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Coronavirus, c'è un'Italia bella che combatte per salvarci. Manzoni e la peste de "I promessi sposi" ci insegnano a ringraziarla

Mentre la peste dilaga a Milano, tra la noncuranza del potere e della popolazione, gli unici a farsi carico dei malati sono i frati che, mettendo a rischio la propria vita, prestano la loro opera nei lazzaretti. Di loro Manzoni scrive: "Perciò l'opera e il cuore di quei frati meritano che se ne faccia memoria, con ammirazione, con tenerezza, con quella specie di gratitudine che è dovuta per i gran servizi resi da uomini a uomini". Oggi, quel grazie, dobbiamo rivolgerlo a tutti gli operatori sanitari

Di Arianna Viesi - 22 marzo 2020 - 22:17

MILANO. Ci eravamo lasciati con la peste che bussa alle porte di Milano, e la paura che inizia a serpeggiare (PARTE I).

 

Oggi, sui social, per voce di cantanti e influencers, viaggia la campagna #iorestoacasa. Chi ha voce, e sèguito, cerca di sensibilizzare le persone (i più giovani, soprattutto) sull'importanza di tenere un comportamento responsabile e civile: per arginare i contagi bisogna restare a casa, limitare gli spostamenti (ci è stato chiesto uno sforzo minimo, irrisorio, per salvare un'intera nazione: ricordiamocelo). Quattrocento anni fa, il modo più immediato e capillare per arrivare alla gente, era passare dagli scranni delle chiese.

 

E così fa il cardinale Federico Borromeo che, in un certo senso, si sostituisce alle istituzioni (e ai social media del terzo millennio). Il prelato invia, infatti, una lettera ai parroci affinché ammoniscano la gente: i malati devono autodenunciarsi e, poi, isolarsi. Si ricorderanno i celebri lazzaretti, dove venivano confinati i malati di peste proprio per scongiurare il diffondersi del contagio.

 

Trovo che il cardinal Federigo, appena si riseppero i primi casi di mal contagioso, prescrisse, con lettera pastorale a' parrochi, tra le altre cose, che ammonissero più e più volte i popoli dell'importanza e dell'obbligo stretto di rivelare ogni simile accidente, e di consegnar le robe infette o sospette.

 

E mentre il cardinale Federico si muove (concretamente) per la sua città, le istituzioni arrancano: la cooperazione chiesta viene disattesa (si pensi alle tante - troppe - persone che ancora pensano di essere in vacanza e se ne vanno in giro come nulla fosse) e, all'interno degli stessi palazzi del potere, le misure adottate non vengono seguite. Arriva tutto troppo tardi, e troppo lentamente. Quando, finalmente, le misure entrano in vigore, la peste è ormai entrata a Milano.

 

Il tribunale della sanità chiedeva, implorava cooperazione, ma otteneva poco o niente. E nel tribunale stesso, la premura era ben lontana da uguagliare l'urgenza. Abbiamo già veduto come, al primo annunzio della peste, andasse freddo nell'operare, anzi nell'informarsi: ecco ora un altro fatto di lentezza non men portentosa (...). Quella grida per le bullette, risoluta il 30 d'ottobre, non fu stesa che il dì 23 del mese seguente, non fu pubblicata che il 29. La peste era già entrata in Milano.

 

Inizia così (e, anche qui, l'analogia è stringente) la caccia al paziente 0. Si cerca di capire chi ha portato il morbo in Italia e come, questo, si sia poi diffuso.

 

Il Tadino e il Ripamonti (storici a cui Manzoni si rifà per costruire il suo racconto, ndr) vollero notare il nome di chi ce la portò il primo, e altre circostanze della persona e del caso (...) dicono che fu un soldato italiano al servizio di Spagna.

 

Il povero soldato, il paziente 0, arriva in Italia dove viene ospitato da alcuni parenti. Tutti s'ammalano e il solito tribunale di sanità mette, quindi, in quarantena tutta la famiglia mentre gli oggetti infetti (i suoi vestiti e il letto) vengono mandati al rogo: si cerca così di contenere il contagio.

 

Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate ai soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti (...). Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale, furon bruciati.

 

Chi aveva curato quel soldato (due servienti e un frate, racconta Manzoni) s'ammalano. S'ammalano come s'ammalano oggi medici, infermieri, operatori sanitari e volontari che, eroicamente, stanno combattendo, in prima linea, una battaglia che è di tutti, e per tutti.

 

Due serventi che l'avevano avuto in cura, e un buon frate che l'aveva assistito, caddero anch'essi ammalati in pochi giorni, tutt'e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s'era avuto sin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più.

 

Le precauzioni prese in questa circostanza (isolamento degli appestati e distruzione del materiale infetto) sembrano aver evitato l'esplosione del contagio. Ma così non è. Manzoni descrive, in maniera magistrale, quello che era successo. L'uomo arriva, comunque, troppo tardi: il soldato aveva già lasciato, sul suo cammino, il "semino" del contagio.

