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Svolta sulla doppia preferenza: "Trovata la soluzione". Ma la maggioranza non raccoglie la proposta, preferisce il silenzio (imbarazzato)

Claudio Cia, Manuela Bottamedi e Giacomo Bezzi avanzano una proposta: maxiemendamento e referendum. Gelo tra i banchi del Pd, Dorigatti rema contro e Rossi chiede l'impossibilie. Ecco cos'è successo nelle ultime ore in Consiglio provinciale

Di Donatello Baldo - 06 aprile 2017 - 07:25

TRENTO. L'effetto è stato dirompente, la proposta messa sul tavolo dalla consigliera Manuela Bottamedi e dai consiglieri Giacomo Bezzi e Claudio Cia ha spiazzato tutti, soprattutto la maggioranza. Il combinato disposto dell'emendamento sostitutivo che spazza via tutti gli emendamenti e dell'impegno al referendum sul testo della legge sulla doppia preferenza ha messo in subbuglio l'intero Consiglio provinciale.

 

Una proposta, perché il testo dell'emendamento sostitutivo ancora non c'è, ma comunque “una strada percorribile”, come ha detto a botta calda la co-proponente Lucia Maestri. Un'ipotesi che sarebbe stato utile approfondire, accogliere, considerare come fattibile per arrivare al voto di una legge che la maggioranza dovrebbe sostenere con forza, visto che fa parte dell'impegno elettorale firmato dalla coalizione.

 

Un'ipotesi che però ha generato un imbarazzo palpabile, che ha pietrificato i banchi della giunta, del Pd, dell'Upt e del Patt. Come se la vittoria a portata di mano avesse ingenerato un effetto freezing: infatti la proposta non è stata raccolta, è stata ignorata, nessun esponente della maggioranza è intervenuto per sostenerla, nemmeno per prenderla in considerazione mezzo secondo. Nessuno nel Pd si è alzato per chiedere una sospensione dei lavori: “Ma di cosa parlate? Sicuri che si può fare? Fermiamoci un attimo per capire meglio!”

 

No, niente, facce tristi e tirate, come se al posto di una soluzione i proponenti avessero creato un problema. Claudio Cia, per dimostrare la buona volontà, ha addirittura ritirato tutti i suoi emendamenti. Manuela Bottamedi ha chiesto più volte la sospensione dell'Aula per dare la possibilità alla maggioranza di incontrarsi, per provare a mettere insieme l'emendamento, per cercare le firme necessarie e sottoporlo all'attenzione del presidente Dorigatti.

 

No, nemmeno questo: Dorigatti sospensioni non ne vuol concedere, quando sulla legge contro l'omofobia, tanto per dire, le sospensioni erano concesse ad ogni piè sospinto ogniqualvolta le minoranze ne facessero richiesta (per ostruzionismo), e la richiesta non è stata mai nemmeno sostenuta da un consigliere della maggioranza, mai una volta: fermi e afoni, immobili come pietre. Nessuna sospensione, la proposta non viene raccolta, non c'è nulla da discutere.

 

Agli occhi di tutti, delle esponenti del Comitato Non ultimi sedute in piccionaia, della minoranza e addirittura da alcuni esponenti della coalizione, la lettura è stata unanime: questa è la dimostrazione che i primi a non volere la legge sulla doppia preferenza sono quelli della maggioranza di Ugo Rossi. Perché altrimenti non si spiegherebbe il comportamento tenuto in Aula da coloro che questa legge dicono di volerla a tutti i costi.

 

Allora cerchiamo di capire quali possano essere i motivi che portano la maggioranza a non voler percorre la strada che inizialmente sembrava praticabile anche dalla proponente Lucia Maestri. Forse a lei non garba che le castagne dal fuoco possano essere tolte da qualcuno che non sia il Pd? Forse per narcisismi di primogenitura la maggioranza non si può permettere che la soluzione arrivi dalla minoranza?

 

Può essere, come può essere che una vittoria sulla doppia preferenza cozzi con la decisione già presa di mediare in favore dell'inutile terza preferenza, quella caldeggiata dall'Upt, ben vista anche dal Patt e da tutti i consiglieri maschi che hanno paura di perdere la sedia su cui siedono alla prossima tornata elettorale. Quella che magari metterebbe d'accordo anche il recalcitrante Rodolfo Borga che così potrebbe accettare altri scambi forse in favore di altre leggi targate pd in dirittura d'arrivo nell'Aula del Consiglio provinciale, chissà.

 

Ma ora cerchiamo invece di capire se questa strada dell'emendamento sostitutivo sia veramente praticabile, e se la forza della proposta del suffragio popolare possa cambiare la prassi che non permette agli emendamenti presentati fuori tempo massimo di essere accettati dalla presidenza con facilità. Vediamo allora nel dettaglio la proposta messa sul tavolo da Cia, Bottamedi e Bezzi.

