“Siamo stranieri in casa nostra”, Anderlan grida alla “fine” dell’Alto Adige degli altoatesini: “Colpa dei troppi immigrati”. Lo storico Obermair: “Propaganda oscena”
Lo storico bolzanino Hannes Obermair commenta il comunicato in cui la lista Jwa parla di "marcia della morte che continua": "Gamper usò la parola Todesmarsch nel 1953 in maniera oscena: ecco, farlo oggi è ancora più osceno, un abuso linguistico e semantico di una violenza sconcertante”

BOLZANO. Normalmente non sorprendono i toni “accesi” con cui Jürgen Wirth Anderlan si muove nel campo del dibattito politico tra provocazioni e accuse: ma questa volta più di altre le sue considerazioni hanno impressionato e sollevato polemiche.
Partiamo dal comunicato stampa inviato nella mattina di oggi, venerdì 21 marzo: un grido d’allarme sul calo della quota di altoatesini di lingua tedesca (secondo i dati Astat in leggero calo, al 57,6% della popolazione – nel 2011 era al 62%), costretti ad essere “stranieri nel loro stesso Paese” per colpa di una “immigrazione di massa globalista” che mina l’autonomia. La soluzione? “Stop all’immigrazione e alla “reimmigrazione” degli immigrati”.
Ma cosa c’è dietro questi numeri e questa retorica? Lo racconta a il Dolomiti Hannes Obermair, storico bolzanino esperto di Alto Adige e delle sue complessità identitarie.
TODESMARSCH (MARCIA DELLA MORTE)
Il comunicato riesuma il termine “Todesmarsch” (“marcia della morte”) dal lontano 1953, quando Michael Gamper lo usò per denunciare l’italianizzazione forzata del territorio altoatesino, ma il termine era stato coniato in periodi ben più oscuri e con quello si indicavano le deportazioni coatte verso i lager e i campi di concentramento nella Germania nazista.
Insomma, per Obermair il paragone con l’oggi è quantomeno fuori luogo. “Nel ‘53 tedeschi e ladini erano in una posizione subalterna, schiacciati da una politica statale di assimilazione. Gamper usò quella parola, quell’immagine così carica di dolore e genocidio, in maniera oscena: ecco, riprenderlo oggi è ancora più osceno, un abuso linguistico e semantico di una violenza sconcertante”.
Nel merito, i numeri espressi da Anderlan celano numerose contraddizioni. “La categoria ‘Altro’ dei dati Astat - riprende Obermair - include stranieri, ma anche naturalizzati e persone che non si dichiarano né tedesche né italiane. Non si tratta di un blocco monolitico che ‘invade’ l’Alto Adige. E poi c’è un paradosso: mentre cala la quota tedesca, cala anche quella italiana. Eppure il dibattito si fissa solo sul primo dato”.
Insomma, per lo storico il vero nodo è come questi numeri vengono usati e interpretati: “Anderlan costruisce una narrazione complottista, vede all’opera forze oscure che guidano uno ‘scambio di popolazione’. È un vecchio motivo di lotta etnica, ma contaminato da un linguaggio borderline che finisce per sdoganare slogan e modi di pensare divisivi e spesso violenti”.
Perché l’autonomia non è un concetto “demografico”, e perché le parole di Anderlan non fanno altro che rendere sempre più profonda la spaccatura sociale che lui stesso denuncia. “Non è la prima volta che Anderlan richiama a inquietanti venti del passato, è anche una retorica volutamente provocatoria che oltrepassa linee rosse per polarizzare il dibattito: forse è questo il vero pericolo”.