 

Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un semino che non tardò a germogliare.

 

Insomma, tutto parte da un piccolo semino, come piccolo e lontano poteva apparire il primo caso cinese. Ma, da lì, non si può più tornare indietro. La peste inizia a dilagare e flagella la penisola per tutto il 1629 e per parte dell'anno seguente.

 

(...) per l'imperfezion degli editti, per la trascuranza nell'eseguirli, e per la destrezza nell'eluderli, andò covando e serpendo lentamente, tutto il restante dell'anno, e ne' primi mesi del susseguente 1630.

 

È magnifica, poi, la triade che usa il Manzoni per spiegare i motivi per i quali la peste imperversò per così tanto tempo. Vediamoli (e cerchiamo di leggerci le analogie con quanto sta accadendo ora):

  • Per l'imperfezion degli editti: la peste imperversa perché le misure adottate dalle istituzioni arrivano troppo tardi e sono, a detta di Manzoni (e degli storici a cui si affida), insufficienti per contenere il contagio;
  • Per la trascuranza nell'eseguirli: per la sciatteria nel far eseguire i divieti; 
  • Per la destrezza nell'eluderli: siamo bravi, si sa, ad aggirarli, i divieti (anche qui, si pensi a chi se ne va tranquillamente a spasso, in bici, chi si sposta non per stretta necessità, come sancito dal Dpcm)

Insomma, lo stesso copione. Anzi, Manzoni poi rincara la dose e descrive, perfettamente, cosa i "furbetti", che allora come ora infrangono i divieti, pensano delle restrizioni e dei provvedimenti adottati dalle autorità per contenere i contagi.

 

 (...) persuasi, com'eran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto.

 

Pure nel 1629 la gente non si atteneva alle misure adottate perché credeva fossero eccessive (anzi, vere e proprie vessazioni, torture) e, di fatto, non portassero a nulla. Lo stesso copione, appunto.

 

Alla fine, anche le istituzioni si svegliano (da un sonno profondo, dice Manzoni) e iniziano a dare ascolto a medici ed esperti, capiscono che la situazione è più grave di quel che si pensava e prendono provvedimenti: provvedimenti che si traducono in sequestri e quarantene.

 

I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po' più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale.

 

Nel buio, però, si scorge meglio la luce. E così, nei capitoli sulla peste, Manzoni dedica alcuni dei passaggi più belli e luminosi a chi, mettendo in pericolo la propria vita, dedica tempo e cure agli ammalati. Erano principalmente frati allora, sono medici infermieri e operatori sanitari oggi. Anime gentili che sono quanto di più nobile il nostro Paese sappia esprimere. Leggiamo, insieme, cosa dice di loro Manzoni:

 

Ma è insieme un saggio non ignobile della forza e dell'abilità che la carità può dare in ogni tempo, e in qualunque ordin di cose, il veder quest'uomini sostenere un tal carico così bravamente. E fu bello lo stesso averlo accettato, senz'altra ragione che il non esserci chi lo volesse, senz'altro fine che di servire, senz'altra speranza in questo mondo, che d'una morte molto più invidiabile che invidiata; fu bello lo stesso esser loro offerto, solo perché era difficile e pericoloso e si supponeva che il vigore e il sangue freddo, così necessario e raro in que' momenti, essi lo dovevano avere. E perciò l'opera e il cuore di que' frati meritano che se ne faccia memoria, con ammirazione, con tenerezza, con quella specie di gratitudine che è dovuta, come in solido, per i gran servizi resi da uomini a uomini, e più dovuta a quelli che non se la propongono per ricompensa.

 

È una prova, dice Manzoni, della forza della carità. Questi uomini sostengono, sulle loro spalle, un peso enorme, e lo fanno con estremo coraggio. Lo sostengono perché non c'è nessun altro che potrebbe (e vorrebbe) farlo al posto loro, lo sostengono perché la loro missione è mettersi al servizio degli altri. Questi uomini devono avere forza e sangue freddo, anche se è difficile in questi momenti. Perciò, conclude Manzoni, l'opera e la dedizione di quei frati (e dei nostri sanitari, diremmo noi) meritano di essere ricordate, con ammirazione, con tenerezza, con la gratitudine che si deve riservare a chi, senza chiedere nulla in cambio, si mette a disposizione degli altri.

 

C'è un'Italia bella, insomma. Un'Italia che lavora e combatte, silenziosamente, per portarci a riva. Un'Italia che si trova sui balconi, a cantare la libertà, un'Italia che assiste gli ammalati, che ci conforta. Un'Italia bella, che nel buio brilla ancora di più. Ascoltiamo Manzoni: di quest'Italia, non dimentichiamocene, mai. 

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