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"Non solo concertazione, ma no alle prevaricazioni. Dobbiamo intercettare le espressioni di disagio". L'intervista a Franco Ianeselli

Il segretario della Cgil del Trentino dopo le azioni messe in atto dal sindacato di base di Fulvio Flammini: "Attacchi personali che degradano la lotta sindacale, azioni corporative che non si basano sul principio di equità".

Di Donatello Baldo - 10 aprile 2017 - 06:12

TRENTO. Franco Ianeselli, segretario generale della Cgil del Trentino, ha detto quello che pensava, ha espresso la sua opinione di fronte alla messa in scena di un’iniziativa ad alto contenuto comunicativo, fatta apposta perché se ne parlasse. Perché quando si invade la ‘sacralità laica’ dell’Aula di un Consiglio provinciale con striscioni, gridando slogan e affrontando direttamente Ugo Rossi e Bruno Dorigatti sotto gli occhi della stampa si chiede al pubblico di esprimersi su quanto è stato fatto.

 

Ma Fulvio Flammini, il leader del Sindacato di base Multicategoriale che nei giorni scorsi ha guidato l’invasione, non ha per nulla apprezzato la ‘critica’ espressa dal suo ex compagno e collega, da chi per anni ha condiviso la stessa sede, da chi come lui nella Cgil è nato e cresciuto. Ianeselli aveva parlato di “agitatori di professione”, di “modalità intimidatorie”.

 

Ianeselli, Flammini dopo le sue parole ha tappezzato via Murerei con striscioni e volantini molto critici, offensivi, anche con attacchi personali.
E non è nuovo a queste forme di manifestazioni del pensiero. Vorrei ricordare che Flamini è stato espulso dalla Cgil e la famosa goccia che fece traboccare il vaso fu proprio uno striscione.

 

Quello contro la segretaria Susanna Camuso.
’Susanna non ti chiediamo di fare sesso ma di fare un congresso’. Anche quella volta un attacco personale, sessista e volgare. Queste sono modalità scadenti, degradanti del fare sindacato, del fare politica, che non hanno nulla a che fare con le forme di lotta.

 

Sembra quasi che ci sia un fondo di acredine di tipo personale.
Da parte sua di sicuro: uno dei manifesti dei giorni scorsi affissi nottetempo andavano direttamente a colpire l’ex segretario Paolo Burli. E contro Palo Burli in passato furono addirittura scagliate uova marce.

 

Insomma ce l’ha con voi.
Sì, ma vorrei non enfatizzare, e non enfatizzare nemmeno quello che è stato fatto contro la Cgil e i suoi dirigenti. Perché distinguo tra la violenza e l’affissione di no striscione, questi sono soltanto gesti spiacevoli episodi da condannare e stigmatizzare ma più che il metodo mi interessa il merito.

 

In questo caso ma anche nel caso dell’invasione dell’Aula del Consiglio?
Il metodo è sbagliato perché  sfiora il limite della prevaricazione, spesso dell’intimidazione. Io non credo sia giusto dissacrare un luogo della democrazia mossi dall’idea che i politici sono tutti delinquenti, questa è un’idea sbagliata che non condivido.

 

Ma il merito? Flammini è entrato in Consiglio provinciale con gli operai della Whirlpool.
Il merito è questo: non è giusto chiedere deroghe specifiche per casi specifici, per singoli gruppi di lavoratori. Quando si tratta di politiche pubbliche di welfare le regole devono essere generali e le battagli devono valere per tutti i lavoratori, per tutti i disoccupati.

 

Lei dice: qui si chiede una deroga a regole generali per situazioni particolari. E dice che è sbagliato. Si spieghi meglio.
Su questo possono mettere tutti gli striscioni che vogliono ma non si transige: quando si entra nella sfera delle politiche del lavoro e si chiede l’impegno delle risorse pagate dalla collettività è necessario seguire criteri di equità che valgano per tutti, non solo per i lavoratori ex Whirlpool, altrimenti vince solo quello che grida più forte.

