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| 20 mar 2020 | 15:30

Coronavirus, “Ci hanno tenuto per ore ammassati gli uni sugli altri, un volo fermato perché eravamo italiane”, l’Odissea per rientrare in Trentino dalla Colombia

In Colombia si sono registrati un centinaio di contagi ma preoccupano le condizioni precarie dei 12 milioni di abitanti ammassati nella capitale: “Si sono verificate tutte le fasi che avete visto in Italia, solo che qui è successo tutto molto più velocemente”. Oltre al virus però spaventa anche la sospensione dei diritti democratici

Coronavirus, “Ci hanno tenuto per ore ammassati gli uni sugli altri
di Tiziano Grottolo

BOGOTÀ. Francesca Caprini si trovava in Colombia per seguire i progetti dell’associazione Yaku che da anni opera nel paese, lì è stata raggiunta dalla notizia che l’epidemia di coronavirus si stava espandendo nel mondo, degenerando in pandemia. “Con l’Associazione stavamo lavorando all’interno di alcune comunità indigene contadine, afro-discendenti, per quanto riguarda la protezione delle persone, uomini ma soprattutto donne, che si occupano della difesa dei diritti umani nel paese e che in questo momento si trovano sotto forte minaccia”.

 

In particolare si stava lavorando all’apertura di uno spazio dedicato alle donne attiviste minacciate “da due mesi ci trovavamo in comunità molto remote e isolate, fino a una settimana fa il coronavirus quasi non si sentiva nominare, casomai i problemi erano altri come le bande di paramilitari che imperversano sul territorio o una recrudescenza di dengue registrata in zona”, spiega Caprini.

 

In poco tempo però la situazione è cambiata drasticamente: “L’escalation è cominciata non più tardi della settimana scorsa, appena ci siamo rese conto dell’evolversi della situazione abbiamo cercato di anticipare il nostro rientro in Italia”. Purtroppo però non ce ne è stato il tempo: “Quando è stata dichiarata la pandemia – racconta Caprini – ci trovavamo in un luogo a ridosso del confine con il Venezuela, ospiti di una comunità indigena per seguire un progetto sanitario, trovare il modo di contattare la compagnia aerea è stato a dir poco rocambolesco”.

 

Quando finalmente Francesca è riuscita ad imbarcarsi su un volo interno che dal dipartimento di Arauca, dove si trovava, l’avrebbe portata a Bogotà la capitale, è arrivata una brutta sorpresa: “Eravamo pronte per partire quando l’aereo è stato fermato, sapevano che a bordo c’erano degli italiani e sono venuti a controllare, si sono tranquillizzati solamente quando abbiamo spiegato che eravamo nel paese da più di due mesi”.

 

Arrivata a Bogotà è iniziato un nuovo delirio: “L’escalation ha avuto tempi velocissimi, da un giorno all’altro sono state chiuse scuole, musei, uffici, gran parte dei voli sono stati cancellati e un po’ tutti i paesi latinoamericani hanno iniziato a chiudere le frontiere. Il nostro volo che una volta arrivate a Madrid ci avrebbe dovuto portare a Roma è stato cancellato, ogni giorno bisognava tenersi pronti a partire”, ricorda Francesca. Il momento peggiore è stato quando il presidente colombiano Iván Duque Márquez ha chiuso le frontiere di terra e di mare “temevamo cancellassero anche tutti i voli aerei”.

 

Nel frattempo la percezione dell’epidemia nei colombiani stava cambiando, “si sono verificate tutte le fasi che avete visto in Italia, solo che qui è successo tutto molto più velocemente”. La sindaca di Bogotà, Claudia Lopez, ha dichiarato lo stato di calamità, tutti gli incontri pubblici di grandi dimensioni sono stati cancellati. “La cosa più surreale – sottolinea Caprini – è che con questa emergenza uno si aspetta che ci sia una maggiore attenzione, invece ci siamo trovati per ore ammassati gli uni sugli altri, file chilometriche in attesa di potersi imbarcare. Anche sul volo nessun tipo di accortezza, se non quelle di cui disponevamo o che ci eravamo procurate”.

 

C’è però un altro virus che si espande con rapidità, quello del sospetto e della diffidenza: “La gente colombiana, soprattutto nei posti dove siamo state noi, è sempre rispettosa e gentile ma abbiamo sentito lo stigma di essere italiani, talvolta essere gli unici bianchi in mezzo ai locali creava uno stato di allerta”. La cosa peggiore però è che, stando a quando riferisce Francesca, i controlli verso i passeggeri che arrivavano dalla Spagna fino a poco tempo fa erano stati praticamente nulli, “se l’epidemia si diffonde potrebbe risparmiare le zone più remote ma a Bogotà vivono 12 milioni di persone, buona parte di queste vive in condizioni precarie, spero che non si registrino gli stessi picchi che ci sono stati in Italia, altrimenti saranno guai”. Secondo alcune stime i contagiati potrebbero raggiungere i 4 milioni.

 

Nonostante l’emergenza c’è chi ha pensato di cogliere l’occasione per rafforzare la sua posizione: “Il presidente Duque ha tolto parte dei poteri dei sindaci, assumendoli lui stesso, è una deriva autoritaria che fa paura in un paese come la Colombia dove governa la destra e dove la voglia di usare le maniere forti sembra sempre prevalere, basta poco affinché i diritti democratici vengano sospesi”. Al netto delle difficoltà Francesca è riuscita a mettersi momentaneamente alle spalle la Colombia, nel frattempo è arrivata a Madrid e ripartita per Monaco dove una volta atterrata. Qui però è stata accolta da nuovi problemi: “Dopo molte discussioni dovremmo aver trovato una navetta che ci condurrà a Bolzano, da qui faremo rientro a casa, già preparate psicologicamente per nostra quarantena”.

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