Valduga, il candidato sbagliato che non ha acceso l'entusiasmo. L'astensione, i sorrisi del Pd e Paola Demagri più votata di tutti: quell'idea che (forse) poteva cambiare le cose
Con i se e con i ma la storia non si fa ma quando questa primavera il centrosinistra ha deciso di riunirsi attorno al sindaco di Rovereto la storia appariva già scritta. Il 42% di trentini rimasti a casa (con picchi più alti nelle città) è lì a dimostrare che la partita era contendibile solo che bisognava accendere l'entusiasmo, mostrarsi in qualche modo nuovi, diversi. Si è scelta la via fotocopia del 2018. Eppure se Paola Demagri è stata la seconda più votata di tutte le elezioni e Francesco Valduga non ha avuto nemmeno il coraggio di fare un lista del presidente qualcosa vuol dire

TRENTO. Con i se e con i ma la storia non si fa ma che la storia, quando dal cilindro dei maghi della politica del centrosinistra era stato estratto il nome di Francesco Valduga come candidato presidente, fosse scritta già da quel primo aprile di decisioni era cosa fin troppo evidente. Lo era a tutti tranne al segretario del Pd che da numero uno del partito non è riuscito a farsi eleggere per un pugno di voti (nonostante i democratici abbiano buttato dentro ben 7 consiglieri tra i quali anche l'ex Futura Zanella e il candidato ''indipendente'' De Bertolini) e allo stratega dei Dem, Giorgio Tonini che nel 2018 era riuscito a perdere peggio di Valduga.
Che Valduga venisse da un'esperienza di governo a Rovereto assolutamente non da ricordare era un dato di fatto, che avesse anche qualche pendenza ancora aperta con la giustizia (una condanna che gli auguriamo di archiviare in appello ma che per ora esiste) era anche palese. Che avesse un appeal pari a zero pure, condito da una presenza politica assolutamente incapace di entusiasmare qualsivoglia elettore, sembrava lapalissiano. Quando poi ha aspettato due mesi per cominciare la sua campagna elettorale e il suo ''braccio'' destro tra i civici del centrosinistra, il sindaco di Pergine Oss Emer, ha fatto capire che non si sarebbe candidato nemmeno lui a sostenerlo i segnali d'allarme dovevano suonare nelle orecchie di tutti.
E che Fugatti fosse battibile lo dimostrano i dati sull'astensione: il 40% di elettori rimasti a casa è un 40% che non si è sentito rappresentato e se il popolo di centrodestra si è espresso in massa (aveva tante opzioni, da quella pro Fugatti a quella pro Meloni per arrivare a quella anti-Fugatti rappresentata dalle liste di Divina) quello di centrosinistra è rimasto per buona parte a casa (e infatti nelle città l'affluenza è stata anche più bassa) per l'altra parte ha barrato la sua croce sulla scheda elettorale turandosi il naso, tanto per cambiare. L'elettorato che è andato a votare, invece, ha indiscutibilmente premiato Fugatti e la sua giunta: tutti rieletti gli assessori con un risultato che è davvero straordinario.
Dicevamo che con i se e con i ma la storia non si fa ma se si fosse acceso almeno un pochino l'entusiasmo della gente? Se si fosse puntato su una figura diversa, con esperienza ma non paludata, se si fosse creduto in un cambiamento, magari addirittura in una donna (dura a sinistra dove si chiacchiera sempre ma si fatica ad agire) e in Paola Demagri come provavamo a scrivere in quell'inizio di primavera che ha fatto sbocciare candidato presidente Valduga? Non si sa come sarebbe andata. Quel che si sa oggi è che Paola Demagri (con 3.784 voti) è stata la più votata di tutti i partiti del centrosinistra e la seconda più votata (l'ha battuta solo Failoni) di tutte le elezioni. Valduga dal canto suo non ha nemmeno avuto il coraggio di misurarsi con una lista del presidente, che lo avrebbe costretto a fare campagna elettorale mettendosi un po' in gioco nel tentativo di racimolare qualche migliaio di voti. Un coraggio che invece ha avuto Fugatti ottenendo un successo straordinario superando il 10% che ora gli permette di ''blindare'' il suo scranno con Fratelli d'Italia (al 12%) che è ben stretta, elettoralmente parlando, tra la sua Lega (al 13%) e la sua lista personale (al 10%).
E il paradosso è che Valduga entra, grazie alla coalizione, al posto del secondo più votato di Casa Autonomia, Michele Dallapiccola che è stato l'unico a provare ad esporsi, in quella primavera dove sbocciavano poche idee e ben confuse, e a proporre una via diversa a quella del sindaco di Rovereto (appunto la collega ex Patt Paola Demagri). Dallapiccola resta fuori nonostante i 2.405 voti presi che si tradurrebbero in secondo più votato di Campobase (la prima è Chiara Maule con 2.819 voti, il secondo è Roberto Stanchina con 1.596 e il terzo eletto è Michele Malfer con 1.477) e quarto del Partito democratico, senza partita negli altri movimenti del centrosinistra. Entra, invece, Lucia Coppola per i Verdi e Sinistra con 909 voti.
Qualcuno, dal canto suo, rimpiange la virata a destra del Patt (''se ci fossero stati loro'') ma c'è ben poco da corrucciarsi. Il Patt ha preso l'8% che è un ottimo risultato ma è riuscito nell'impresa unica di non far eleggere nemmeno una persona del Partito autonomista. Tonina (2.548 preferenze) e Kaswalder (1.827 voti) sono saliti all'ultimo sull'autobus autonomista ed hanno conquistato la vetta degli eletti. Poi c'è Maria Bosin (2.138 voti) sindaca di Predazzo che ha avuto l'endorsement dell'ex Upt De Godenz. Male, malissimo il segretario Marchiori che ha spinto il Patt con Fratelli d'Italia e la Lega e si è visto scalare il partito e lui, con Ossanna, rimanere a casa con un pugno di mosche (Marchiori ha preso 1.052 voti e Ossanna 1.391).
Insomma pensiamo che un altro risultato sarebbe stato possibile se solo si fosse acceso l'entusiasmo dei trentini mostrando loro un progetto diverso, per la prima volta, a partire dalla ''testa''. E' andata così. Il presidente Fugatti governerà meritatamente per altri 5 anni. La speranza è che il centrosinistra non si inabissi come fatto negli scorsi 5 anni e da domani riparta per costruire una proposta allettante e credibile anche se a giudicare dalle dichiarazioni di Franzoia, Dal Ri e compagnia cantante è il solito flashback: il Pd è il primo partito siamo contenti, come dopo le politiche dove era arrivato un cappotto del centrodestra mica da ridere. Con i se e con i ma la storia non si fa ma a forza di ridere quando si perde si finisce per dimenticarsi come si fa a vincere e allora la storia si fa per conto suo senza troppi se e senza troppi ma.


















