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Donne che resistono ai narcos, all'estrattivismo e alla violenza. Zibechi a Trento: ''Colombia laboratorio per tutta l'America Latina''

Le tre attiviste colombiane Nidiria Ruiz Medina, Magola Aranda e Juliana Chaparro sono intervenute per l'OltrEconomia raccontando le loro drammatiche esperienza di lotta: "Lavoriamo per ricostruire il perdono dopo fiumi di sangue, furti di terra e dopo aver assistito alla scomparsa di persone care e nostri familiari"

Foto di Pietro Cappelletti
Di Yaku - 03 giugno 2018 - 18:43

TRENTO. Le Comunità in Movimento del festival OltrEconomia - partito il 30 di maggio al Parco Santa Chiara di Trento - hanno riscosso un grande successo e dopo la disgregazione (primo giorno, con Wolf Bukowski) e il movimento (con Gigi Malabarba di RiMaflow, secondo giorno), si sono ricompattate per trovare la resistenza e vagliare il tratto femminile nella costruzione di Mondi Altri: con le tre attiviste colombiane Nidiria Ruiz Medina, proveniente dal Bajo Naya e in rappresentanza delle organizzazioni di donne afrocolombiane del Pacifico; con Magola Aranda, donna cocalera del Putumayo, regione del Sud Ovest della Colombia, stretta fra narcotraffico ed industrie petrolifere; e Juliana Chaparro, attivista della pace e difensora dei diritti umani della Commissione de Justicia y Paz: la geografia delle resistenze al femminile della Colombia, contro estrattivismo e violenza, si è tratteggiata venerdì, alimentata dalla visione d’insieme del giornalista e scrittore Raul Zibechi, che ha dato il polso dei movimenti latinoamericani come costruttori di “mondi altri”.

 

“Il contesto colombiano sta vivendo un particolare momento storico per il recente accordo di pace dopo oltre 60 anni di guerra. La firma di questi accordi non sta però portando alla pace ma a una nuova epoca di conflitto che ha fatto slittare la Colombia in cima alla classifica mondiale dei paesi in cui si compiono assassini mirati verso attivisti politici per depotenziare i movimenti - ha spiegato Juliana Chaparro -. In questo contesto il protagonismo delle donne nella costruzione della pace è il tratto distintivo di un territorio che ha abituato le donne ad essere forti, reattive, capaci di auto organizzarsi, di gestire intere comunità”.

 

La Colombia infatti ha firmato nel dicembre del 2016 un storico trattato per porre fine ad un conflitto che ha lasciato oltre 250.000 morti, 40.000 desaparecidos, fra gli 8 e i 10 milioni di sfollati interni. L’accordo fra il principale esercito guerrigliero Farc -Ep e il Governo di Manuel Santos non ha sedato quelle che sono le cause che storicamente alimentano il conflitto in Colombia, ovvero l’accaparramento delle terre da parte dei narcotrafficanti, delle multinazionali, del latifondo e l’utilizzo per questo, di eserciti paramilitari.

 

“Siamo donne guerrigliere, donne che hanno lottato per la giustizia e lottato per un mondo diverso,siamo onorate di partecipare ad un importante momento di scambio internazionale come questo che ci ha portato davanti a voi - ha raccontato Nidiria dal palco - è stato difficile arrivare qui, attraversare il mare e fare un lungo percorso: portiamo dunque la nostra testimonianza di donne che stiamo lavorando per ricostruire la memoria storica. Parlare delle donne dei contesti rurali è parlare di donne costruttrici di pace, di lotte e delle sofferenze che abbiamo affrontato. Lottiamo per ricostruire la memoria nel mezzo del dolore perché ci sia pace e riconciliazione. Lavoriamo per ricostruire il perdono dopo fiumi di sangue, furti di terra e dopo aver assistito alla scomparsa di persone care e nostri familiari. Colombia e pace sono due nomi femminili e dalle lotte delle donne parliamo di inclusione sociale, siamo donne contadine che portano valori di pace e speranza. Noi donne pretendiamo giustizia, verità e riconciliazione. Rappresentiamo la pace e vogliamo trasformare le lacrime in sorrisi, non siamo vittime ma protagoniste della guerra perché la pace ha il volto di tutti gli uomini e le donne - afro, indigene e contadine - che hanno lottato per una Colombia migliore”.

 

La voce di queste donne, che vivono sotto la costante minaccia di essere eliminate perché leader delle proprie comunità, contadine che non vogliono lasciare le proprie terre ancestrali, femmine, che mettono alla prova un sistema profondamente patriarcale, è risuonata ieri pomeriggio all’OltrEconomia in una atmosfera di profonda attenzione e commozione. E parlare di Colombia spiega bene cosa significa essere donne nel pieno di un’economia ultraestrattivista , che spiana ogni diritto umano ed ambientale nel segno del profitto: “Essere donne contadine è raccogliere un’eredità, una resistenza di decine di anni per difendere la terra che ci vogliono sottrarre per rubarci l’unica cosa che ci può dare sostentamento vitale. Il messaggio che vi porto quindi un messaggio di speranza e potenza, perché il mondo non appartenga al capitalismo e al patriarcato ma sia per tutte e tutti”, ha concluso Nidiria.

