"A ciacere no se sgionfa done!", la frase di Kaswalder scatena la bagarre in Consiglio provinciale. Alessio Manica: "Non siamo al bar, vergogna"
Il presidente Dorigatti interviene chiedendo moralità in Aula ma il consigliere autonomista lo accusa: "Non è certo lei che me la insegna, si lavi la bocca prima di parlare di moralità con me, lei che si è messo in mutande davanti ai bambini che passavano". Un siparietto che a più riprese ha interessato quasi tutta la giornata

TRENTO. Ma che spettacolo il Consiglio provinciale, riserva sempre ogni volta che viene convocato un siparietto che fa tanto ridere, o che fa piangere, dipende dalla sensibilità.
Questa volta gli attori protagonisti sono il presidente Bruno Dorigatti e il consigliere Walter Kaswalder, quelli non protagonisti sono l'assessore Luca Zeni e Alessio Manica. Le comparse tutti gli altri seduti nell'Aula del consiglio provinciale che, chi più chi meno, ci mettono del loro per tenere alta la tensione, quella della vis drammatica ovviamente.
Il siparietto si alza quando Zeni risponde a Kaswalder ad una delle tante interrogazioni sui richiedenti asilo, ma le risposte non soddisfano il consigliere della vigolana. A un certo punto l'autonomista dice una frase che lascia di stucco tutti quanti. A dire il vero una frase che in quell'Aula già fu pronunciata qualche lustro fa da una figura indimenticabile della 'commedia' politica trentina, nientepopodimeno che Alessandro Savoi.
Ma eccola la frase: “A ciacere – ha detto al microfono Kaswalder - no se sgionfa done”.
Frase, come dicevamo, che è sembrata un'eco di Savoi, che ha ricordato anche lo sdegno e le condanne, le censure che in quell'occasione si erano sollevata in difesa, giustamente, delle donne. A nome loro, di quelle presenti e di quelle passate, ma in nome anche dell'onorabilità dell'Aula, è intervenuto Alessio Manica dicendo in sostanza questo: “Caro consigliere, non siamo mica al bar”.
Considerazione che ha obbligato il presidente Dorigatti a intervenire e ribadire il concetto: “Sì, dai consigliere, lo sa anche lei che non siamo al bar. Deve assumere un comportamento consono all'Aula”.
Apriti cielo. “Presidente – ha tuonato l'autonomista - ma lei nel 2008 era giù in piazza Dante con addosso solo le mutande. Lei era giù in mutande e con la bombetta, non ha nulla da insegnare a me”.
E tira in ballo la manifestazione che l'allora segretario del sindacato pensionati della Cgil, oggi presidente del Consiglio, fece contro lo scandalo dei vitalizi. “Ma allora – si difende Dorigatti – io non ero consigliere”.
Ma la difesa è debole, Kaswalder continua ad inveire, alza la voce. “Lei – urla – non ha nulla da insegnarmi”. E allora anche Dorigatti si inalbera e alza la sua: “Io ho sempre qualcosa da insegnarle fin tanto che sono presidente, e anche quando ricoprirò altri ruoli avrò sempre da insegnarle qualcosa in più”.
Ora, non si prenda alla lettera l'ultima proposizione, il presidente non è così superbo. Succede che quando Bruno Dorigatti perde le staffe le parole gli si imbrogliano un po' in bocca e dice cose un po' così, magari voleva dire il contrario, voleva dire che avrà sempre da imparare. Non si cerchino doppifondi freudiani, che veramente, non sarebbero azzeccati alla sua persona.
Gli sono saltati i nervi, questo sì, ma è comunque riuscito a tenerli saldi mentre molti invece tenevano le risa, quando Kaswalder ha detto addirittura questo: “Lei si è messo in mutande davanti a tutti, mentre passavano i bambini per andare a scuola”. Proprio così, parole testuali. A microfono aperto, in diretta tv.

A questo punto lo scambio tra i due ha assunto il linguaggio renziano: “Stai sereno”, “No, stai sereno tu presidente”. E finalmente, dopo tanta fatica, dopo il dribbling tra i consiglieri della minoranza che volevano approfittare della scena per comparire anche loro sotto i riflettori, Dorigatti è riuscito a chiudere la questione e passare ad altro argomento.
Ci è riuscito dopo che Giacomo Bezzi, ironico istrione che non perde occasione per sdrammatizzare il clima, ha detto questo rivolto a Dorigatti: “Signor presidente, vorrei dire che anch'io una volta mi sono messo in mutande, ma ero ai Giochi senza frontiere”.
Il primo atto è finito qui, ma dopo la pausa per il pranzo il sipario si è rialzato. “Frase infelice ma popolare – si è scusato prendendo la parola nuovamente il consigliere - ma io lezioni di moralità da lei - rivolto al presidente, ovviamente - non ne voglio prendere. Me l'ha insegnata mio papà la m oralità, non me la insegna certo lei”.
E con tono minaccioso dice questo: “Presidente, si lavi la bocca quando parla al sottoscritto”. E di rimando Dorigatti ormai paonazzo: “La bocca se la lavi lei consigliere Kaswalder. Io sono il presidente, si rivolga a me con un linguaggio consono”.
E la questione torna fuori a fine seduta, quando Dorigatti spiega con pacatezza che non era sua intenzione dare lezioni a chicchessia, che tutti devono usare un linguaggio appropriato al luogo, “perché – ha detto il presidente – siamo il centro della democrazia”. E continua: “Se mi sono spiegato male mi scuso, se ho parlato di moralità il riferimento era al linguaggio non certo alla sua persona”.
“La seduta è chiusa”, ha poi dichiarato Dorigatti. E pure il siparietto che oggi è andato in scena in tre atti presso l'Aula del Consiglio provinciale.
Ora, per chi volesse sapere di cosa si è discusso oggi, sappia che si è fatto ben poco dal punto di vista della produttività politico-istituzionale. Qualche interrogazione a cui hanno risposto gli assessori, poi la nomina di un componente della Corte dei Conti che però per la solita melina messa in atto dalla minoranza è stata spostata a domattina. E la legge sulla doppia preferenza? Anche quella a domani, con un altro siparietto che sicuramente si alzerà.












