Cortina tra presente e futuro, i residenti: “Perdiamo potere economico. Dopo le Olimpiadi dovremmo rimettere insieme i pezzi e ricostruire la comunità"
La rassegna si chiama ‘Discorsi da bar’ e protagonista è Cortina, ma i contenuti emersi avrebbero meritato la prima serata. Ospiti del quarto appuntamento sono infatti la consigliera Roberta De Zanna e la giornalista Marina Menardi, che hanno raccontato cosa accade nel territorio e come vedono il futuro del paese

SAN GREGORIO NELLE ALPI. La rassegna si chiama ‘Discorsi da bar’ e protagonista stavolta è Cortina, ma i contenuti emersi avrebbero meritato la prima serata. “L'immagine da ‘Vacanze di Natale’ è un altro degli stereotipi che si vogliono attribuire a Cortina, ma non è mai appartenuta agli ampezzani. L’unica nostalgia di quegli anni è la comunità numerosa che ancora ci viveva: dai 120-130 bambini che nascevano ogni anno siamo a 17 nel 2024. Questo vuol dire che il paese non ha un futuro”.
Esordisce così la consigliera Roberta De Zanna, ospite al quarto appuntamento dell’iniziativa organizzata dal Comune e dalla Biblioteca di San Gregorio nelle Alpi all’osteria Al Leon De Oro. Con lei Marina Menardi, giornalista e presidente del Comitato civico Cortina. A pochi mesi dalle Olimpiadi, che aria si respira?
“Quando c’è stata l’assegnazione - osserva Menardi - la maggior parte della gente esultava, ma ora le aspettative si stanno sgretolando. Le opere sono iniziate all’ultimo, in un regime commissariale che permette di andare oltre le norme, e sono opere che a noi non portano nulla. Perciò anche i più convinti avvertono un senso di frustrazione, alimentato dalla totale assenza di informazione nei confronti della popolazione”.
“Nel 2019 - aggiunge De Zanna - ci siamo attivati per chiedere che si facesse un referendum per le Olimpiadi, visto che nessuno aveva mai manifestato l’intenzione di farle e altrove, dove la popolazione è stata consultata, la maggioranza ha detto di no. Invece sono state calate dall’alto e le promesse sono state tradite, a livello economico, ambientale e di legacy. Ma se dentro il Consiglio comunale sono di fatto da sola, fuori la gente ci segue perché siamo gli unici a dire le cose che non vanno”.
Il quadro è dunque di una comunità che sta scomparendo. “Molti pensano che ci arricchiremo - prosegue Menardi - perché si è fatto credere che ci sarebbero stati grandi incassi con gli affitti, ma non è vero nulla visto che è tutto in mano ad agenzie immobiliari esterne: perfino quelle, a Cortina, sono state tagliate fuori. Lo stesso accade per le attività: nel periodo olimpico molti non lavoreranno visto che sarà tutto blindato né saranno risarciti, al pari dei rifugi in zona rossa che dovranno chiudere dal 28 gennaio. Chi deve assumere non sa quindi se farlo, e nel frattempo il personale stagionale va dove è sicuro di fare l’intera stagione. Così dilaga il panico tra le attività e la comunità ne esce a pezzi”.
Dall’ex stazione alla piscina: nessuna opera per il territorio. Se molto si parla di pista da bob e Socrepes, ci sono però altri temi cari agli ampezzani. Rimane infatti tuttora chiusa la piscina, al punto che scatta l’ironia di candidare Cortina ai Mondiali di nuoto per riuscire ad aprirla. “È un’altra nostra battaglia - spiega Menardi - perché fu chiusa per una cavolata, cioè la caduta di una perlina esterna. Negli anni abbiamo chiesto incontri, raccolto firme e fatto flash mob e tutti i sindaci l’hanno promessa, ma stiamo ancora aspettando dopo 13 anni. L’attuale assessore ad agosto ha detto che i lavori sarebbero partiti da lì a sei mesi, cioè a febbraio, quando Cortina sarà di proprietà del Cio: la verità è che si è data priorità a opere che non servono ad ampezzani e turisti. Eppure la piscina sarebbe fonte di grande consenso politico, ma evidentemente prima vengono altri interessi”.
E poi c’è la stazione, altro tasto dolente soprattutto dopo che il ricorso di Comitato civico e Italia nostra è stato respinto. “Su questo tema - prosegue Menardi - abbiamo fatto raccolte fondi e speso soldi perché era l’unico spazio aperto di Cortina, usato per il mercato settimanale, la Desmontegada, e vi fecero addirittura la cerimonia di inaugurazione dei Mondiali di sci: ma ora ce lo siamo giocato. La sentenza ci ha dato torto, quindi la speculazione va avanti: alcuni privati hanno presentato un progetto di ristrutturazione di qualche capannone e della stazione storica in cambio di una parte residenziale, un albergo e spazi commerciali. Noi cittadini non ricaveremo nulla se non altri appartamenti per il mercato delle seconde case, mentre i nostri figli dovranno andarsene. Difficile dunque essere ottimisti sul futuro: forse ci sarà ancora un po’ di comunità per una decina d’anni, ma sul dopo non so cosa pensare”.
“La sensazione - aggiunge De Zanna - è che in questo momento Cortina sia una bolla dove si può fare qualsiasi cosa perché ci sono le Olimpiadi, e sembra si faccia di tutto per estromettere la popolazione. Non c’è nemmeno competizione per le attività economiche: gli unici che possono permettersi di comprare gli alberghi sono le grandi catene o i fondi di investimento, mentre le attività locali sono sostituite dalle grandi firme. Ma se perdiamo il potere economico di un paese, perdiamo la sua identità e la possibilità di decidere del suo futuro. Di certo nell’immediato post-Olimpiadi dovremmo cercare di rimettere insieme i pezzi e ricostruire una comunità ora divisa. Inoltre, sarà da vedere quanti si candideranno alle prossime elezioni, perché non si tratterà più di fare il sindaco delle Olimpiadi ma di prendersi l’onere di quello che rimane”.
La serata si è conclusa con una riflessione generale, amara quanto condivisa, sulla politica locale e globale. “Da dove ha origine questo degrado? Avevamo raggiunto un grado di civiltà più alto - conclude De Zanna - ma sembra che oggi nessun problema scuota le persone finché non arriva la ruspa davanti casa, com’è successo a Cortina. C’è una crescente imposizione delle decisioni a cui pochi si ribellano, mentre si ripete che bisogna imparare dal passato ma non avviene mai perché si guarda solo al guadagno immediato. Magari dobbiamo ancora toccare il fondo e forse non ci resta che sperare nelle nuove generazioni e in un lavoro culturale nel quale si semina ogni giorno per potere, prima o poi, raccogliere dei frutti”.












