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Dai tirocini in pizzeria per i migranti alla pulizia del Rio Rebus. Ala, Volano, Folgaria: quando l'accoglienza funziona

Per la giornata dell'accoglienza sono stati presentati ad Ala esempi positivi di integrazione. Nella "Città di Velluto" (e anche per questo nome l'accoglienza ha giocato un ruolo cruciale) ci sono sette migranti seguiti dal Punto d'Approdo. Ecco alcune storie

Pubblicato il - 16 ottobre 2017 - 15:46

ALA. Siamo tutti migranti o lo siamo stati o lo saremo. Noi italiani, poi, più di altri: da sempre territorio di conquista, di passaggio, dobbiamo la nostra grandezza al mescolamento delle culture, alla capacità di assorbire e fonderci con quanto arrivava da fuori, alla curiosità e alla volontà di adattarci. I nostri dialetti sono infarciti di parole spagnole, francesi, arabe, tedesche, i nostri volti spesso si confondono con quelli degli altri popoli mediterranei, nordafricani e nordici. Il mondo lo abbiamo esplorato e "popolato" spinti dalla curiosità e dalla fame e spesso e volentieri abbiamo dovuto fare i conti con il razzismo e le paure di chi ci ospitava.

 

Venerdì scorso per la settimana dell'accoglienza ad Ala è andata in scena un interessante dibattito che ha ricordato come solo accogliendo (persone e quindi idee e quindi energie) si possa crescere. E l'esempio l'ha dato proprio Ala. Si narra, infatti, che fu grazie all'accoglienza data dagli alensi ad alcuni genovesi, che la città acquisì le conoscenze sulla lavorazione del velluto, decisive per i successivi fasti del Settecento. "Se Ala non fosse stata accogliente nella sua storia, non sarebbe ciò che è oggi", ha commentato la vicesindaca Antonella Tomasi in un auditorium gremito di persone. Grande è stata la partecipazione all'incontro con i richiedenti asilo promosso dal Comune e da Punto d'Approdo.

 

Le storie raccontate durante la serata riportano alla "comune umanità", che quando ritrovata, aiuta a superare i pregiudizi. E gli esempi di questi ultimi due anni, ad Ala, sono numerosi. Sono i ragazzi del gruppo gestione del campo sportivo di Santa Margherita, che hanno avuto tre richiedenti asilo con loro durante l'azione di pulizia del rio Rebus in primavera, e in estate un torneo di calcio internazionale, con giovani e migranti. La biblioteca di Ala, dove si è creato un gruppo di volontari che insegnano italiano ai profughi alloggiati nel territorio comunale, offrendo loro l'opportunità di fare alcune ore in più di lingua rispetto a quelle che già fanno nei percorsi organizzati dal Cinformi.

 

C'è la pizzeria, che ha offerto la possibilità di tirocini a questi giovani migranti. E ancora, l'associazione Noi Oratorio Pilcante, che per il suo tradizionale appuntamento estivo del "Pizza Party", ha avuto in cucina un gruppo di richiedenti asilo. Sono solo alcuni esempi di accoglienza ad Ala; altre storie riportate provenivano da paesi vicini, come Volano (con il progetto Mi Coltivo, dove il servizio Macramè coinvolge i migranti nella coltivazione di un orto assieme ai disabili) o Folgaria (dove un richiedente asilo, proveniente dal Gambia, è entrato nella Croce rossa).

 

Ala offre l'accoglienza per un massimo di otto persone (attualmente sono sette), quattro posti nel centro principale e quattro a Pilcante. Sono seguiti dalla cooperativa Punto d'Approdo (Daniel Lobagueira è il responsabile); provengono da Pakistan, Nigeria, Afghanistan. Ogni arrivo viene comunicato all'ufficio anagrafe. Tutti questi sono attivi in tirocini in azienda, oltre a seguire i corsi inseriti nel percorso di integrazione. Alcuni di loro avevano trovato autonomamente delle opportunità di lavorative (un giovane aveva trovato posto in un officina meccanica, la quale purtroppo ha interrotto l'attività a causa della crisi). Un altro era infermiere nel suo paese di origine, e sta seguendo i corsi per operatore sanitario.

 

Il tutto in un contesto generale – e il Trentino non è esente – dove non mancano polemiche e ostilità. "L'odio non fa parte della cultura trentina – ha detto Vincenzo Passerini, presidente nazionale delle comunità di accoglienza – anche nei posti dove l'ostilità era più forte, il dialogo ha cambiato le cose. Quando parli con le persone, emerge la comune umanità". Passerini ha preso in esame il fenomeno migratorio, e le sue cause: diseguaglianze del mondo, disastri climatici, guerre e instabilità (che alimentano anche il traffico d'armi, provenienti queste dai paesi ricchi e vendute in quelli poveri), squilibri demografici tra paesi del nord e del sud sono tra queste, e tutte dipendono dalle politiche del mondo Occidentale. "Aiutarli a casa loro – ha concluso Passerini – non vuol dire dare aiuti economici, vuol dire rimuovere le cause delle migrazioni, che dipendono tutte da noi. Non possiamo alzare muri dopo che noi abbiamo provocato tutto questo". 

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