 

Ma spesso bisogna gridare per farsi ascoltare.
Ci mancherebbe. Si deve gridare come hanno gridato i lavoratori della Whirlpool per farsi stanziare 25 milioni dall’azienda. Hanno diritto di gridare per avere un miglior trattamento quelli in esubero del Sait. Ma si contratta al rialzo per categoria in azienda, sulle politiche pubbliche non si deve differenziare tra lavoratori e lavoratori in base, lo ripeto, a chi grida di più.

 

Insomma lo dica, succede ancora di gridare per difendere i propri diritti, è sano e legittimo e insito nella battaglia sindacale.
Io ho preso una condanna per aver bloccato l’A22 con al seguito una manifestazione di metalmeccanici, non credo che il sindacato sia solo quello che si siede al tavolo di concertazione, intendiamoci. Ma a bloccare l’autostrada ci sono andato con centinaia di lavoratori in lotta per il rinnovo del loro contratto, non con una ventina di miei amici tra cui alcuni lavoratori.

 

Riferimenti del tutto casuali, immagino.
Il conflitto e la sua rappresentazione, questo è il tema.

 

Si spieghi meglio, per quelli che di sindacato non ne masticano si rischia di parlare di concetti astratti.
La settimana scorsa c’è stata la mobilitazione del comparto del porfido, 350 lavoratori hanno incrociato le braccia per otto ore, sono scesi dalla valle alla città, hanno manifestato e questo credo sia servito nella successiva contrattazione, senza che sui giornali si scrivessero fiumi di parole. Poi qualcuno occupa il Consiglio con venti persone e sembra che si sia manifestato il conflitto sociale, e invece è una sua rappresentazione che non corrisponde alla realtà.

 

Non possono essere modi diversi di fare sindacato?
Queste sono spinte corporative, un sindacalismo occupazionale, un filone tipico di una parte del sindacalismo di base.

 

E negli ultimi anni c’è stato un incremento dei sindacai di base.
Sì, ma numeri alla mano non diventa competitivo con quello confederale. Certo che la sua diffusione testimonia un espressione di un disagio, di rancore. E su questo siamo chiamati a farci delle domande.

 

E a darsi qualche risposta.
Su quale debba essere la nostra strategia per interagire in questo contesto di disagio e rancore che obiettivamente è cambiato negli ultimi tempi. Ma la prospettiva non può essere quella dell’ “Io contro tutti gli altri”, e nemmeno la deriva dell’antipolitica.

 

Immagino ci si interroghi anche sul rapporto conflitto/concertazione.
E’ ovvio che il sindacalismo non può essere solo quello della concertazione, anche se non dimentichiamoci che questo rapporto con le istituzioni e le controparti ha prodotto in Trentino un laboratorio per le politiche sociali, con gli ammortizzatori, la sanità integrativa e tanto altro. Ma sappiamo che non basta.

 

Cosa serve ancora?
Dobbiamo saper mettere assieme alla concertazione anche la capacità di rappresentare le istanze e le ragioni delle espressioni sociali, anche del disagio e del rancore di cui dicevo prima. Un sentimento che nelle valli si manifesta molto più che in città: comunità che sono sempre state coese ora iniziano a incrinarsi a causa di un disagio diffuso che spesso si trasforma in rancore.

Un lavoro che dovrebbe saper fare anche la politica, quello del recupero di queste espressioni sociali che vivono il disagio.
Altrimenti lo recuperano movimenti e partiti che alimentano l’antipolitica. Questo dovrebbero tenerlo a mente anche gli esponenti della coalizione che governa il Trentino, perché nulla è scontato, la rappresentanza della società non è immutabile.

 

Qualche consiglio?
No, non è il mio lavoro, ma credo che i trentini si recuperano costruendo, non agitando, interpretando il disagio in modo costruttivo. Serve poi un certo cambiamento anche nella politica, la staticità crea disaffezione, le persone cercano il cambiamento. Insomma, bisogna capire che qualcosa è cambiato e agire di conseguenza. Questa è la strada.

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