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Coronavirus, incidenza in val Venosta 20 volte superiore rispetto alla primavera ma diffusione dell'epidemia minore in confronto alla media dell'Alto Adige

Questo studio di Eurac Research e Azienda sanitaria stima un’incidenza dell’1% in val Venosta rispetto alla media del 3% a livello altoatesino. Sono 845 le persone testate nel corso dell'estate a Malles, Laces e Silandro. Ora lo screening sui sintomi sarà decisivo per conoscere meglio i meccanismi di diffusione di Covid-19

Foto di Eurac Research/Annelie Bortolotti
Pubblicato il - 14 ottobre 2020 - 11:56

TRENTO. La diffusione del coronavirus in Venosta è stata minore rispetto alla media in Alto Adige che si attesta al 3%, forse per la minor presenza di turisti, ma 20 volte superiore rispetto all’incidenza rilevata nei primi mesi della pandemia, quando venivano testati quasi esclusivamente i casi più gravi. Un'infezione presente anche in estate e la recrudescenza dell'epidemia non è quindi esclusivamente legata all'ingresso dei lavoratori stagionali.

 

Sono 845 le persone testate nel corso dell'estate a Malles, Laces e Silandro, scelte a campione tra i partecipanti allo studio Chris (Qui articolo). Un numero che garantisce un'ottima rappresentatività del campione e ha permesso ai ricercatori di Eurac Research di calcolare che in Venosta circa una persona su cento è entrata in contatto con Covid-19.

 

In questo periodo è iniziata anche la fase di screening mediante questionari. Questo studio, Chris, prevede che tutti i partecipanti e i conviventi aggiornino il loro stato di salute ogni quattro settimane online o via telefono. Sono 4 mila i cittadini che hanno già aderito, ma molte devono ancora farlo: i ricercatori invitano tutti coloro che hanno ricevuto l’invito a seguire le istruzioni e registrarsi, lo screening sui sintomi nei prossimi mesi può essere decisivo per studiare i fattori di rischio di Covid-19, gli effetti sulla salute nel lungo periodo e supportare l’Azienda sanitaria nel controllo della diffusione del coronavirus.

 

I partecipanti a Chris Covid-19 risultati positivi hanno avuto sintomi tra febbraio e l’inizio di luglio, con un picco molto intenso nei primi 15 giorni di marzo. Questo significa che il coronavirus ha iniziato a manifestarsi in val Venosta contemporaneamente a quanto avvenuto in altre zone dell’Alto Adige e del nord Italia.

 

Secondo i ricercatori la diffusione minore del virus in Venosta non sarebbe quindi legata a un fattore temporale, ma potrebbe essere legata alla minore presenza di turisti da zone molto colpite. Tra i sintomi più frequenti descritti nei questionari si contano perdita del gusto e dell’olfatto. Le risposte confermano dunque come questi sintomi siano distintivi del coronavirus, anche se non sono gli unici.

 

I risultati preliminari dello studio mostrano, inoltre, che Covid-19 è stato presente in valle ininterrottamente fino alla scorsa estate. La nuova ondata di infezioni non è quindi legata esclusivamente all’ingresso dei lavoratori stagionali, anche se questo fenomeno ha sicuramente favorito la diffusione del virus.

 

Ora i contagi hanno ripreso a crescere: secondo i numeri dell’Azienda Sanitaria, in Venosta sono più che quadruplicati da luglio a oggi. "Questi numeri - spiega Cristian Pattaro, coordinatore scientifico dello studio Chris - ci fanno capire quanto in questo momento sia importante contribuire alla ricerca su Covid-19. Possono essere colpite anche persone giovani e sane, non è noto quali profili siano più a rischio e quali siano gli effetti a lungo termine sulla salute".

 

Ma come prosegue la ricerca e come è possibile contribuire? Nel corso dell’estate circa 19.000 venostani sono stati invitati da Eurac Research e dall’Azienda sanitaria a partecipare allo screening sui sintomi tramite questionari. Una volta registrati, i cittadini possono aggiornare il loro stato di salute ogni quattro settimane rispondendo al promemoria che viene inviato via e-mail o telefono. "Raccomandiamo a tutte le persone contattate di partecipare allo screening - afferma Robert Rainer, direttore medico dell’ospedale di Silandro - per contribuire alla ricerca su Covid-19. Lo screening ci dà inoltre la possibilità di individuare casi sospetti e valutarli con attenzione".

 

Le persone con sintomi riconducibili a Covid-19 vengono indirizzate subito ai medici di base. Se invece i sintomi sono passati sono invitate a sottoporsi a tampone e test sierologico. "L’eventualità di un tampone positivo non è da temere ma da considerare con senso di responsabilità - commenta Peter Pramstaller, direttore dell’Istituto di biomedicina di Eurac Research - sapere di essere infettati è il primo passo per proteggere gli altri e contribuire a frenare la diffusione del virus, facendo così la propria parte per la salute della comunità e anche per l’economia del territorio".

 

C'è un controllo continuo dei positivi. Un obiettivo di Chris è studiare come la risposta immunitaria dei positivi varia nel tempo, per capire se e per quanto tempo chi ha già contratto il virus possa considerarsi immune. Tutte le persone identificate come positive nello studio di prevalenza, quelle che già prima dell’estate hanno avuto una diagnosi accertata di coronavirus o che la segnaleranno nei questionari di screening sono invitate a sottoporsi a un esame del sangue ogni tre mesi.

 

Anche i familiari di queste persone sono stati invitati a partecipare allo studio. Per la ricerca è molto importante reclutare famiglie intere, per ogni nucleo familiare è infatti possibile presumere lo stesso tipo di esposizione al virus per tutti i componenti e quindi la presenza di persone positive e negative potrebbe aiutare a individuare i fattori biologici o genetici possono favorire o evitare l’infezione. Attraverso lo studio, tutti i partecipanti hanno l’opportunità di conoscere gratuitamente il proprio stato di salute riguardo a Covid-19 e contribuire a fornire dati preziosi per la ricerca.

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