli raggiunti nel 2018”

In Trentino si sta discutendo se modificare la legge elettorale provinciale, due ddl prevedono di eliminare la doppia preferenza di genere, una scelta che, dati alla mano, andrebbe a limitare le possibilità che una donna venga eletta in Consiglio. L’esperto: “Con le tre preferenze il risultato in termini di presenza femminile sarebbe del 33%, persino inferiore ai risultati raggiunti nel 2018”

Di Tiziano Grottolo - 24 maggio 2021 - 13:07

TRENTO. In questi giorni, forse un po’ in sordina, sono approdati alla commissione competente due distinti disegni di legge che puntano a modificare la legge elettorale provinciale. Com’è facile intuire non si tratta di una questione di lana caprina ma si parla di una materia che andrà a incidere sull’assetto futuro del governo della Provincia di Trento. Il primo ddl, più corposo, risale al 2019 e porta la firma di Ugo Rossi (al tempo esponente del Patt oggi in Azione); il secondo provvedimento invece è stato presentato dalla consigliera di maggioranza Vanessa Masè (La Civica).

 

Se, come sostiene l’ex presidente della Provincia Rossi il suo ddl si pone l’obiettivo principale di distinguere il mondo politico trentino da quello nazionale, agevolando la a nascita di partiti “realmente locali”, nello stesso provvedimento è contenuta la proposta di abolire la doppia preferenza di genere in favore della tripla preferenza. Secondo Rossi introdurre le tre preferenze potrebbe garantire un migliore rapporto tra eletto e elettore, inoltre (sempre a detta di Rossi) la rappresentanza di genere non verrebbe intaccata, ma anzi verrebbe valorizzata. Sul tema delle preferenze interviene anche il ddl Masè che, allo stesso modo dell’ex presidente della Pat, vorrebbe abolire la doppia preferenza consentendo agli elettori di esprimerne fino a tre. Un modo per valorizzare il ruolo dell’elettore, sostiene la consigliera.

 

Eppure, dati alla mano, nel corso dell’ultima audizione entrambi i consiglieri sono stati smentiti dai tecnici, trovando anche la netta opposizione delle associazioni che si sono dette fermamente contrarie all’introduzione di queste modifiche che finirebbero con il penalizzare (nuovamente) le donne. Attualmente (con una modifica entrata in vigore nel 2018) gli elettori trentini, alle elezioni provinciali, possono esprimere fino due preferenze, i candidati prescelti però devono essere di genere diverso. In altre parole se si scegliere di esprimere due preferenze si deve votare per forza per un uomo e una donna, altrimenti al seconda preferenza sarà annullata. Con le tre preferenze invece si potrà votare fino a tre candidati, purché almeno uno di questi sia di genere diverso, cioè nella formula “due uomini e una donna” o viceversa.

 

Il perché le tre preferenze finirebbero con il penalizzare le donne lo spiega Cristiano Vezzoni, professore associato di sociologia dei fenomeni politici e giuridici dell’Università degli studi di Milano, peraltro sentito in commissione sul tema proprio per avere un parere “tecnico” sui possibili impatti della modifica. “Ci tengo a precisare che il mio parere è stato dato in qualità di esperto sul comportamento di voto e non in qualità di tecnico di norme elettorali, ed è sulla base di questo che ho analizzato i dati delle ultime elezioni provinciali del 2018”.

 

Vezzoni ha indagato la percentuale di preferenze espresse nel 2018 scoprendo che, per quanto riguarda i sette principali partiti (Lega, Pd, Patt, M5S, Futura, Civica Trentina e Upt), sono state raccolte complessivamente 134.088 preferenze nominali, di queste solo il 39% è andato a delle candidate. Ciò significa che molti trentini hanno espresso una preferenza solo per un candidato uomo. Questi voti si sono tradotti in appena 9 seggi per le consigliere (26%) su un totale di 35 eletti, dunque solo 1 eletta su 4 è donna.

 

L’assunto da cui sono partito – ricorda il docente – peraltro riconosciuto anche da chi propone le modifiche, è che l’aumento della partecipazione femminile nella rappresentanza politica sia un dato positivo”. Per l’appunto sia Masè che Rossi hanno concordato sul fatto che quest’ultimo sia un obiettivo da perseguire. “Con questi presupposti – prosegue Vezzoni – è facile trarre delle conclusioni sulla proposta in discussione che riguarda la tripla preferenza. Non dobbiamo dimenticare che al momento la politica è un mondo dove la presenza degli uomini è molto maggiore. Nel caso tipico la tripla preferenza si manifesterebbe nello schema uomo/donna/uomo, quindi con due voti per gli uomini e uno solo per le donne. Il risultato in termini di presenza femminile sarebbe del 33%, persino inferiore ai risultati raggiunti nel 2018”.

 

In sostanza, per quanto riguarda le preferenze se con l’attuale legge si potrebbe raggiungere il 50% fra uomini e donne (che nella pratica si è tradotta rispettivamente in 61% e 39% a sfavore delle donne) con le modifiche proposte da Rossi e Masè è estremamente probabile che la percentuale delle preferenze per le donne cali ulteriormente. Secondo il docente universitario c’è poi un altro aspetto da tenere in considerazione: Si dice che le tre preferenze garantirebbero all’elettore più libertà di scelta ma mettendo in rapporto il numero di preferenze espresse e il numero complessivo dei voti di lista risulta che il numero medio di preferenze espresse con ogni voto è inferiore a 1”. Per la precisione questo rapporto si attesta a 0,7: in pratica i trentini scelgono con maggior frequenza di votare per il “simbolo” della lista piuttosto che per il candidato o la candidata. Di fatto quindi, Masè e Rossi si fanno garanti di un bisogno che non esiste o perlomeno che non viene esercitato dagli elettori.

 

“Ci tengo a ribadire – sottolinea Vezzoni – che il mio è un giudizio tecnico, alla luce dei dati raccolti non emergono elementi che facciano pensare o prevedere che la modifica della legge elettorale possa favorire il raggiungimento degli obiettivi che si prefigge. Inoltre, andando a modificare meccanismi normativi così delicati come una legge elettorale, senza dare una motivazione chiara sul perché lo si sta facendo, si rischia di alimentare la sfiducia dei cittadini verso la politica”. Secondo l’esperto, paradossalmente, gli elettori potrebbero essere portati a pensare che le decisioni che si prendono nelle assemblee legislative non siano volte a favorire l’interesse della popolazione ma piuttosto siano un modo per creare norme che favoriscano gli interessi della classe politica di turno. Se gli obiettivi non sono chiari – conclude Vezzoni – può passare l’idea che i cambiamenti servano solo per creare meccanismi più manipolabili dai partiti e in questo momento di sfiducia generale verso la politica ci sarebbe invece bisogno di maggior trasparenza”.

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