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Coronavirus e privacy: dagli attacchi a volontari e soccorritori al modello coreano. Ecco perché quando finirà tutto dovremo impegnarci a tornare come prima

L’effetto pericoloso che ne potrebbe scaturire – e gli episodi che richiamiamo già ci mettono in guardia in tal senso – è il cosiddetto name and shame: individuazione come preludio alla discriminazione e questo, crisi o meno, non possiamo e non vogliamo permetterlo

Di Daniele Sorgente di ''Mazzoldi & Sorgente studio legale associato'' - 03 aprile 2020 - 11:00

TRENTO. Una manciata di giorni fa a Canneto sull’Oglio, comune mantovano di poco più di quattromila anime, alcuni condomini si sono ribellati al fatto che infermieri ed operatori socio-sanitari in prima linea nella crisi da Covid-19 potessero essere ospitati a poche porte di distanza dai loro appartamenti. Nelle stesse ore Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Italiana, denunciava episodi di ritorsione e minaccia nei confronti di volontari e soccorritori di ritorno dalle zone rosse.

 

Basterebbe questo (e, purtroppo, c’è ben altro) per ricordare a tutti noi l’importanza della riservatezza dei dati personali dei malati, dei pazienti sospettati di contagio, di chi è clinicamente guarito e di coloro che – non ultimi – per ragioni di lavoro vengono a contatto con queste categorie di persone. L’Italia, questa è una delle prospettive al momento più accreditate, guarda con interesse al modello coreano e prende appunti per adottare anche sul nostro territorio meccanismi di tracciamento degli spostamenti, geolocalizzazione dei soggetti in quarantena, tamponamento a tappeto e individuazione dei positivi. Una prima prova pratica si è avuta in Lombardia mediante l’analisi delle celle telefoniche. L’efficacia da un punto di vista epidemiologico è oggetto di attenta valutazione. Gli effetti e le implicazioni giuridiche sono altrettanto articolati e riguardano, tra l’altro, il complesso rapporto tra tutela dei dati personali e diritto alla salute.

 

Il compito dell’operatore del diritto, e prima ancora del Legislatore, sta nella ricerca del giusto equilibrio tra questi due interessi. Una ricerca che, mai come ora, si è spostata da un piano prevalentemente teorico ad uno pratico e in un contesto emergenziale che richiede risposte immediate. Il Garante della privacy ha realizzato una raccolta delle principali disposizioni adottate in relazione allo stato di emergenza sul tema: si tratta di una pubblicazione di centocinque pagine in costante aggiornamento. In questo quadro, pare opportuno mettere qualche punto fermo.

 

Anzitutto, c’è generale condivisione sul fatto che il diritto alla protezione dei dati debba arretrare e subire delle limitazioni di fronte alla tutela della salute pubblica ed in presenza di interessi strategici nazionali. Altrettanto chiaro è il fatto che queste limitazioni dovranno cessare con effetto immediato non appena la crisi sanitaria nazionale sarà rientrata, ossia – a meno di deroghe – il 31 luglio. Detto in altri termini, la compressione dei diritti individuali e così anche di quelli relativi alla protezione dei dati può trovare giustificazione in un contesto di crisi ma non un giorno di più: ripristinare lo stato precedente dovrà essere una pretesa di tutti noi, individualmente e come collettività, e non sarà negoziabile né rinviabile.

 

In piena crisi, il trattamento e la condivisione dei dati, inclusi in particolare quelli relativi allo stato di salute ed agli spostamenti dei cittadini, devono rimanere in mani pubbliche ed essere custoditi e protetti dall’autorità statale con il massimo del rigore. Leggo con perplessità istanze di coloro che vorrebbero conoscere nomi, cognomi e percorsi dei contagiati e di chi potrebbe potenzialmente esserlo perché entrato in contatto con i positivi al Covid-19. L’effetto pericoloso che ne potrebbe scaturire – e gli episodi sopra richiamati già ci mettono in guardia in tal senso – è il cosiddetto name and shame: individuazione come preludio alla discriminazione e questo, crisi o meno, non possiamo e non vogliamo permetterlo.

 

Ancora, un invito ad un sempre maggior snellimento delle procedure. Se è vero che per ragioni di emergenza sanitaria la protezione dei dati farà un temporaneo passo indietro, è altrettanto vero che le autorità statali, sanitarie e il Servizio nazionale della protezione civile dovranno avere massima libertà di azione per trattare, gestire – con le cautele di cui abbiamo detto – i dati e così di procedere ad una loro rapida aggregazione e profilazione, disaggregazione e condivisione con le altre autorità pubbliche coinvolte in maniera piena e assai efficace.

 

Mi pare che in questo senso depongano le indicazioni dell’Autorità Garante, fermo il rispetto di un essenziale principio di proporzionalità e adeguatezza. Staremo poi a vedere se e quali delle tecnologie di tracciamento potranno rivelarsi più efficaci e come le stesse potranno essere d’ausilio nel proteggere quelle fasce della popolazione, quali gli anziani, notoriamente meno avvezze all’utilizzo di questi strumenti.

 

Una doverosa menzione, infine, a Luciano V. (ometto il cognome – ormai di pubblico dominio – per puro spirito di solidarietà e comprensione), tristemente elevato a simbolo della violazione di ogni più basilare principio di protezione dei dati da parte dell’INPS nella giornata campale del primo aprile. Una Caporetto della privacy della quale tutti noi, e in primis Luciano V., avremmo fatto volentieri a meno.

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