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Cellule artificiali capaci di comunicare con quelle naturali. La ricerca del Cibio di Trento finisce su Central Science

Un team di ricerca di Trento guidato da Sheref Mansy ha messo a punto delle cellule artificiali in grado di comunicare con le cellule naturali. L’obiettivo è quello di sconfiggere i batteri

Di Raffaele Dalledonne - "Ivo de Carneri" - 26 gennaio 2017 - 16:01

TRENTO. Il test di Turing valuta la capacità di una macchina di imitare il nostro comportamento, arrivando così a ‘pensare’ come un essere umano. Per passare questa prova, messa a punto negli anni ’50 dal matematico Alan Turing, un computer deve essere in grado di ingannare il valutatore e fargli credere di essere umano, in genere attraverso un sistema di domande e risposte. Dopo aver provato con i Pc i ricercatori hanno pensato di applicare questo metodo ad una cellula. Ma gli organismi monocellulari non sono in grado di comunicare parole o codici. Il Cibio di Trento ha provato a utilizzare cellule artificiali, mostrando come questi microrganismi costruiti in laboratorio siano in grado di passare un test di Turing di base.

 

Il team è stato guidato da Sheref Mansy, leader della ricerca, trasferitosi a Trento nel 2009 dopo aver vinto il Career Development Award della Fondazione Armenise-Harvard e aver fondato al Cibio il Laboratorio di Origine della Vita e Biologia Sintetica in collaborazione con l’Università degli Studi di Trento. Obiettivo del laboratorio è trovare, a livello cellulare, eventuali passaggi intermedi tra ciò che è inanimato e ciò che non lo è: in particolare, costruendo cellule in grado di ‘respirare’ artificialmente. Questo approccio può avere risvolti molto importanti per quanto riguarda l’avanzamento delle terapie cellulari, grazie alla realizzazione di cellule artificiali capaci di ‘ingannare’ i batteri.

 

Mansy e colleghi sostengono infatti che forme di vita artificiale possano sviluppare la capacità di comunicare con le cellule reali, e questo può essere misurato nello stesso modo in cui si valuta l’intelligenza artificiale dei computer. Per dimostrare questa intuizione, i ricercatori hanno costruito dei lipidi in nano-scala capaci di ‘ascoltare’ i segnali chimici emessi dai batteri. Queste cellule artificiali dimostravano di ‘capire’ le cellule naturali attivando un particolare gene che le rendeva luminose.

Lo studio, pubblicato sulla rivista ACS Central Science, è stato possibile grazie a diversi finanziamenti tra i quali spicca quello della Provincia di Trento.

 


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