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E se Matrix fosse vero? Dallo studio dei miliardari americani a Saracco: "Scientificamente è impraticabile"

L'Indipendent ha riportato che la Bank of America ha finanziato una ricerca che è sfociata in un report così intitolato: "C'è tra il 20 e il 50% di possibilità che la realtà sia simulazione". Chiacchierata semiseria con i presidente degli Eit di Trento: "Il discorso fisico-scientifico va sempre distinto da quello filosofico"

Di Tiberio Chiari - 15 ottobre 2016 - 15:10

TRENTO. Alcuni influenti personaggi oggi credono che questo sia un fatto inequivocabile e ne sono razionalmente convinti. Bank of America, come riportato dal quotidiano britannico The Indipendent, ha finanziato una ricerca al termine della quale i suoi analisti hanno presentato un report così intitolato: “There's a 20%-50% chance we're inside the matrix and reality is just a simulation”(C'è il 20%-50% di possibilità che noi siamo in una “matrice” e che la realtà sia solo una simulazione). La ricerca è stata svolta sulla base di una raccolta di opinioni di politici, filosofi, fisici, matematici e altri professionisti interrogati a proposito.

 

Elon Musk, visionario imprenditore californiano, fondatore della Tesla Motors, oggi impegnato nella progettazione di mezzi di trasporto spaziali riutilizzabili con il fine esplicito di fondare in futuro una colonia su Marte, è ancora più categorico sull'argomento. Intervistato alla Code Conference 2016, ha, senza esitazioni, fornito una percentuale molto meno rassicurante e molto più univoca riguardo alla nostra possibilità di vivere in una simulazione computerizzata. Secondo l'imprenditore, la possibilità che non viviamo già in una realtà virtuale è una su un milione. Osservando il video qui riportato si può avere un'idea dell'angoscioso impatto che questa convinzione, resa pubblica dall'imprenditore, ha avuto sulla platea e sugli intervistatori. La conversazione è in inglese ma la cosa interessante, anche per chi non parla correntemente la lingua, è la drammatica empatia che si va instaurando tra i presenti. Si può intuire il loro stato d'animo semplicemente osservandone le espressioni del viso. La conversazione, iniziata con un certo tono di ilarità per la domanda posta da un giornalista della platea, va sempre più tingendosi di un fosco e titubante silenzio:

 

 

Che la questione sia inequivocabilmente seria, per alcuni, è un dato di fatto. La definizione del problema e delle probabilità che la realtà che stiamo vivendo non sia altro che una simulazione virtuale sono stati affrontati in maniera sistematica da Nick Bostrom, svedese, filosofo e professore alla Oxford University. Nel 2003 ha presentato una breve dissertazione intitolata “Are we living in a computer simulation?”. Questo documento, sicuramente conosciuto e citato indirettamente da Musk, è facilmente consultabile. Riassumendo: l'argomento svolto da Bostrom in questo breve testo cerca di definire, attraverso la scelta di alcuni variabili, un'equazione che possa dare come risultato quale sia la probabilità che noi viviamo già all'interno di una realtà simulata.

 

Non stiamo certo parlando di scienza, ma di ipotesi filosofiche. Sembra però che queste idee convincano e affascino sempre più persone, soprattutto molti imprenditori miliardari della Sylicon Valley ossessionati da queste teorie. Tra di loro, secondo un'indiscrezione del periodico statunitense New Yorker ripresa da Repubblica, ci sarebbe già un gruppo di miliardari che starebbe finanziando ricerche volte trovare un modo di forzare la “matrice” il Matrix nella quale saremmo imprigionati.

 

Un problema susseguente, che queste teorie impongono di trattare, ma qui la metafisica fantascientifica diventa una teologia dell'angoscia, è questo:cosa potrebbe succedere una volta forzata la simulazione che ci vede imprigionati? Se noi viviamo già in un sistema simulato, nulla toglie che un giorno, evolvendo la tecnologia a nostra disposizione, potremo decidere di progettare un altro universo digitale simulato. 

 

Non saremmo inoltre nemmeno così distanti dal poter replicare artificialmente uno stato di coscienza. Questo partendo dal presupposto che uno degli obbiettivi dell'amministrazione Obama a livello scientifico, con il finanziamento di 100 milioni a favore del Brain Research through Advancing Innovative Neurotechnologies, è quello di portare a termine la mappatura del cervello umano. Sarebbe quindi poi possibile replicare le strutture sinaptiche che generano lo stato di coscienza utilizzando un materiale alternativo al tessuto biologico cellulare, per esempio il silicio dei processori?

 

Lo abbiamo chiesto a Roberto Saracco, fisico e manager, presidente del nodo italiano con sede a Trento degli Eit (Istituto europeo per l'innovazione e la tecnologia) che, interrogato sull'argomento si è trovato giustamente a separare il piano fisico da quello filosofico.”Se - commenta Saracco - a livello filosofico un certo tipo di speculazione volto alla disanima della realtà simulata, intesa come possibile spiegazione delle nostre rappresentazioni, è presente sin dai tempi di Platone, il quale ha riassunto tutto ciò nell'intramontabile mito della caverna, queste ipotesi per la fisica sono scientificamente impraticabili". 

 

Infatti aggiunge: "Il tempo, come ampiamente dimostrato, sino a livello subatomico, per quanto riguarda la sua direzione, è completamente irreversibile, ammette un solo segno. Quindi qualunque tipo di universo si voglia trattare idealmente, anche virtuale, dovrebbe comunque essere soggetto a leggi determinate per poter sussistere e non scomparire nell'entropia. Detto ciò, la modificabilità di un qualunque universo, una volta iniziato, risulterebbe nulla e la sua evoluzione si assoggetterebbe, per continuare nel tempo, a leggi inviolabili". 

 

Quindi, da questo punto di vista, Saracco precisa che "sussiste una sostanziale differenza tra il discorso fisico-scientifico e quello, che partendo da argomenti filosofici, spazia nell'immaginazione e nella fantasia, seppur cercando di mantenere una sua logicità. Con questo non voglio qui negare o oppormi a quegli argomenti, semplicemente voglio separare le due categorie. Voglio ricordare che un discorso per divenire scientificamente consistente non si abbisogna solo di numeri, o probabilità evinte da certi calcoli ipotetici, ma deve essere provato sperimentalmente e posto all'interno di una teoria". 

 

La creazione di un universo simulato e realistico sarebbe legata alla sua impermeabilità temporale che lo renderebbe inviolabile e isolato. Questo invita certamente a mantenere i piedi saldamente a terra. Per giustificare queste teorie visionarie, che dalla fantascienza sembrano essersi evolute sino a creare un nuovo orizzonte pseudo-religioso e pseudo-fisico, bisogna ammettere che tra le necessità psicologiche umane, di fronte ad una realtà spesso monotona, c'è quella della sua compensazione attraverso la fantasia.

 

 

Wittgenstein a conclusione del suo Tractatus scrisse: "Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere". Il fatto che se ne parli ugualmente lascia aperto il dubbio che non sia magari la realtà stessa ad essere di natura menzognera.

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