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I 5 anni di residenza per il bonus bebè? Per i giudici sono incostituzionali. Futura: “Basta con queste discriminazioni razziste”

La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionali le norme che escludono molti stranieri dalla concessione del bonus bebè nazionale e dell’assegno maternità. In Trentino la Giunta leghista aveva introdotto criteri ancora più duri. I sindacati e le Acli: “Rimuovere subito un vincolo che discrimina tra bambini italiani e bambini stranieri”

Di Tiziano Grottolo - 13 gennaio 2022 - 09:59

TRENTO. Si fa sempre più fragile l’impianto normativo su cui si regge l’assegno di natalità provinciale, che esclude a oggi tutte le famiglie straniere non residenti in Italia da almeno dieci anni e non titolari di un permesso di soggiorno di lungo periodo (che spetta agli stranieri che soggiornano regolarmente da almeno 5 anni). Ieri infatti, la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionali le norme che escludono dalla concessione del bonus bebè nazionale e dell’assegno maternità “i cittadini di paesi terzi ammessi a fini lavorativi e quelli ammessi a fini diversi dall’attività lavorativa ai quali è consentito lavorare e che sono in possesso di un permesso di soggiorno di durata superiore a sei mesi”. Di fatto i giudici hanno ritenuto queste norme in contrastano con gli articoli 3 e 31 della Costituzione.

 

“La scelta della Corte costituzionale è importante e non scontata – commentano i segretari provinciali di Cgil, Cisl e Uil, Andrea Grosselli, Michele Bezzi e Walter Alotti, con il presidente delle Acli trentine, Luca Oliver – anche se quella sentenza non si applica in modo diretto al bonus nascita trentino è evidente che se la norma provinciale prevede gli stessi criteri ritenuti incostituzionali sarà essa stessa incostituzionale. Ci auguriamo che la Giunta provinciale non metta la testa sotto la sabbia, prenda atto di questa importante sentenza e modifichi la legge trentina, rimuovendo un vincolo che discrimina tra bambini italiani e bambini stranieri”.

 

La decisione arriva dopo la sentenza dello scorso settembre attraverso la quale la Corte di Giustizia dell’Unione Europea aveva stabilito che la legge italiana, che impone ai cittadini stranieri il possesso del permesso di lungo periodo per accedere alle misure di sostegno economico alle famiglie, era in contrasto con il diritto comunitario. Di conseguenza un qualsiasi giudice potrà disapplicare le norme regionali e provinciali che contengano lo stesso vincolo, applicando il diritto europeo.

 

“I figli sono tutti uguali e devono avere gli stessi diritti”, rincara la dose Paolo Zanella consigliere provinciale di Futura. “Il diritto a vedere sostenuta la natalità deve valere per tutte le famiglie, non solo per quelle trentine doc. Futura lo sostiene da sempre, soprattutto da quando il governo leghista della Provincia ha modificato la legge sul benessere familiare introducendo il vincolo dei dieci anni di residenza per accedere alla misure di sostegno alla natalità”. In Trentino sono 142 i bambini, figli di genitori stranieri, che nel 2021 non hanno avuto accesso all’assegno di natalità provinciale.

 

Per questo Futura aveva chiesto la modifica di quelle norme discriminatorie con degli emendamenti all’ultima manovra di bilancio, vedendoseli però bocciare. “Se sono incostituzionali i 5 anni di residenza – sottolinea Zanella – lo sono a maggior ragione i 10 previsti da Fugatti. E lo stesso vale per l’accesso all’assegno unico provinciale e per l’iscrizione alle graduatorie Itea per l’assegnazione di una casa (Qui la Pat è già stata costretta a fare marcia indietro ndr) e per il sostegno all’affitto”. È alla luce di queste recenti pronunce che Futura continuerà a chiedere che le leggi trentine siano modificate “lo faremo finché non si porrà fine a queste discriminazioni razziste che violano il diritto alle prestazioni di sicurezza sociale e quello di parità di trattamento tra cittadini comunitari e extracomunitari, diritti posti a fondamento dell’Europa”.

 

Non va dimenticato infine come il Parlamento italiano abbia già modificato il proprio orientamento per le misure a sostegno della famiglia stabilendo che il nuovo assegno universale è un diritto di tutti i cittadini residenti nel nostro Paese da almeno due anni di residenza.

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