 

Un emendamento sostitutivo permetterebbe di eliminare in pochi passaggi tutti gli emendamenti sul tappeto. Si tratterebbe di un escamotage, che per avere legittimità dovrebbe però avere un larga condivisione. Dorigatti ha detto che servono, per prassi consolidata, le firme a sostegno di tre capigruppo di minoranza. Una prassi che deriva da una circolare emessa motu proprio dall'ex presidente del Consiglio di due legislature fa Giovanni Kessler.

 

Ma cosa dice questa circolare? E perché si parla di tre firme? La circolare parlerebbe, così sembra, della necessità di avere la maggioranza dei capigruppo per ammettere emendamenti 'fuori tempo'. E allora contiamoli questi capigruppo: in consiglio ce ne sono undici, quattro della maggioranza e sette della minoranza. Totale dodici. Quindi per arrivare alla maggioranza ne basterebbero soltanto due, non tre.

 

Ma la prassi delle due ultime legislature – ha affermato Dorigatti – è di tre, tre firme di tre capigruppo della minoranza”. Un'interpretazione, una prassi tutta sua, sua e di Borga sembrerebbe. Perché non c'è scritto nel regolamento. Il regolamento, all'articolo 113, recita così: “Il Presidente del Consiglio può ammettere eccezionalmente la presentazione di emendamenti anche a prescindere dai termini di cui ai commi 1 e 2”. Commi che dettano i tempi entro cui presentarli alla presidenza. Quindi, eccezionalmente, potrebbe ammetterli.

 

E allora vediamo se in questo caso c'è l'eccezione. La proposta, come dicevamo, è un combinato disposto, un emendamento sostitutivo e un referendum. E l'eccezione è proprio questo, il ricorso al suffragio popolare. Si tratterebbe di mettere in pratica nientemeno che un articolo dello Statuto di autonomia, il 47. Si potrebbe inserire il referendum addirittura nel testo dell'emendamento sostitutivo, oppure impegnarsi sull'onore a ricorrevi una volta approvato il testo, servono infatti almeno sette consiglieri che ne facciano richiesta.

 

Insomma le possibilità ci sono, servirebbe che il presidente si desse coraggio e forzasse un po' la mano. Cosa che potrebbe fare se su di lui si facesse una certa pressione politica, anche e soprattutto dalla sua parte, dal Pd e dalla maggioranza. Da quelli che oggi sono stati zitti zitti a non dir niente. Da quelli che dicono di volere la legge sulla doppia preferenza ma non raccolgono una proposta che permetterebbe alla legge di essere approvata in poco tempo.

 

Questo è un bluff – dicono però i consiglieri della coalizione – non ci si fida di quelli che vogliono farci cadere nel tranello”. Ma altre soluzioni ce ne sono? Nessuna, neanche una, nemmeno l'ombra. Ma seppur la si guardi da ogni angolazione, la proposta ha un suo perché. Porrebbe quantomeno una questione e produrrebbe effetti tangibili già da subito: intanto Cia ha ritirato i suoi emendamenti, e anche Degasperi è pronto a farlo.

 

Il consigliere 5 Stelle non firma nulla, non vuol far torto ai sui compagni della minoranza, ma gli emendamenti li ritira. L'abbiamo chiesto a lui: Se viene presentato un emendamento sostitutivo e l'impegno al referendum, gli emendamenti li ritira? E questa la risposta: “Ah certo!”. E allora ecco la dimostrazione, questo non sembra un bluff. Se si riducono gli emendamenti il segnale politico è evidente, le minoranze non sono tutte unite. C'è da sfruttare l'occasione, da rimboccarsi le maniche e provare a mettere nero su bianco una proposta emendativa. Cosa aspetta la maggioranza oggi silenziata e imbalsamata a promuovere un incontro, un confronto, a cercare assieme ai proponenti una soluzione?

 

Lo dice Rossi cosa aspetta: “Aspettiamo una proposta unitaria della minoranza che permetta all'Aula di poter procedere nel voto”. Tradotto: dovete ritirare gli emendamenti. Cosa che non succederà mai, perché una minoranza della minoranza l'ha detto fin dal principio: “Nessuno sconto, l'ostruzionismo non si ferma”.

 

Ma allora, Rossi vuole trovare una strada praticabile o un modo un po' capzioso per rinunciare alla legge sulla doppia preferenza addossando la colpa all'opposizione? Perché sembra questa l'intenzione, sembra che la volontà sia quella dell'affossamento o della mediazione al ribasso sulla tripla preferenza.

 

Sembra proprio che questa soluzione messa lì sul tavolo abbia infastidito tutti. Tutti quelli che in fondo questa legge non la vogliono. Quelli già pronti a gettare la spugna (il Pd), quelli che che se non passa tirano un sospiro di sollievo (Upt e Patt), quelli che meno problemi ci sono meglio è (Dorigatti), quelli che ormai da tempo il tema dei diritti civili l'hanno accantonato (Ugo Rossi).

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