 

Anche l’esperienza di Magola - donna indigena del Putumayo, coalera (raccoglitrice di foglie di coca) per necessità, madre e nonna - regala un tassello in più per capire il caleidoscopio colombiano: "Vengo da una zona di riserva contadina: noi donne di comunità rurali, lottiamo e vogliamo conservare la vita, il territorio, la biodiversità, ci siamo costituite come comitati; lavoriamo la terra e coltiviamo cereali. Siamo anche donne cocalere, minacciate e stigmatizzate per la nostra attività però vorremmo anche trovare altre fonti di sostentamento, vorremmo che i processi di pace rappresentassero realmente un’occasione per la sostituzione delle piantagioni illecite con altri alimenti. Senza riforma agraria, senza redistribuzione delle terre, con la concorrenza delle agroindustrie, così noi non abbiamo speranza. Siamo donne rurali che lavorano a molti progetti, coltiviamo e alleviamo anche polli, maiali. Ma le industrie del petrolio hanno contaminato le nostre acque, hanno fumigato col glifosato le nostre piante per mandarci via dai nostri possedimenti. Ma noi resistiamo, non stiamo zitte”.

 

Magola racconta anche delle continue minacce: dalla firma degli accordi di pace, la Colombia è infatti in vetta alla classifica di minacce e assassini verso attivisti e leader comunitari. Da dicembre 2016 sono morte ammazzate più di 260 persone. Una ogni due giorni e mezzo.

 

“Ci sono già stati altri accordi di pace in Colombia in passato - ci spiega Juliana Chaparro - il problema è creare condizioni sociali ed economiche che permettano di combattere le diseguaglianze. Quello che sta succedendo è che i meccanismi di omicidi selettivi si inseriscono in un panorama di violenza massiva in cui sono semplicemente cambiati i meccanismi repressivi. In Colombia dal 2016 dopo la firma dell’accordo sono anche aumentate le concessioni di diritti petroliferi, molti territori prima controllati dalle FARC ora sono accessibili alle multinazionali e alle estrazioni petrolifere. Questa pace è utilitarismo economico, in Colombia ci sono più di 8 milioni di ettari di terreno soggetti a concessioni petrolifere e 5 milioni di concessioni per estrazioni minerarie. La gente sta iniziando a capire come tutte queste riforme giuridiche dall’inizio degli accordi hanno rappresentato una facilitazione dell’ingresso delle imprese multinazionali in Colombia. Si tratta quindi di una pace economica. E la grossa preoccupazione è che non pare ci sia la volontà politica di chiarire le responsabilità del conflitto armato. Il ruolo delle donne, delle madri di militari, di ex combattenti, donne che hanno perso figli o i mariti, è oggi quantomai importante perché sono loro che - svelando la retorica del nemico interno che da sempre in Colombia ha messo tutti contro tutti - cercano di ricostruire le relazioni, si incontrano anche se sono fra opposte situazioni e dialogano fra loro, costruiscono un tessuto sociale attraverso la ricerca della verità e del perdono, non attraverso la vendetta”.

 

Infine, lo scrittore Raul Zibechi - il cui libro è stato presentato oggi tradotto in italiano per i tipi di Nova Delphi “Il mondo altro in movimento”, inserisce la Colombia nel più ampio contesto storico politico dell’America latina:”La Colombia è la chiave per il controllo geopolitico e sociale dell’intero continente: è il paese che può controllare Venezuela, Ecuador e Brasile, Argentina. Oggi la Colombia è entrata nella Nato, perché? Attraverso questo Paese la Nato allunga il proprio controllo in America latina. È un laboratorio quindi di controllo dei movimenti sociali. La Colombia ha esportato il suo modello di controllo sociale al Messico e ad altri paesi ispanici, ed è un modello atto al contro della società civile, incorporando i paramilitari e i narcotrafficanti al sistema di potere. I narcos sono parte del sistema. L’imperialismo, la Banca Mondiale, la Nato, non combattono i narcos, ma li utilizzano contro la popolazione e per controllare i movimenti sociali. La Colombia è stata quindi un laboratorio perché i movimenti sociali sono la minaccia più grave per il potere e lo stato neoliberista. Più di 10 governi negli ultimi anni sono caduti in America latina per l’azione popolare di piazza, l’azione diretta dei popoli organizzati. I movimenti sociali sono il nemico e un pericolo per i grandi poteri economici per la loro capacità di destituire governi e perché l’energia più grande dei movimenti è costruire un’altra società. Il potere sta comprendendo che il nostro mondo è minoritario, ma non marginale. Una caratteristica delle azioni contro il movimento sono i femminicidi perché le donne sono anch’esse parte fondamentale dei movimenti, perché portano avanti un’attività di pratica di mondi altri, un cambiamento dei modelli che inizia nel contesto domestico e si estende a tutta la società. La maggioranza dei morti nella guerra in Colombia sono donne. La guerra del potere contro i movimenti è una guerra lunga e strategica, dobbiamo riflettere su come va il cammino per difendere i territori e per far in modo tale che i territori implementino il loro potere di cambiamento”.

 

Noi resistiamo - hanno detto infine le tre attiviste - rimaniamo nei territori e lavoriamo con giustizia e pace e formazione, facendo resistenza nei nostri territori. Non ce ne andiamo, la sola cosa di cui abbiamo bisogno è la nostra terra. Ci muoviamo a piedi e a cavallo dalle nostre terre che non hanno strade, ma mai ce ne andremo dai nostri territori, che sono la nostra unica ricchezza”.

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