Anche il Bellunese dice ''no'' alla diga del Vanoi: ''Chi vive sui territori non può essere ignorato. Il Vajont deve essere un monito''
Il presidente Padrin era in visita in Liguria a Balducco dove negli anni '60 la comunità riuscì ad opporsi alla diga di Gori. In questi giorni anche in Trentino è stato ribadita l'opposizione al progetto

PRIMIERO. La diga del Vanoi non la vuole nessuno, solo Zaia e la Regione Veneto continuano a spingere per affrontare il problema sempre più pressante della siccità in Pianura ed avere un bacino sul quale poter contare in ambito prevalentemente agricolo. Ma se in Trentino proprio in questi giorni è stato ribadito, per l'ennesima volta, un ''no'' secco all'opera (la Provincia di Trento lo ha detto in tutte le salse dalla maggioranza di Fugatti alle opposizioni il fronte è compatto) oggi anche il presidente della Provincia di Belluno Roberto Padrin lo ha ribadito incontrando il sindaco di Badalucco in provincia di Imperia.
''Il Vajont non può non aver insegnato niente. Le comunità locali devono essere ascoltate, così come la natura e i territori''. I concetti sono stati ribaditi in un luogo, il piccolo comune ligure, dove è tornato prepotentemente d’attualità il progetto di realizzazione di una diga per creare un invaso artificiale in funzione anti-siccità. L’idea iniziale risale agli anni Sessanta e i lavori vennero bloccati all’indomani del 9 ottobre 1963, anche per effetto della grande protesta popolare scaturita dopo il Vajont e sfociata in una manifestazione di piazza l’11 novembre 1963. Poi negli ultimi anni il progetto è tornato a farsi strada. Lo scorso ottobre il primo cittadino di Badalucco era stato a Longarone, in visita ufficiale durante le celebrazioni del 60° del Vajont.
Il sindaco di Longarone e presidente della Provincia era poi intervenuto in collegamento telefonico nella commemorazione civile dell’11 novembre e aveva garantito pieno appoggio per una battaglia comune, nel ricordo del Vajont. Nei giorni scorsi il presidente Padrin è stato proprio a Badalucco, per un breve incontro in municipio con il primo cittadino Matteo Orengo. ''È stato riannodato il filo rosso che tiene unito il binomio Vajont e diga di Glori, la diga mai nata - ha detto il sindaco Orengo -. Quel disastro accaduto all’improvviso nella sera del 9 ottobre 1963 per i badalucchesi significò paura, furore, rabbia. Ebbero allora la determinazione giusta per impedire in un territorio fragile, con alluvioni ricorrenti, la creazione di un incubo per gli anni a venire. È il lascito che noi abbiamo raccolto ora nei confronti di chi vorrebbe una riedizione di quel progetto''.
Il presidente Padrin ha poi visitato i luoghi dove è ancora presente lo scheletro dei primi pezzi di diga, e ha raccolto la preoccupazione del collega sindaco e della popolazione per un progetto che ricorda da vicino quello proposto per il Vanoi. ''Ho proposto al sindaco Orengo la necessità di fare massa critica. Le nostre comunità sono distanti geograficamente, ma vicinissime in una battaglia che ci deve vedere uniti - ha spiegato il presidente Padrin -. La voce di chi vive sui territori non può essere ignorata, come non può essere silenziata la giusta preoccupazione di fronte a progetti che destano forti perplessità. Il Vajont deve essere un monito a progettare in massima sicurezza, con studi approfonditi, e solo dove non esiste il minimo dubbio di criticità''.


















